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Playoff NBA: Jayson Tatum, un veterano nascosto nei panni di un rookie

NBA

Il n°0 dei Celtics è stato decisivo nel successo in gara-5 di Boston, miglior realizzatore e difensore tuttofare per ben 41 minuti: "Non so se altri alla sua età erano in grado di giocare a questo livello, ma sono certo che migliorerà con il tempo"

“Sono certo che sarà il primo a raccontare che questo tipo di partite lo esaltano, era una sfida su cui aveva puntato molto dopo i due passaggi a vuoto a Cleveland”. Nonostante i 20 anni e la preventivata immaturità, Jayson Tatum è riuscito per l’ennesima volta a sorprendere tutti quelli che non vogliono arrendersi all’evidenza: il rookie dei Celtics è un giocatore fatto e finito, competitivo al massimo livello nonostante la giovane età. Il suo zampino è enorme nel successo in gara-5 contro Cleveland, autore di 24 punti, sette rimbalzi, quattro assist e decine di giocate difensive di grande utilità. “J.R. Smith e Jeff Green stanno giocando molto duro su di lui, gli stanno rendendo la vita difficile”, sottolinea coach Brad Stevens, anche se nessuno se n’è accorto nell’ultima sfida. In gara-5 infatti le cose sono andate in maniera diversa. Non per caso, ma frutto di una preparazione che lo ha portato a essere pronto dopo aver battuto in testa nei due episodi precedenti. Dopo il rientro a Boston post gara-4, Tatum si è dedicato assieme all’assistente allenatore Micah Shrewsberry al lavoro in sala video. Tutte le sue carenze offensive e difensive messe sotto la lente d’ingrandimento, cercando di non far cadere il rookie nella trappola dei Cavaliers. Niente più azione passiva sui cambi e continui rimpiazzi ogni volta che dopo il blocco l’attacco di Cleveland lasciava il tempo di riprendere posizione e rendere vano il missmatch. In attacco invece, un’accortezza diversa: Tatum ha più volte dimostrato di essere un giocatore che ha bisogno di più tempo per entrare in ritmo. Per questo Stevens ha deciso di farlo uscire più tardi, invertendo la rotazione con Brown e lasciandogli spazio nel primo quarto. Ennesima mossa che ha funzionato nel piano partita dei Celtics, che si godono la maturazione del 20enne che, a differenza di molti, non ha risentito del rookie wall; il crollo verticale che inevitabilmente i giovani hanno di fronte a una stagione da 100 partite in sette mesi: “È felice di essere in campo e di poter andare ancora avanti con la sua squadra – racconta Brown -, ho sempre pensato che il rookie wall in realtà sia una barriera mentale posta dalla società più che un problema di tenuta fisica. Se senti di poter dire la tua in NBA anche dopo 90 partite, la riuscita del tuo gioco dipende solo da te”.

Una crescita prevista, merito della famiglia e dei vecchi allenatori

Anche Tyronn Lue non può che sottolineare la sua maturità: “Ha avuto subito a inizio partita delle opportunità per segnare e ha tratto vantaggio da quello. Non è una questione di aggressività, ma di saper sfruttare le occasioni a disposizione. Ha giocato come un veterano”. Un giocatore d’esperienza nonostante questi siano i suoi primi playoff in carriera e 12 mesi fa non avesse idea di quale capellino avrebbe indossato qualche settimana dopo al Draft. La sua prima partita oltre quota 20 punti, arrivata dopo essere stato l’anello fisso dell’ingranaggio Celtics nella serata, in campo per ben 41 minuti. Ennesima dimostrazione di come alle volte la giovinezza (di cui lui, Jaylen Brown e Terry Rozier sono portatori sani) possa battere l’esperienza; anche quando l’aria si fa più rarefatta in vista delle Finals. Merito del suo talento, ma anche del lavoro che coach Stevens sta facendo con lui, nonostante il diretto interessato schivi con eleganza ogni complimento: “Spesso usiamo in maniera sbagliata la parola sviluppo. Quello che viene fatto in NBA è più che altro un lavoro di rinforzo. Penso che Jayson fosse già pronto ad affrontare palcoscenici e responsabilità del genere già prima di arrivare da noi. È merito della sua capacità di non farsi prendere dall’emozione, della sua intelligenza. È il risultato di tutti gli allenatori e dei loro insegnamenti che ha seguito nella sua vita, di quanto gli è stato inculcato dalla sua famiglia. Non so se qualcuno da rookie prima di lui fosse in grado di fare cose di questa importanza, so solo che lui continuerà a migliorare con il tempo”. E Tatum? Parla poco e quando lo fa cerca di richiudere la bocca il prima possibile. Uno che va dritto al punto anche ai microfoni dei giornalisti: "Mi piace molto essere protagonista e giocare partite di questo livello, determinare quando la gara è in equilibrio e quando c’è l’attenzione di tutti i nostri tifosi attorno a noi. Tanti ragazzi del roster hanno risposto presente questa sera, non lo ripeterò mai abbastanza. Siamo a una vittoria di distanza dalle Finals, nonostante tutte le difficoltà affrontate dal primo giorno di regular season. È eccitante far parte di tutto questo. I playoff ti costringono a tirare fuori il meglio di te come persona e come giocatore e la speranza è che continui a funzionare".

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