12 giugno 2018

NBA Draft 2018: alla scoperta di Deandre Ayton, futura prima scelta dei Phoenix Suns?

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Il prodotto di Arizona sembra destinato a essere la prima scelta assoluta da parte dei Phoenix Suns, che lo metterebbero al fianco di Devin Booker per creare una coppia giovane e futuribile. Ma quali sono i pregi e i difetti del centro bahamense?

Manca poco più di una settimana al Draft che si svolgerà nella notte tra giovedì 21 e venerdì 22 giugno, ma tutti gli esperti sembrano essere concordi: le prime parole pronunciate dal commissioner Adam Silver saranno “With the first pick of the 2018 NBA Draft, the Phoenix Suns select… Deandre Ayton from University of Arizona”. Dubbi sembrano non essercene né da parte della franchigia né tantomeno del giocatore, che ha concluso il suo allenamento privato con i Suns dichiarando in maniera piuttosto sicura di sé che era certo di essere scelto con la prima assoluta. Evidentemente da parte della dirigenza dei Suns deve essere arrivata qualche rassicurazione in tal senso, anche perché Ayton non ha organizzato nessun altro workout con altre franchigie, rendendo piuttosto chiaro di essere più che interessato a cominciare la sua carriera al fianco di Devin Booker, Josh Jackson e tutti gli altri giovani del roster di Phoenix agli ordini del nuovo coach Igor Kokoskov. Arrivati a questo punto, se i Suns non dovessero sceglierlo alla 1 — o, peggio ancora, scambiare la scelta cedendola ad altri — sarebbe davvero un’enorme sorpresa per chiunque. Ma quali sono le qualità e soprattutto i difetti del prodotto di Arizona? Sarà in grado di reggere le pressioni derivanti dall’essere la prima scelta assoluta? Con l’evoluzione moderna del gioco, ha senso prendere un “centrone” di sette piedi e 120 chili che ha cominciato a giocare relativamente da poco e ha ancora molto da dimostrare? Proviamo a rispondere a tutte queste domande con il primo dei nostri profili dedicati ai prossimi protagonisti del Draft.

Storia personale: dalle Bahamas con furore

Solamente nel 2010 Ayton aveva a malapena toccato un pallone da basket nel corso della sua infanzia passata a Nassau, nelle Bahamas, dove è cresciuto insieme alla madre, al patrigno e ad altri quattro fratelli. “La mia famiglia è sconvolta dal fatto che il basket sia diventato così importante per me” diceva nel 2015, quando era già considerato tra i migliori prospetti liceali e paragonato a un giovane Kevin Garnett. “Nessuno pensava che sarei diventato così forte. Ma non appena ho avuto il pallone tra le mani, ho davvero cercato di impegnarmi per affrontare i migliori”. Tutto è cominciato quando sua madre lo ha convinto a partecipare a un camp di pallacanestro nell’estate del 2011, la sua prima esperienza di basket organizzato dopo aver giocato soprattutto a calcio con gli amici nel quartiere. Pur non sapendo praticamente nessuna regola (“A un certo punto ho saltato senza tirare, commettendo passi: io pensavo fosse una finta consentita”), il fatto che avesse già superato i due metri di altezza a soli 12 anni mostrando un’agilità e una coordinazione straordinaria fece girare più di una testa. Il passaggio negli Stati Uniti arrivò da lì a poco, grazie all’intercessione di un allenatore di AAU di nome Shaun “Ice” Manning, responsabile del suo passaggio a San Diego accogliendolo in casa sua. Da lì in poi, nonostante qualche problema accademico e personale con Manning, la scalata è stata impetuosa: dai primi tornei AAU dominati in lungo e in largo ai mixtape su ballislife.com, Ayton è rapidamente diventato uno dei prospetti liceali più seguiti d’America, decidendo poi di firmare per l’università dell’Arizona (anche qui non senza polemiche postume che sono quasi costate il posto di lavoro a coach Sean Miller) nello stesso stato in cui aveva disputato le due ultime stagioni di high school. Nel deserto di Tucson, Arizona, Ayton è stato sottoposto a un lavoro fisico che non aveva mai dovuto sostenere nella sua vita, non avendo per sua stessa ammissione mai sollevato un peso in tutta la sua adolescenza. Grazie a quel lavoro è diventato il portento fisico che oggi vale la prima scelta assoluta quasi ad occhi chiusi, forte di un’annata da 20 punti, 11.6 rimbalzi e quasi 2 stoppate di media con il 62.5% dal campo, il 34.3% da tre e il 73.3% ai liberi, facendo incetta di titoli individuali: Freshmen e giocatore dell’anno per la Pac-12 (vincendone il torneo), primo quintetto All-American e il Karl Malone Award.

