08 luglio 2018

NBA, Kenny Smith: “Sorpreso dalla scelta di LeBron, a Est vedo Philadelphia favorita"

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L'ex stella degli Houston Rockets, due volte campione NBA nel 1994 e nel 1995, ha parlato in esclusiva a skysport.it, spaziando dai ricordi della sua carriera alla situazione attuale della lega, senza nascondere le sue opinioni sui movimenti di mercato dell'estate

GLI HOUSTON ROCKETS HANNO FATTO IL POSSIBILE E NON È BASTATO. E ADESSO?

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Un due volte campione NBA in visita a Sky Sport, prima ospite della redazione di skysport.it per una chiacchierata lunga quasi mezz’ora e poi in studio a Sky Sport 24 – pochi giorni dopo il passaggio di Karl-Anthony Towns – per festeggiare l’inaugurazione del nuovo canale all-NBA, in onda dal 2 luglio sul 205 (Sky Sport NBA). Perché Sky Sport è sempre più la casa del grande basket americano e Kenny Smith – che in tv oggi ci lavora, volto di TNT insieme a Shaquille O’Neal e Charles Barkley – uno degli ospiti più graditi. L'ex point guard degli Houston Rockets ci ha regalato questa intervista.

Sei cresciuto a New York City, quando la città era considerata “the Mecca of basketball”, un titolo che oggi forse la città non vanta più.

“È ancora la Mecca del basket, se si guarda all’attaccamento dei tifosi e alla loro conoscenza del gioco. Quello che è cambiato è che oggi tantissimi ragazzi crescono sui campi cittadini ma poi vanno al liceo altrove, per cui la gente spesso non sa che in realtà sono newyorchesi. Ai miei tempi cercare di farsi notare in una metropoli come New York era difficilissimo, tra otto milioni di persone devi fare in modo che la gente si accorgesse e parlasse di te. Io ce l’ho fatta giocando a basket: camminavo per le strade di New York e tutti sapevano chi ero, avere questo tipo di notorietà quando hai 16-17 anni non è facile ma allo stesso tempo ti fa anche riflettere, perché una citta come New York offre davvero tante possibilità di farcela, se davvero lo vuoi”.

Il tuo soprannome, “the Jet”, arriva da quei giorni all’high school…

“Sì, è stato uno dei giornalisti del New York Daily News – il responsabile delle pagine di sport scolastico, Bill Travers – a coniare il termine, perché in campo ero velocissimo. Io non lo sapevo neppure: un giorno apro il giornale e vedo scritto Kenny ‘The Jet’ e mi chiedo: chi è questo ‘The Jet’? Poi leggo l’articolo e scopro di essere io, Kenny ‘The Jet’ Smith. È stato lui il primo a darmi quel soprannome”.

Ti dà fastidio che oggi Jason Terry se ne sia appropriato?

“Oh no, perché nel mio caso il soprannome descrive il mio gioco, la mia velocità, mentre nel suo è semplicemente la sigla che riassume il suo nome, Jason Eugene Terry, quindi JET. E non perché è veloce… [ride]”.

Dopo il liceo alla Archbishop High School, quattro anni a North Carolina.

“Al tempo gli early entries non esistevano, i giocatori non si dichiaravano per il Draft in anticipo, mai: queli più forti facevano tutti i quattro anni previsti. Questo mi ha dato la possibilità di giocare in grandi squadre, assieme a quattro futuri giocatori NBA, il più importante dei quali ovviamente è stato Michael Jordan”.

E dalla prima partita del tuo primo anno sei subito stato titolare, una cosa rara…

“Sì, essere in quintetto in quella squadra da freshman oggi è l’equivalente del ricevere una convocazione per l’All-Star Game NBA da rookie. Il fatto che coach Dean Smith mi abbia fatto partire subito titolare è dovuto al fatto che io sapevo giocare bene insieme a grandi giocatori. C’è chi sa giocare bene se gioca da solo, in maniera individualista: io invece ho sempre dato il meglio più alto era il livello dei giocatori in campo con me. Il fatto che a North Carolina ci fossero giocatori così forti non ha fatto altro che innalzare anche il mio livello di gioco”.

Kenny Smith e due compagni di squadra speciali: Michael Jordan e Hakeem Olajuwon

Hai parlato di Dean Smith: cos’hai imparato da uno degli allenatori più leggendari di sempre?

“Ho imparato innanzitutto a essere un individuo all’interno di un gruppo. E poi che nella pallacanestro conta ogni elemento del gioco, non solo i tre che sentiamo ripetere in continuazione – punti, rimbalzi e assist. Sono tutte le altre piccole cose che rendono un giocatore davvero forte, completo e io ho imparato a riconoscerle grazie a Dean Smith”.

