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Come Rudy Gobert è diventato il Difensore dell’Anno della NBA

NBA

Ennio Terrasi Borghesan

Da freak considerato troppo “morbido” al centro con più impatto difensivo della lega: ecco perché il lungo degli Utah Jazz non è solo il Difensore dell’Anno, ma anche l’All-NBA meno pubblicizzato della Lega

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A differenza di quanto non avvenga per il basket europeo, in NBA vi è una maggiore tendenza a premiare un lungo con il premio di miglior difensore. Basti pensare, ad esempio, che soltanto tre volte nelle ultime 20 stagioni il premio sia andato a un esterno: due sono fresche - il back-to-back di Kawhi Leonard nel 2015 e nel 2016 - e una meno, con la vittoria di Ron Artest prima del “Malice at the Palace”.

Gli ultimi lunghi ad aver vinto il premio sono giocatori abbastanza diversi tra loro: con Draymond Green si è premiato, nella scorsa stagione, un sistema difensivo eccellente come quello dei Golden State Warriors, capaci di costruire i loro successi nella metà campo difensiva prima che in quella offensiva; Marc Gasol e Joakim Noah, invece, sono gli unici due giocatori europei ad essersi aggiudicati il riconoscimento, rappresentano due esempi simili - ma con peculiarità diverse - di eccellenti difensori calati in un ottimo sistema.

Il sistema, quindi, è sempre un tema ricorrente quando si va a premiare il difensore dell’anno in NBA. È lo stesso sistema che permetterà, in questa stagione, a Rudy Gobert di diventare il secondo giocatore francese in cinque stagioni ad aggiudicarsi un premio che è considerabile come il riconoscimento a una crescita quinquennale strabiliante, che ha permesso a un freak di due metri e 20 considerato “soft” di diventare uno dei migliori giocatori della Lega.

Détermination et fierté

Le prospettive non erano delle migliori, per il nativo di San Quintino. Dotato di una strabiliante struttura fisica ereditata dall’omonimo padre  (che però di cognome fa Bourgarel), già nazionale francese negli anni ‘80 e originario della Guadalupa, il giovane Rudy approda 15enne nelle giovanili del Cholet.

La prima “rivelazione” alla pallacanestro continentale avviene tre anni più tardi, quando un acerbissimo Gobert è il giocatore principale della Francia all’Europeo Under 18 in Lituania: un torneo dominato dai padroni di casa, con un Jonas Valanciunas autentico mattatore della manifestazione e assoluto dominatore del confronto diretto, nel quale il lungo dei Raptors firma la sua migliore prestazione proprio contro la Francia di Gobert, con 34 punti che fanno strabuzzare gli occhi ai tanti scout NBA presenti sugli spalti.

Nei commenti si legge anche un “This guy is going to take the NBA by storm”. Non è andata del tutto così, ecco.

In quell’estate lituana Gobert affronta anche altri due rivali poi ritrovati dall’altra parte dell’Oceano come Dario Saric e Davis Bertans. È l’inizio di un continuo periodo di apprendimento intrapreso dall’allora lungo del Cholet, perché il debutto definitivo in prima squadra avviene soltanto 15 mesi dopo quell’Europeo.

Nelle due stagioni in Pro-A con la squadra della Loira ha la possibilità anche di mettersi in gioco in una competizione continentale come l’Eurocup, dove debutta contro un avversario di tutto rispetto come Timofey Mozgov, temporaneamente in Europa per il lockout NBA. L’apprendistato del giovane Rudy è continuo, e sebbene Cholet nei due anni con Gobert stabilmente in prima squadra si allontani da quell’epoca di fasti in cui, nel 2010, aveva conquistato il titolo di campione di Francia, il nome dell’immenso lungo originario delle Guadalupe comincia a circolare con insistenza all’interno degli ambienti NBA.

Con le sue caratteristiche fisiche, ma anche un’indole in campo che appariva come “soft” - fisicamente, ma anche mentalmente - agli occhi di un osservatore esterno, Gobert ricordava ad alcuni, in tutto e per tutto, un altro altissimo lungo francese, passato alla storia in quello che rimarrà per sempre uno dei momenti più iconici nella storia del basket.

18 anni dopo, Vince Carter è ancora in NBA. Frederic Weis, invece, ha rivissuto la schiacciata nel recente All-Star Game francese.

