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NBA Finals, che festa (e quanto champagne) nello spogliatoio Warriors!

NBA

La dirigenza ha speso più di 400mila dollari in bottiglie di champagne per festeggiare un'impresa che resterà nella storia della NBA: i giocatori ne hanno approfittato, dando vita a siparietti "involontari" molto divertenti

“Abbiamo faticato per vincere questo titolo. Questa è la ragione per cui lo champagne continua a grondare dalle nostre teste: perché è difficilissimo riuscire a compiere un’impresa del genere”. Steve Kerr non vuole che la gioia dei suoi ragazzi venga sottostimata o peggio ancora far passare come la norma l’essere riusciti a conquistare il terzo titolo NBA negli ultimi quattro anni. Un’impresa titanica, da consegnare agli annali bagnandola con quanto di meglio offra il mercato. Nello spogliatoio degli Warriors infatti, nonostante la scaramanzia, c’erano già pronte quasi 300 bottiglie di champagne (no, non c’è refuso). Moet & Chandon, buona parte delle quali appartenenti alla edizione limitata Moët Impérial Golden Luminous Magnum. Un bagno e una bevuta da 400mila dollari in sostanza, più che meritato da un gruppo che si è confermato imbattibile per qualsiasi avversario. Neanche i fischi dei tifosi di casa sono riusciti a stemperare l’entusiasmo, nonostante qualcuno abbia storto il muso durante la premiazione. Chi come Steph Curry magari ha visto il suo urlo e il sorriso sul podio in parte raggelato dalla sorpresa scaturita dall’assegnazione del premio di MVP a Kevin Durant, ma poi ha subito recuperato entusiasmo partecipando in spogliatoio ai festeggiamenti. Alcuni reporter raccontano di come avvicinandosi a Curry si avesse la sensazione “di essere a contatto con una distilleria”, ma per una volta alzare il gomito sembra essere un atto dovuto. A sorreggerlo lungo la via di casa ci penserà il suo ‘fratello di canestri’ (orribile traduzione di ‘Splash Brother’), limitato nel primo tempo dai falli e come al solito chirurgico nella ripresa. Anche Klay Thompson si è meritato vittoria, celebrazione e soprattutto festa. Arrivato in conferenza stampa assieme a Draymond Green, il n°11 di Golden State ha preso lo smartphone e cercato su Google il proprio nome, felice di leggere nella sua biografia su Wikipedia la dizione ‘tre volte campione NBA’ e mostrandola con tracotanza al compagno: “Hanno già aggiornato, è pazzesco”, commenta Green, sghignazzando sul palco dando ai giornalisti un siparietto di cui scrivere prima ancora di iniziare con le domande. La parata è prevista per martedì, mentre la squadra si prepara a un viaggio in mattinata che li porterà ad atterrare a Oakland alle 12:30 locali. I tifosi sono chiamati a raccolta: lo champagne probabilmente sarà finito a quell’ora, ma non la voglia di festeggiare.

Nick Young protagonista indiscusso del post partita

Tutto giusto, tutto dovuto, ma la storia nella storia è certamente quella di Nick Young, che nessuno non più di 12 mesi fa avrebbero pronosticato come futuro campione NBA. Un personaggio stravagante, più volte raccontato e tuttavia funzionale al progetto degli Warriors. Serviva un tiratore sugli scarichi e lui ha svolto il suo compito con dedizione, ennesima pedina perfetta da inserire in uno scacchiere che non ha ancora conosciuto la parola sconfitta. Travolto dalla gioia, Swaggy P ovviamente non ha tenuto a freno la bocca, togliendosi un bel po’ di sassolini dalle scarpe: “Sono passato dall’essere quello che veniva spiato, all’avere un anello al dito”, spara fuori dai denti; chiaro riferimento a quando ai Lakers il suo scontro con D’Angelo Russell mise sottosopra uno spogliatoio già decisamente in fermento. No, agli Warriors non ci sono di questi problemi, anzi: il casino si vede soltanto a fine anno, ma perché tutti hanno voglia di festeggiare il titolo NBA. E così Young sente di aver raggiunto la sua definitiva consacrazione, di aver fatto l’ultimo passo in una carriera a cui molti non avrebbero dato un centesimo: “Voglio candidarmi alla presidenza degli Stati Uniti”, ha iniziato a urlare mentre bagnava chiunque gli capitasse a tiro con l’ennesima bottiglia di champagne accarezzata. “Da oggi non sono più Swaggy P, no. Sono diventato Swag Champ, sono diventato un bene di interesse nazionale adesso. Un tesoro da conservare”. La reazione sobria che tutti avevano pronosticato, ma il prezzo minimo da pagare di fronte alla Storia con la "esse" maiuscola: Swag Champ è campione NBA.

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