Da un allenatore a un altro: negli Houston Rockets dei due titoli NBA hai avuto Rudy Tomjanovich. Ci dici cosa vuol dire per te il suo famoso motto “Mai sottovalutare il cuore di un campione”?

“Il cuore di un campione non si può misurare dall’esterno, da fuori. È qualcosa che è dentro ogni giocatore e spesso maggiori sono le avversità che devi superare, più forte diventi; ci sono giocatori che invece davanti agli ostacoli mollano, mentre invece chi ha davvero il cuore da campione migliora sia ogni volta che affronta un’avversità sia quando le cose vanno bene”.

Quegli Houston Rockets hanno ovviamente in Hakeem Olajuwon il lider maximo, poi raggiunto da Clyde Drexler nella squadra del secondo titolo. Cosa rendeva queste due superstar davvero speciali?

“Per quanto riguarda Hakeem mi viene da dire la sua volontà di includere tutti nel concetto di squadra. Per Clyde è il suo essere stato un giocatore all-around, grande realizzatore ma anche ottimo difensore, capace di marcare ruoli diversi: la sua versatilità lo ha reso un giocatore incredibile”.

Due giocatori giovanissimi, Sam Cassell e Robert Horry, hanno avuto un ruolo importantissimo in quella corsa al back-to-back. Cosa li ha resi così pronti a recitare subito da protagonisti in una squadra da titolo?

“La loro maturità mentale, in campo. Fuori dal campo, soprattutto Sam Cassell… [scoppia a ridere] ma in campo erano giocatori già maturi, capaci di riconoscere tutte le cose che aiutano una squadra a vincere che ancora una volta esulano dai punti, dai rimbalzi, dagli assist. Erano molto maturi sul parquet e molto immaturi fuori…”.

Sei il miglior tiratore da tre per percentuale della storia dei Rockets (40.7%): come ti adatteresti alla NBA di oggi, dove il tiro da fuori è così determinante? Molti ex giocatori sono nostalgici sulla loro NBA: qual è la tua posizione?

“Ogni era è diversa. Non so quale possa essere considerata la migliore, non mi interessa. Posso solo dire che per me segnare non è mai stato un problema, mi veniva facilmente, ma nella NBA dei miei tempi mi veniva chiesto di essere prima un passatore e solo dopo un realizzatore. Ho dovuto rinunciare a un po’ delle mia capacità realizzative per aiutare i miei compagni, mentre oggi se sei un grande realizzatore tutti ti spingono a segnare sempre di più – per cui per me oggi sarebbe più facile arrivare ad avere 20-25 punti di media a partita [12.8 la sua media punti in carriera, 17.7 a sera l’anno in cui ha segnato di più, ndr], perché segnare era la parte del gioco che mi veniva più facile. Allora però mi veniva chiesto di non farne 25 a sera ma di aiutare questo o quel giocatore a farne 5. Se giocassi oggi quindi… probabilmente sarei più famoso, perché oggi sarei incoraggiato a segnare mentre allora non lo ero: sei un playmaker, ‘Prima pensa al passaggio e solo dopo al tiro’, mi ripetevano tutti”.

L'opinione di Kenny Smith sui Lakers di LeBron James e sugli Houston Rockets

Oggi lavori a TNT insieme a Shaquille O’Neal e Charles Barkley: ci racconti com’è?

“Niente di quello che facciamo o diciamo è preparato. Non abbiamo mai neppure un meeting con la produzione: ci troviamo in studio, decidiamo gli argomenti – i Kings, i Lakers, qualsiasi cosa… - e iniziamo a discuterne a telecamere accese. Io non ho la più pallida idea di quello che diranno e loro lo stesso di ciò che dirò io. Ernie Johnson interviene solo per fermarci quando è il momento di andare in pubblicità. Credo che questo sia quello che rende il nostro show unico, c’è un flusso in libertà di parole che però allo stesso tempo ha un suo ritmo, che abbiamo trovato col tempo e che non può essere duplicato perché origina proprio dai nostri pensieri e dalle nostre opinioni, e non è qualcosa di pianificato in una riunione”.

Ci sono giocatori che se la prendono per quello che dite?