«Nessuno mi farà mai una cosa simile». In un’intervista rilasciata un paio d’anni fa a Sports Illustrated, l’odierno giocatore dei Jazz, oltre a raccontare come da piccolo fosse solito guardare continuamente la schiacciata di Carter, mostra un lato inizialmente sottovalutato e passato sotto traccia del suo carattere: un fortissimo senso d’orgoglio. «Alcuni giocatori non hanno orgoglio. Io sì, forse troppo». Dichiaratosi per il Draft 2013, e strabiliando nella Combine dove riscrive i record di wingspan e standing reach, Rudy Gobert viene nominalmente scelto con la numero 27 dai Denver Nuggets, appena prima di quel Livio Jean-Charles che era stato suo compagno di squadra all’Europeo Under-18 del 2010.

Dei Nuggets “The Stifle Tower”, soprannome datogli dopo i record segnati alla Combine, fa però in tempo soltanto a prendere il cappellino, in quanto i suoi diritti prendono immediatamente la strada di Salt Lake City in cambio di quelli per Erick Green, scelto nello stesso Draft alla numero 46.

Il primo impatto con l’NBA per il giovane Rudy non è dei più semplici: i Jazz sul mercato perdono giocatori importanti come Paul Millsap e Al Jefferson, e la squadra che pochi mesi prima aveva sfiorato i playoff chiudendo con un dignitoso record di 43-39 paga caro un inizio terribile da una vittoria e 14 sconfitte, chiudendo poi la stagione nei bassifondi della Western Conference.

In tutto questo Gobert, nonostante lo spazio in teoria liberatosi dagli addii di Jefferson e Millsap, gioca pochissimo agli ordini di un ormai sfiduciato e demotivato coach Tyrone Corbin: soltanto in quattro delle 45 presenze stagionali il giovane Rudy rimane sul parquet per 20 o più minuti, in un’annata in cui si registrano anche discese in D-League con i Bakersfield Jam.

L’anno da rookie di Gobert: qualche lampo, ma soprattutto tanto lavoro in palestra.

Continuité et travail

Tutto comincia a cambiare nella stagione successiva, in cui la dirigenza Jazz innanzitutto decide di confermare la fiducia al giocatore, esercitando la Team Option sul terzo anno del suo contratto prima dell’esordio stagionale. Il vero cambiamento, però, è l’arrivo di coach Quin Snyder sulla panchina di Utah.

Maggiormente predisposto verso i giocatori international data la sua esperienza da assistente al CSKA Mosca agli ordini di Ettore Messina, Snyder non esita a dare fiducia al nativo di San Quintino che risponde presente, mostrando segnali di crescita promettenti proprio in quelli che erano stati i punti deboli del biennio con Cholet e dell’anno da rookie.

Una delle prime partite in carriera di Gobert in quintetto è in questa sfida contro i Chicago Bulls del gennaio 2015. Contro due clienti difficili come Pau Gasol e il connazionale Joakim Noah, Gobert mostra da subito attività in attacco e reattività in difesa, mettendo a referto la quarta doppia-doppia in carriera in quella che si può considerare come la miglior partita in carriera sino a quel momento.

Da un anno all’altro Gobert ha mostrato un ottimo utilizzo del corpo sui due lati del campo, senza pagare i segni di un fisico diventato decisamente più imponente a seguito del duro lavoro in palestra. Il merito di tale sviluppo senza perdere i precedenti pregi del suo fisico sta anche nell’esperienza di Mark McKown, che è il strength and conditioning coach dei Jazz dal lontano 1997 e da più stagioni è diventato anche assistente deputato allo sviluppo dei giocatori. McKown, quindi, è passato indenne attraverso la fine dell’era Jerry Sloan ed è l’unico membro dello staff tecnico e atletico dei Jazz ad aver lavorato anche con la squadra di Stockton e Malone. Guardando i miglioramenti continui e costanti di Gobert a livello fisico e atletico, viene da dare ragione a chi considera McKown come uno dei migliori nella Lega nel suo ruolo.

Tali miglioramenti, uniti a una dote non facile da trovare in un lungo acerbo e in fase di crescita come l’intelligenza nel gestire sotto canestro una corporatura imponente, hanno portato Gobert a registrare solamente due partite sulle 82 giocate nel suo anno da sophomore con 5 o più falli commessi.

