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18 novembre 2018

NBA: Boston non gioca duro e Stevens richiama i titolari in panchina

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La scelta del coach dei Celtics di fare fuori i titolari nel quarto periodo (eccetto Irving) ha fatto molto discutere, così come le sue parole a fine partita: “Il gioco premia sempre chi gioca duro”. E i Celtics in questo avvio smettono troppo spesso di farlo

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Soltanto 24 ore fa sembrava tutto perfetto. Stesso parquet, stessa squadra e una vittoria sofferta e pesantissima conquistata contro i Toronto Raptors, trascinati dal miglior Kyrie Irving da quando veste la maglia dei Celtics. La sfida contro Utah però, ha raccontato una storia diversa. Coach Stevens, all’ennesima schiacciata facile stampata in faccia della difesa di Boston da parte di Derrick Favors, ha preferito richiamare in panchina Al Horford, Gordon Hayward e Jaylen Brown; seduti a fare compagnia a Jayson Tatum. In campo il solo Kyrie Irving, al fianco di Brad Wanamaker, Guerschon Yabusele e Daniel Theis – quelli che di solito stanno a guardare gli altri in situazioni del genere. Boston infatti era in doppia cifra di svantaggio, ma poteva provare a ritornare in corsa. Un messaggio chiaro quello lanciato dall’allenatore dei Celtics: senza impegno non si può far parte di questa squadra. “Dobbiamo capire di dover costruire una mentalità molto più dura di quella che abbiamo messo in mostra sul parquet: non abbiamo dimostrato di essere attrezzati”. Horford, uno dei leader dello spogliatoio, fa il verso al suo coach: “È evidente che spesso siamo troppo preoccupati dell’esito dei tiri che prendiamo e del nostro attacco”, con Stevens che ammette che tutto parte dall’atteggiamento del corpo. Vedere i giocatori scuotere la testa dopo un tentativo sbagliato non è un comportamento che i Celtics possono permettersi di tenere; chiaro riferimento a Jaylen Brown (che ha preferito non parlare dopo la partita), in difficoltà in questo avvio di stagione. Il n° 7 di Boston sta viaggiando con il 36% di media dal campo e il 27% dall’arco, coronando in negativo dall’1/9 raccolto contro i Jazz, con una sola tripla a segno su sei tentativi. “Paul Patterson [a lungo allenatore di Taylor University], un mio vecchio amico, ripeteva sempre alle sue squadra una frase: “Il basket premia chi gioca duro”. E ragazzi, questa è una verità assoluta. È una cosa che nello sport si vede di continuo”.

Irving attacca: “Molti si accontentano del loro talento”

Boston in questa stagione è chiamata a compiere un percorso di consapevolezza molto delicato: inserire all’interno di un gruppo funzionante di operai e giovani talenti maturi, gli All-Star che causa infortuni non ci sono stati per un anno. Aver dimostrato di essere all’altezza per tre mesi però, rischia di caricare di eccessive aspettative dei ragazzi di 20 anni nel pieno della loro crescita: “Penso che i giovani vogliano approfittare del loro talento”, commenta Irving, senza peli sulla lingua. “Lo scorso anno i ragazzi del nostro spogliatoio che hanno giocato non erano chiamati a fare tanto, mentre adesso la grande pressione che viene posta su di loro è una sensazione con cui devono imparare ad avere confidenza. Performare ogni singola partita è la richiesta fatta a chi fa parte di una grande squadra come i Celtics”. Ma perché dice “approfittare” del loro talento? Irving scende poi nel dettaglio: “L’inizio della partita è il microcosmo perfetto per raccontare come è andata la nostra gara. Abbiamo forzato un cambio difensivo con Tatum che è finito contro Derrick Favors lontano da canestro. Tutti ci aspettavamo che lo avrebbe attaccato in penetrazione, ma non lo ha fatto. Ha preferito prendere un tiro da lontano. Questo è stato il nostro primo possesso”. La mattonata con cui Tatum ha scheggiato il ferro ha fatto rumore ed è rimasta ben impressa nella mente dell’All-Star dei Celtics. “Bisogna capire che se siamo in difficoltà nel trovare il fondo della retina, è necessario fare al massimo tutto ciò di cui abbiamo bisogno come squadra e non iniziare a preoccuparsi di sé stessi”.

Un problema di pressione e di aspettative personali?

Alti e bassi che stanno caratterizzando questo avvio di stagione a Boston, in altalena e con un record da 9 vittorie e 7 sconfitte: “Purtroppo al momento siamo questi: non vorremo, ma adesso è il massimo che riusciamo a fare”. Il tutto senza tenere conto del rientro di Gordon Hayward, il giocatore più utilizzato (39 minuti) nella gara contro Toronto e chiaramente sofferente a livello fisico e atletico contro i Jazz. I suoi progressi sono evidenti, ma in alcuni momenti di gioco la sua esplosività viene meno, come quando ha provato senza successo a schiacciare sulla testa di Donovan Mitchell, ricevendo in risposta una sonora stoppata del n°45 di Utah. “Dobbiamo imparare a pensare alla giocata successiva: ci sono alcuni momenti in cui hai un buon tiro, ma non riesci a segnare. Un attimo in cui emotivamente vieni risucchiato. Dobbiamo fermare tutto questo se vogliamo essere una squadra dura mentalmente. Hai sbagliato un tiro? Puoi fare la cosa giusta nella tua metà campo. Dobbiamo seguire ciò che ha detto Stevens”. Anche lui è finito a occupare un ruolo da panchinaro, assieme a un Tatum che deve ancora imparare a gestire la pressione: “Qualunque sia la parole che preferite usare, continuo a pensare che sia così – prosegue Irving – con tutto il lavoro che i ragazzi hanno fatto è naturale che abbiano delle enormi aspettative, che puntino a riuscire al meglio. È normale. È questo che ti porta a tenere la testa bassa ogni volta che il tiro non va dentro o che si sbaglia un movimento… bisogna trovare il giusto equilibrio tra queste due componenti. In questo primo mese di regular season i nostri avversari ci affrontano pensando che noi faremo spesso canestro, che riusciremo a trovare ritmo. Poi però succede che qualche volta non ce la facciamo e ci hanno mollato un bel pugno sul muso. Dobbiamo dimostrare di essere abili a rispondere”.

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