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12 febbraio 2019

NBA, OKC vince, Paul George si candida a MVP: "Sta giocando a un altro livello"

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A dicembre ha viaggiato vicino ai 31 punti di media, a gennaio appena sotto i 30 e nelle sei gare di febbraio è un soffio dai 40 a sera. A tutto questo va aggiunta la sua difesa, che lo mette ai primi posti in tutta la lega. Dall'intesa perfetta con Westbrook è nata la miglior stagione della carriera di PG13

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Billy Donovan l’ha già detto da tempo (“Paul George sta avendo una stagione da MVP”) ma non è raro che l’allenatore di una squadra spinga i propri giocatori verso qualche prestigioso riconoscimento personale. Dopo l’ultima impresa – la vittoria dei Thunder sui Blazers, arrivata sulla scia della decima tripla doppia consecutiva di Russell Westbrook, ma soprattutto di un Paul George da 47 punti, 12 rimbalzi e 10 assist – a confermare l’idea del coach di OKC sono però arrivate le parole anche di due avversari, Damian Lillard e Evan Turner. “Paul sta giocando a un altro livello”, ha commentato il primo. “Stasera l’ho visto da vicino, ma ho guardato quasi tutte le ultime loro 10 gare: è l’MVP di questa stagione. Se mantengono questo livello, per me Paul George è l’MVP NBA”. Turner condivide il pensiero del suo compagno: “Incredibile. Tutti stanno impazzendo per Giannis Antetokounmpo e James Harden, e pur senza voler mancare di rispetto a loro due, per me il migliore quest’anno è Paul George. Gioca davvero a un altro livello, è difficile perfino da spiegare. Ha trovato ritmo, la squadra gira alla grande, lui sta giocando benissimo. Negli anni visto giocare diversi MVP, per me Paul lo è”. Lo dicono anche i numeri, che lo vedono al terzo posto tra i realizzatori con quasi 29 punti di media a sera (incide un ottimo 41.3% da tre punti su 9.5 triple tentate a partita) cui aggiunge anche 8 rimbalzi e 6.6 assist di media, tutti massimi in carriera personali. Ma con Paul George l’attacco è solo il 50% del totale: il n°13 dei Thunder è infatti un raro caso di superstar che non si risparmia difensivamente, e il primo a sottolinearlo è proprio coach Billy Donovan: “La gente non capisce quanto è difficile fare quello che sta Paul oggi”, dice. “Molto spesso quando un giocatore è un attaccante del suo calibro, in difesa non si occupa della superstar avversaria o del miglior giocatore sul perimetro”. L’ex Pacers invece ne fa proprio un punto d’orgoglio: “Se gioco bene in difesa mi carico per l’attacco, e viceversa”, racconta George, punto di forza anche dietro di quella che è la terza miglior difesa NBA. “So di essere al massimo come attaccante quando sono concentrato in difesa. E le due cose sono legate, perché quando il mio tiro entra e sono in sintonia con il flusso della gara allora anche il mio ritmo difensivo è ottimale. È vero – ammette – che certi giocatori non si preoccupano troppo del loro impatto difensivo o magari cercano di nascondersi in marcatura su avversari meno forti: ma questa è una storia diversa, che non mi riguarda”. Anche in questo caso le statistiche confermano quanto fin qui detto: George guida la lega per recuperi (2.3 a sera, davanti al suo compagno di squadra Russell Westbrook), è secondo dietro a James Harden per palloni sporcati in difesa (3.7) e tiene i suoi avversari sotto la propria percentuale al tiro di oltre il 3%, un dato che lo mette tra i primi 20 difensori NBA tra quelli che contestano almeno 10 tiri a partita. 

L’impatto sulla squadra, l’intesa perfetta con Westbrook

A impressionare poi è la differenza nel gioco e nel rendimento dei Thunder a seconda che George sia in campo o no. Con lui sul parquet, infatti, il net rating di OKC è un ottimo +10.8  (miglior dato di squadra), che precipita a un preoccupante -11.4 (di gran lunga il dato invece peggiore) quando riposa in panchina. In pochi nell’estate del 2017 – quando George ha scelto il trasferimento in Oklahoma, abbandonando la Eastern Conference per i rigori della Western – si aspettavano un rendimento del genere. A Charlotte, il prossimo weekend, prenderà parte al suo sesto All-Star Game, il terzo da titolare ma solo il primo in quintetto a Ovest: “La gente pensava che spostandomi nella Western Conference non sarei neppure mai stato più un All-Star”, racconta George facendosi una risata. “Ma Dio vede e provvede”, commenta, con  un’affermazione figlia forse anche della sua storia personale, che nell’estate 2014 lo ha visto subire un infortunio gravissimo durante gli allenamenti con Team USA da cui è tornato come in pochi si sarebbero mai attesi. La stagione magica del giocatore californiano è poi frutto anche di un’intesa perfetta, in campo e fuori,  con l’altra grande superstar dei Thunder, Russell Westbrook: “Sono in questa lega da 14 anni, non ho mai visto una chimica del genere tra due compagni di squadra: Paul e Russell sono come due fratelli”, assicura Raymond Felton. “Ci siamo capiti in maniera naturale – conferma la point guard di OKC – la nostra intera è arrivata facilmente, non è assolutamente forzata”. Non è mai stato così chiaro come nella vittoria ottenuta proprio contro Portland, quando la tripla doppia di Westbrook (la decima consecutiva) si è consumata su un assist di George e quando lo stesso George ha tagliato l’identico traguardo proprio grazie a un passaggio decisivo di Westbrook: “Bella coincidenza”, si limita a commentare il n°13 di OKC, che spinta dalla propria coppia sta viaggiando a vele spiegate nella Western Conference, cavalcando una striscia di 11 vittorie nelle ultime 12 gare che li piazza al terzo posto. E i Denver Nuggets non sono così lontani…

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