La stagione 2014-15 continua però ad essere associata al concetto di cambiamento: durante la trade deadline di Febbraio, infatti, i Jazz decidono di raddoppiare l’investimento su Gobert separandosi da Enes Kanter, scelto poco meno di quattro anni prima con la terza scelta assoluta, mandando il turco agli Oklahoma City Thunder e promuovendo il giovane francese a centro titolare: era il 20 febbraio 2015 e da quel momento Rudy Gobert non è più uscito dal quintetto base dei Jazz.

Due settimane dopo la deadline, Gobert raggiunge il suo massimo in carriera con 24 rimbalzi in una vittoria contro Memphis, nel pieno di una striscia da 11 vittorie in 14 partite post-trade che fece sognare il ritorno ai playoff.

La stessa continuità nei miglioramenti ha permesso al giocatore francese, passato un anno di crescita transitoria nella stagione 2015-16 in cui Utah manca i playoff nell’ultima giornata di Regular Season, di raggiungere la definitiva consacrazione nella scorsa stagione.

Al quarto anno nella Lega, Gobert viene inserito nel primo quintetto difensivo e addirittura nel secondo team All-NBA: riconoscimenti al termine di una stagione con 14 punti e 12.8 rimbalzi di media, da leader nella Lega per stoppate  -totali e di media - e Defensive Win Shares. Il tutto per una squadra che raggiunge anch’essa l’attesa consacrazione, vincendo 51 partite e arrivando al secondo turno di playoff per la prima volta dal 2010.

Dopo un'altra stagione di assoluto livello, al netto delle partite saltate per il recupero dall’infortunio, viene da chiedersi: esistono ancora margini di miglioramento per Rudy Gobert?

Défense et attaque

Nonostante la partenza di Gordon Hayward, anche in questa stagione i Utah Jazz si sono confermati come una delle miglior difese della Lega, mancando il primo posto solo per le tante partite saltate dal francese per infortunio. È sulla difesa che sono state fondate le basi di una rimonta straordinaria, che ha portato una squadra che aveva iniziato la stagione con un record di 19 vinte e 28 perse a vincere 29 delle ultime 35 partite di regular season, vedendo sfumare soltanto all’ultimo giorno il 3° posto e il bis del titolo della Northwest Division.

Come si può vedere in questo video di SB Nation - relativo alla passata stagione, ma più attuale che mai - la fisicità di Gobert non lo rende soltanto uno straordinario protettore del ferro in grado di condizionare ogni tentativo al ferro degli avversari. Le sue lunghe leve, infatti, gli permettono di poter coprire in maniera efficace su entrambi i protagonisti di un classico pick and roll: a quel punto le scelte, per l’attaccante, non sono semplici. Gobert, infatti, può sia bloccare o condizionare il tentativo in entrata del portatore di palla che, nel caso in cui il pallone finisce al rollante, complicarne i movimenti alla ricerca del miglior tiro possibile.

Allo stesso tempo, l’affidabilità di Gobert sotto questo aspetto permette al resto dei giocatori dei Jazz di essere in grado di coprire la maggior parte possibile delle linee di passaggio avversarie con maggiore aggressività rispetto agli altri, rendendo complicata anche l’opzione di uno scarico in angolo: è come se, quando si verificano queste situazioni, i Jazz difendessero con sei giocatori sul parquet anziché cinque.

Un aspetto poi abbastanza sottovalutato della difesa di Gobert, e affinato con la rapida ed efficace crescita sotto le cure atletiche di McKown e tecniche di Snyder, è la sua immediata reattività nell’assumere la miglior posizione difensiva possibile ogniqualvolta che c’è da coprire su un piccolo a seguito di un cambio difensivo: un esterno, ritrovandosi davanti a un lungo delle dimensioni di Gobert e in grado di tenere la posizione, si ritrova automaticamente in difficoltà perché in una situazione desueta.

Quanto visto nella scorsa stagione è poi continuato, in meglio, in questa. Guardando il video della campagna dei Jazz per il ‘DPOY’ al francese, è dura trovare controindicazioni.

Derubricare Gobert a “semplice” ottimo difensore sarebbe opera assai incompleta. È proprio in attacco che probabilmente “The Stifle Tower” ha fatto i maggiori miglioramenti rispetto alla base di partenza. Quello che inizialmente veniva considerato quasi esclusivamente come un ottimo ricevitore di lob e un marcatore limitato all’interno del pitturato, nel corso degli anni è cresciuto fino a diventare uno straordinario attaccante anche senza la palla.

