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NBA, oltre le superstar: la classe operaia degli Spurs è pronta per i playoff?

NBA

Il destino di San Antonio in questo finale di stagione sembra sempre più legato al gruppo di giocatori chiamato a contribuire alle spalle delle star e dei veterani su cui Gregg Popovich sa già di poter contare

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Ci sono gli Spurs che abbiamo sempre conosciuto (quelli del trio Duncan, Parker e Ginobili) che non esistono più. Ci sono gli Spurs in fase di transizione (con Leonard e Aldridge come principali star, Duncan ritirato, Parker e Ginobili meno centrali al disegno di squadra). E poi ci sono gli Spurs reali, quelli che devono fare il conto quotidiano con gli infortuni (a Leonard sostanzialmente per tutta la stagione, ora anche ad Aldridge fermato da un colpo al ginocchio, fortunatamente non grave) e che per uscire vincenti dal campo devono poter contare sera dopo sera su un gruppo di giovani dal futuro potenzialmente brillante (Dejounte Murray, Davis Bertans, Kyle Anderson) mixati a un gruppo di veterani affidabili (gli eterni Parker e Ginobili, ma anche Pau Gasol e Rudy Gay). E dato che Leonard non sembra intenzionato a tornare in campo e il contributo dei vari Aldridge (gioco forza il leader di questi Spurs 2017-18), Parker, Ginobili e Gasol sono facilmente pronosticabili (nel loro inestimabile valore – dato soprattutto dall’esperienza – ma anche negli inevitabili limiti, dovuti principalmente all’età) non è azzardato sostenere che a decidere le sorti stagionali dei nero-argento finiranno per essere proprio i “comprimari” della truppa di coach Popovich, quei giocatori di ruolo che stanno cercando di guadagnarsi un peso sempre maggiore all’interno dell’universo Spurs. Non a caso è a loro che l’allenatore di San Antonio (anche recentemente, dopo la sconfitta contro Washington) ha lanciato frecciatine molto dirette per motivare il gruppo sui temi da sempre cari all’ombra dell’Alamo: “Pochissima durezza mentale, zero disciplina, zero sforzo. Certo, uno o due giocatori hanno provato a fare la loro parte, ma da quel che so la pallacanestro rimane uno sport di squadra. Pessima transizione difensiva, mancanza di comunicazione, tendenza ad accampare scuse inutili: è evidente che ci sia qualcosa che non va”, la sua dura quanto lucida analisi. La questione a San Antonio sembra questa: per via di infortuni (Leonard) o età (Parker e Ginobili) le fondamenta su cui costruire i successi della squadra oggi devono oggi essere necessariamente diverse, e capire se il gruppo di giocatori agli ordini di Popovich (da Kyle Anderson a Dejounte Murray, da Bryn Forbes a Davis Bertans, passando anche per due veterani come Patty Mills e Rudy Gay) è pronto per reggere la competizione dei playoff a ovest è il grande enigma di questa primavera texana. 

Popovich e la fiducia nelle sue seconde linee

Una transizione che lo stesso allenatore dei nero-argento ha riconosciuto apertamente in una recente dichiarazione, riferita al passaggio di consegne più evidente – quello in cabina di regia, da Parker a Murray – ma facilmente applicabile anche agli altri ruoli e alle altre pedine del gioco. “Ci sono state partite in cui bisognava decidere se lasciare Dejounte [Murray] in campo nei minuti finali o andare con Tony [Parker] fidandosi del suo feeling maggiore per momenti del genere. Se si vuole che i giovani acquisiscano quel tipo di esperienza e di know how di cui andiamo fieri qui a San Antonio l’unico modo per permetterglielo è che restino in campo nei momenti chiavi, permettendogli di giocare e capire sulla loro pelle certe situazioni. Con Murray lo abbiamo fatto, lui sta imparando in fretta e molto di quello che ha appreso è frutto proprio dei duelli che ha avuto con i suoi avversari, che una sera si chiamano Russell Westbrook e quella dopo Steph Curry”. Un’analisi lucida quanto spietata, anche nella conclusione che Popovich indirizza alla sua nuova point guard titolare ma che potrebbe estendere agli altri membri della seconda linea degli Spurs: “Sono esaltato per lui, perché si ritrova gettato nella mischia ed è chiamato a farsi valere”. Murray ha già dimostrato nel corso dell’anno di essere uno dei più pronti a raccogliere l’eredità dei più illustri veterani: titolare del secondo miglior net rating di squadra alle spalle di Aldridge (+5.5), miglior rimbalzista a roster se si esclude la coppia di lunghi titolari Aldridge-Gasol (5.6), è però titolare di un dato che va in netta controtendenza rispetto a queste indicazioni: i due quintetti più usati da Popovich in stagione, infatti, vedono il poker Green-Anderson-Aldridge-Gasol completato alternativamente da Mills o Murray: il net rating del quintetto con l’australiano è +10.1, quello con il talento di Seattle è -8.9 (un differenziale secco di 19 punti). Dubbi analoghi, in un verso o nell’altro, valgono anche per gli altri componenti del supporting cast degli Spurs, dai giovani (Kyle Anderson, Bryn Forbes, Davis Bertans) ai meno giovani (Rudy Gay, Patty Mills), tutti chiamati a recitare da protagonisti. 

Da Kyle Anderson a Rudy Gay

Anderson ad esempio – al quarto anno in maglia Spurs, titolare in 61 delle 67 gare stagionali e ai suoi massimi di sempre in ogni categoria statistica, dai punti, ai rimbalzi, agli assist e alle percentuali dal campo – non si è visto rinnovare il contratto firmato da rookie da una dirigenza che forse vuol far passare al prodotto di UCLA proprio questo tipo di messaggio: il periodo di prova non è ancora terminato. Anderson sfoggia comunque un net rating positivo (+2.8) a testimonianza della sua utilità in campo, dovuta all’estrema versatilità del suo gioco e a un ottimo IQ cestistico, qualità che ne fanno una pedina importante nello scacchiera di coach Popovich. Diverso invece il discorso per la coppia Forbes-Bertans: caratteristiche diversissime in campo, entrambi al secondo anno, li accomuna anche il fatto di fare il proprio in maniera diligente sporcando poco il foglio. Quello che gli Spurs guadagnano in attacco con la guardia ex Michigan State lo pagano poi in difesa, mentre esattamente l’opposto accade con il centro lèttone. Un caso a parte invece merita l’apporto di un veterano appena arrivato alla corte di coach Popovich come Rudy Gay: la sua capacità di produrre punti non è in discussione (è lui il terzo marcatore di squadra dietro ad Aldridge e a Leonard, nelle sue 9 apparizioni in campo), anche se i dati statistici di squadra sfoggiano un segno negativo con lui è in campo, tanto in attacco che in difesa. Popovich si professa soddisfatto “della costanza e della disponibilità con cui sta lavorando per cercare di cambiare un po’ il suo stile di gioco e aggiungere al suo repertorio anche la difesa”, ma l’esperienza che la sua età assicura non è necessariamente detto che si traduca in esperienza di playoff, visto che l’ex Grizzlies e Kings ha disputato la postseason una sola volta negli 11 anni della sua carriera NBA (eliminazione al primo turno in maglia Grizzlies nel 2012). Insomma, all’ombra dell’Alamo ci sono segnali incoraggianti dalle nuove generazioni – gli Spurs del futuro – ma anche dubbi sul grado di affidabilità presente di un gruppo che per un motivo (infortuni) o un altro (età) rischia di non poter contare moltissimo sulle proprie superstar. Come andrà a finire lo diranno soltanto i playoff.