 

Punti forti: fisico, rimbalzi, tiro e potenziale difensivo

Per cominciare a descrivere Ayton come giocatore di pallacanestro non si può che partire dal suo fisico debordante. Il bahamense sembra il frutto di un esperimento genetico scappato di mano a un gruppo di scienziati pazzi, tanto è più grosso e più veloce rispetto alla concorrenza: il campo sembra essere troppo piccolo e il canestro troppo basso per la sua mole. Ayton però non è solamente imponente, ma è anche atletico, veloce, potente e versatile, rendendolo uno dei prospetti fisicamente più impressionanti che siano mai arrivati in NBA, tanto da meritarsi paragoni con un giovane David Robinson, ma anche con i vari Greg Oden (ha delle ginocchia migliori, state tranquilli) e Joel Embiid (anche qui, la solidità fisica è migliore) per l’imponenza che trasmette in campo rispetto alla concorrenza. Questa sua fisicità debordante si nota non solo nel modo in cui attacca il ferro nei pick and roll, ma soprattutto nella presenza a rimbalzo che è costante sotto entrambi i tabelloni e trasferibile in NBA fin dal primo giorno, specialmente in quello offensivo dove possiede anche le doti di tagliafuori per farsi spazio e procurarsi punti da seconda opportunità.

Non bisogna però pensare che Ayton sia solo un “centrone grande, grosso e atletico che prende i rimbalzi”: quello che più intriga del suo profilo offensivo è la capacità di segnare a tutti e tre i livelli del campo — al ferro grazie alle doti fisiche già descritte, ma anche dalla media distanza e dietro la linea dei tre punti grazie a un tiro nel quale ha chiaramente fiducia. Anzi, si potrebbe dire che ne ha quasi troppa: a Ayton piace molto tirare quando si trova fronte a canestro, a volte accontentandosi del tiro in sospensione piuttosto che attaccare in palleggio degli avversari più bassi o più lenti di lui. Oltre a questo, il centro di Arizona unisce delle sorprendenti doti di visione e di passaggio che ne fanno un prospetto completo nella metà campo offensiva sotto tutti i punti di vista, riuscendo a uscire coi tempi giusti dalle situazioni di raddoppio e trovando i tiratori negli angoli con passaggi precisi, rendendosi utilizzabile quindi anche in situazioni di passaggio consegnato o di “short roll”.

Finora abbiamo parlato solo della metà campo offensiva, ma con il corpo che si ritrova Ayton ha tutti i mezzi per diventare una presenza in grado di spostare anche in difesa. Con quell’agilità, quella potenza e quella velocità di base, il futuro centro dei Suns è in grado di coprire dosi ampissime di campo e di diventare con il tempo una presenza intimidatoria a centro area, ma oltre a questo ha anche la possibilità di difendere con successo contro gli esterni sui cambi difensivi grazie ai suoi piedi veloci, diventando così un difensore completo e versatile che sono rarissimi nella NBA di oggi (e di particolare importanza durante i playoff). Anzi, per certi versi in questo momento del suo sviluppo Ayton è più a suo agio nel difendere contro gli esterni che contro i lunghi proteggendo il ferro, complice anche il modo in cui veniva utilizzato al college.