Alla sua altissima percentuale di True Shooting, infatti, Gobert associa l’essere uno dei migliori giocatori nella Lega per screen assists: i suoi blocchi granitici spezzano il ritmo della difesa che gli avversari impostano sul pick and roll dei Jazz, che diventa quindi una delle soluzioni offensive più ad alta percentuale per la squadra di Snyder.

Ma gli istinti offensivi di Gobert e quell’eccellente uso del corpo già citato in precedenza rendono il francese un attaccante molto competente quando servito in movimento, arrivando abbastanza agevolmente alla conclusione migliore possibile grazie alla sua agilità e alla capacità di comprendere il movimento giusto per far sì che la sua conclusione a canestro sia la migliore possibile. In un attacco basato sul concetto di mantenere e ampliare poco a poco un vantaggio inizialmente conquistato, Gobert si fa notare come un lungo in grado di “mandare avanti” la catena, senza spezzare quanto fatto dai compagni.

Le attenzioni che quindi il giocatore francese richiede dalla difesa avversaria sono, di conseguenza, una manna dal cielo per i Jazz, che possono quindi armare le bocche da fuoco dei buoni tiratori dall’angolo, primo tra tutti Joe Ingles. Tali miglioramenti offensivi, però, non sono soltanto identificabili nel gioco di Utah, ma anche in quello della Nazionale Francese.

Eurobasket 2015 è stata la consacrazione di Gobert con la maglia transalpina; nella leggendaria semifinale in cui Gasol realizzò 40 punti trascinando la Spagna in finale, il 5° fallo di Gobert fu decisivo nel privare la Francia di una delle sue principali opzioni.

Le futur c’est ici

Nell’arsenale tecnico di Rudy Gobert ci sono anche delle gemme poco citate e relativamente inesplorate: ad esempio, la capacità del francese di essere un buon passatore può aggiungere imprevedibilità all’attacco di Utah, che comunque si è differenziato nel passaggio da Gordon Hayward all’esplosività entusiastica di Donovan Mitchell.

Esaltati i pregi del lungo francese, però, non bisogna mettere sotto un tappeto quelle che sono delle punte di difetto rappresentanti margini di miglioramento o aspetti da rifinire e ridefinire. Offensivamente, ad esempio, è interessante notare come Gobert abbia - seppur in maniera ridotta - allargato di poco il suo raggio di tiro: rispetto allo scorso anno il francese si prende il 5% in più di tiri dalla corta distanza (tra 1 e 3 metri), mostrando una parvenza di floater che può sempre tornare utile.

Nell’immediato, invece, Gobert si ritrova ad affrontare ai playoff uno degli avversari diretti che soffre di più, il neozelandese Steven Adams, che tra l’altro col francese condivide l’annata di scelta al Draft. Proprio Adams ha ben figurato in Gara-1 e il duello tra i due lunghi international è una delle chiavi della serie: vincerlo, per Utah, moltiplicherebbe le chance di upset e passaggio del turno, viste le differenze a livello di talento ed esperienza.

Un ulteriore aspetto da correggere, nella costruzione del giocatore Gobert, è relativa però all’uomo Gobert, e in particolare a quell’orgoglio e a quell’elevato spirito battagliero ad ogni costo che a volte finiscono per strabordare, sfociando in uno spirito simile all’arroganza verso alcuni giocatori avversari. Non il massimo della vita e non il miglior tranello in cui cadere per il lungo francese, il principato indiziato al premio di Difensore dell’anno e a rifare un’apparizione - ma quest’anno potrebbe essere più difficile, data l’esplosione di Joel Embiid e lo spostamento di Anthony Davis a centro - all’interno di uno dei quintetti All-NBA.

È probabilmente sbagliato sostenere che Rudy Gobert oggi sia un giocatore sottovalutato, visti i riconoscimenti ricevuti nelle ultime due stagioni: il rischio però è che si parli troppo poco di un giocatore a cui, non più tardi di cinque anni fa, veniva pronosticata una carriera di medio livello NBA e che oggi, dopo sole cinque stagioni in carriera, potrebbe non essere eresia considerarlo tra i 15 giocatori più forti attualmente in circolazione nella National Basketball Association.