“Probabilmente sì, ma quello che noi non ci permettiamo mai di fare è parlare dell’integrità morale dei giocatori, o mettere in dubbio la loro passione – perché questi sono elementi che non puoi misurare da fuori. Posso vedere che non corri avanti e indietro per il campo come  potresti, che non fai tagliafuori, che non hai stoppato un tiro o passato a un tuo compagno libero: queste cose possono essere misurate e analizzate, ma questo ci mette al riparo da reazioni eccessive”.

Hai sostenuto un colloquio per diventare capo-allenatore dei Knicks, quest’estate, e hai detto che entro 5 anni sarai in panchina a guidare una squadra NBA: come la farai giocare?

“Lo stile che prediligo è quello che vede in campo giocatori capaci di fare cose diverse in contesti diversi, in modo da sviluppare una pallacanestro di flusso, di ritmo. Fin da quando ho iniziato a giocare ho sempre pensato che l’essenza del gioco voglia vedere ogni giocatore coinvolto in ogni azione, senza limiti o vincoli di posizioni e ruoli. Non ci sono più centri, ali ed etichette del genere: il lungo può catturare il rimbalzo e portar palla, il piccolo può andare sotto canestro e magari sfruttare un mismatch di centimetri o chili col suo avversario diretto. Il flusso è la cosa più importante, perché rende più difficile – quasi impossibile – per le difese avversarie prepararsi. Il mio stile sarebbe questo, ma l’altra cosa su cui metterei l’accento è la costruzione di una cultura di squadra: la mentalità dev’essere lo stesso dal presidente della squadra, alla segretaria in ufficio fino al ballboy in campo. Questa mentalità in fondo è proprio quella che Rudy T chiamava ‘il cuore di un campione’ e  deve riguardare tutti, non solo una o più persone, ma l’intero sistema, un sistema egualitario”.

Kenny Smith: "Che spasso in TV con Shaq e Charles Barkley"

Una raffica finale sul mercato NBA, partendo ovviamente dalla scelta di LeBron James di firmare per i Lakers.

“Una mossa interessante, che mi ha sorpreso, perché non avrei mai pensato che potesse scegliere di unirsi a una squadra così giovane che – anche con il suo arrivo – potrebbe non essere già pronta per essere una contender per il titolo. A questo punto della sua carriera non avrei mai pensato che potesse prendere una decisione del genere”.  

DeMarcus Cousins a Golden State.

“Per via del fatto che sta ancora recuperando dall’infortunio al tendine d’Achille – e che probabilmente non potrà essere in campo prima di gennaio o febbraio – non credo che finirà per influenzare gli equilibri della lega così come tutti oggi sembrano pensare. Certo, quando sarà in campo troverà il modo di aiutarli, ma comunque dovrà sempre inserirsi in un contesto nuovo e assumersi certe responsabilità che fino a oggi spettavano a qualcun altro. Non so se saranno ancora un superteam: saranno una squadra composta di super giocatori ma non si possono avere in squadra cinque giocatori che viaggiano a 30 punti di media, non è semplicemente possibile, non ci sono tiri e possessi per tutti. Il suo ruolo porterà alla diminuzione del ruolo di qualcun altro, per cui non mi aspetto che gli Warriors diventino imbattibili: perderanno ancora – sono andati vicini a perdere anche quest’anno, contro Houston… - e resterà difficile confermarsi al vertice anche con Cousins al posto di JaVale McGee. Non credo che il suo arrivo cambierà drasticamente le dinamiche del gioco di Golden State”.

Cosa ne pensi dell’estate degli Oklahoma City Thunder?

“Aver ottenuto la conferma di Paul George è stato un ottimo affare per loro. Tre stelle – Russell Westbrook, Paul George e Carmelo Anthony – erano troppe, soprattutto perché il loro gioco di stile era troppo simile, tutti realizzatori. Con ogni probabilità se si dà un’occhiata alle statistiche avanzate dei Thunder si può capire che in tre non c’era la chimica ideale mentre in due – solo Westbrook e George – penso che possa funzionare meglio”.

A Est la battaglia sarà tra Boston e Philadelphia?

“Credo proprio di sì, e vedo i Sixers leggermente favoriti. Se non devono vedersela con qualche infortunio a mio avviso sono i migliori. Sarebbe stato divertente vederli con LeBron James? Sì, perché avrebbe potuto insegnare alle giovani stelle di Philadelphia come diventare campioni e poi ritirarsi, lasciando che loro potessero continuare a vincere anche in sua assenza. Allo stesso tempo, però, c’è un fascino tutto particolare nell’imparare a vincere da soli, senza maestri, senza aiuti: ti ritrovi davanti un puzzle e pezzo dopo pezzo trovi tu il modo di assemblarlo: farcela così genera una soddisfazione speciale”.

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