Punti deboli: reale consistenza difensiva, intensità e concentrazione

Nell’ultimo paragrafo abbiamo parlato del suo impatto difensivo in termini ipotetici e potenziali, perché nel suo unico anno ad Arizona i più grossi punti di domanda su Ayton si sono concentrati proprio sulla sua reale consistenza difensiva. Troppo spesso al lungo dei Wildcats sono sembrati mancare gli istinti difensivi tipici della sua posizione, quali la capacità di arrivare in aiuto coi tempi giusti o la concentrazione per sostenere lo sforzo per l’intero possesso difensivo, spesso perdendosi dei tagli o prendendo canestri per sue responsabilità. Bisogna però sottolineare come al college Ayton si sia trovato molto spesso ad agire da “4” al fianco di un altro lungo di ruolo come Dusan Ristic, mentre in NBA verrà utilizzato principalmente da 5 — avendo così il tempo di affinare e migliorare sotto questi aspetti, oltre a produrre numeri migliori in termini di recuperi e stoppate, molto bassi per un talento del suo calibro se paragonati a quelli di altri del passato. Di solito quello della disciplina difensiva è un difetto comune a molti lunghi in uscita dal college (bisogna sempre ricordarsi che stiamo parlando di giocatori di 19-20 anni), ma il rischio concreto è che si presenti un caso simile a Karl-Anthony Towns, in cui alla straordinaria presenza offensiva non corrisponde altrettanta concentrazione difensiva, pur avendo tutti i mezzi per riuscirci.

Quelli difensivi sono i principali dubbi su Ayton, ma non gli unici: l’intensità mostrata in diversi momenti delle partite è sospetta — tende ad affaticarsi, a perdere concentrazione e a non aggredire sempre la partita —, anche se lo scarso talento dei Wildcats attorno a lui non lo ha aiutato particolarmente specialmente al torneo, conclusosi immediatamente al primo turno contro Buffalo. Anche dal punto di vista tecnico c’è qualche difetto da limare: le mani non sembrano avere una qualità straordinaria per capacità di ricezione e di tocco (specialmente in situazioni di traffico), così come quando tira il pallone tende a uscire un po’ “piatto”, senza troppa parabola, rischiando di sporcare le percentuali. Inoltre le doti in palleggio devono essere migliorate, visto che non è del tutto in grado di mettere palla per terra con fiducia ed efficienza per crearsi un tiro in proprio.

Fit e comparison: quanto valgono i centri nel basket di oggi?

Se, come sembra ormai certo, i Phoenix Suns lo sceglieranno alla 1 si metteranno in casa un centro attorno al quale costruire la squadra del futuro, formando un’asse di assoluto talento insieme a Devin Booker e circondandoli di giovani intriganti come Josh Jackson ma anche Dragan Bender, Marquese Chriss, T.J. Warren e Tyler Ulis. Il dubbio a lungo termine è scoprire se riusciranno a costruire anche una difesa quantomeno nella media con due difensori al momento sospetti come Booker e Ayton, nella speranza che quest’ultimo venga adeguatamente seguito e catechizzato da un mammasantissima della difesa come Tyson Chandler, che di sicuro ha più di un segreto da potergli insegnare. È molto probabile che la prossima stagione dei Suns sarà di transizione, cercando di capire quali giocatori potranno far parte del roster del futuro (a partire da Elfrid Payton su cui bisognerà decidere da subito) e quali invece sono sacrificabili; allo stesso tempo i Suns devono anche mettere in mostra i propri giovani gioielli per presentarsi come una destinazione al mercato dei free agent del 2019, quando — complici le scadenze dei vari Jared Dudley e Chandler — avranno molto spazio a disposizione per puntare a dei grossi nomi.

L’unico dubbio che può esserci, per i Suns, è semmai filosofico: in una pallacanestro che si gioca sempre più sul perimetro e in cui i “lunghi classici” hanno sempre meno impatto per le sorti dei playoff, ha senso investire una prima scelta assoluta su un prospetto come Ayton piuttosto che su un esterno di talento purissimo come Luka Doncic? La risposta sta nella capacità di prevedere l’evoluzione del gioco nei prossimi anni: Ayton ha il potenziale per poter rimanere in campo anche contro una squadra che gioca “small” grazie alle sue doti atletiche fuori dal comune e a quelle tecniche che gli permettono di non compromettere le spaziature offensive, ma ha molti passi in avanti da dover fare — specialmente in difesa — per poter rientrare nella categoria degli “Unicorni” che sembrano essere destinati a dominare la lega nel prossimo decennio. Se riuscirà a farli, i Phoenix Suns si saranno messi in casa un giocatore franchigia attorno al quale costruire la loro risalita verso i playoff che ormai mancano dal lontano 2010 — ovverosia da quando Deandre Ayton ha preso in mano per la prima volta un pallone da basket.

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