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NBA, Kyrie Irving chiede scusa: "Ho gestito la situazione nel modo sbagliato"

NBA

La superstar dei Boston Celtics si è scusato pubblicamente per il suo comportamento e le sue dichiarazioni nei mesi passati: "Non sono stato perfetto, non ho detto le cose giuste. Non voglio mettermi su un piedistallo rispetto a nessuno. Sono un essere umano normale che commette errori"

IL VIAGGIO AEREO CHE HA CAMBIATO I CELTICS

I Boston Celtics hanno concluso il loro tour della California senza riuscire a chiudere un perfetto quattro su quattro contro Golden State, Sacramento, Lakers e Clippers, ma è ragionevole comunque sostenere che atterreranno in Massachusetts in condizioni migliori rispetto a quelle con cui lo hanno lasciato una decina di giorni fa. Merito di un viaggio aereo che potrebbe aver cambiato la loro stagione – almeno stando a quanto raccontato – ma anche, probabilmente, da un cambio di mentalità di Kyrie Irving. Che ha voluto esprimere pubblicamente il suo rammarico per come si è comportato nel corso di questa stagione: “Il modo in cui ho gestito le cose non è stato perfetto” ha detto Irving in un’intervista con Yahoo Sports. “Ho commesso tantissimi errori di cui mi prendo la piena responsabilità. Chiedo scusa. Non sono stato perfetto, non ho detto le cose giuste. Non voglio mettermi su un piedistallo rispetto a nessuno. Sono un essere umano normale che commette errori”. Dichiarazioni finalmente chiare da parte di un giocatore che spesso in passato è stato criptico nei suoi commenti a mezzo stampa: “Mi sono fissato troppo sul dimostrare alle persone che si sbagliavano. Ho costruito un sacco di cattive abitudini, come leggere quello che viene scritto su di me e reagire in maniere emotiva. Non è quello che sono. Ma sto ancora imparando: vengo dai sobborghi del New Jersey, non sono abituato a tutte queste attenzioni”.  

Il mondo dei media che dà fastidio a Kyrie

Nelle ultime settimane avevano fatto rumore alcune sue dichiarazioni sul non apprezzare particolarmente la vita da superstar, tanto da dire ai cameramen che inquadravano il suo ingresso al palazzetto che “tutta questa m***a non mi mancherà quando mi sarò ritirato”. “Essendo uno dei migliori di questa lega, capisco che tutto ha un prezzo” ha detto Irving, che è stato criticato per aver cercato di respingere le attenzioni che aveva invece sfruttato per promuovere il suo alter ego Uncle Drew. “Per fare quel personaggio non ho preso alcuna lezione, non ci ho messo alcun lavoro extra. È una cosa che ho avuto l’opportunità di fare ed è diventata un film”. Sarà anche andata così, ma le sue dichiarazioni non gli hanno impedito di ricevere le critiche di un ex giocatore come Charles Barkley. “Ho grande rispetto per chi è venuto prima di me, ma loro non hanno dovuto sopportare i social media e il ciclo di notizie 24/7. Adam Silver aveva ragione: hanno davvero un effetto diverso sulle persone. Sono cambiati i tempi. Le persone si trovano ad affrontare l’ansia, la depressione e altri disordini che hanno un impatto sulla loro salute. Alcune persone non sono in grado di gestirle, e dobbiamo esserne consapevoli”.

La posizione di Irving sull’attuale panorama mediatico, comunque non cambia: “Non ho lamentele da fare su quello a cui uno aspira fuori dal campo: dipende tutto da che presenza e che messaggio vuoi far arrivare ai fan e alle diverse industrie di cui vuoi fare parte. Ma bisogna capire che questo business in questo momento è più intrattenimento che altro. Questo è ciò che più mi infastidisce: ad ogni angolo c’è un reality show. Tutto quello che si dice diventa il prossimo grande dibattito. E come ho detto in passato, certe cose spaccano gli spogliatoi. I media spaccano gli spogliatoi. Succede continuamente, che la gente lo ammetta oppure no”.

L’ombra di LeBron sulla carriera di Irving

E di spogliatoi che devono avere a che fare con i media ne sa qualcosa Irving, che da quando è entrato nella NBA ha dovuto fare i conti con la figura ingombrante di LeBron James – prima come erede a Cleveland dopo l’addio verso Miami, e poi come suo compagno di squadra e principale spalla. “È tutta una questione di ‘trial and error’. Quando sono arrivato da rookie, ho dovuto subito ‘riempire le scarpe’ di LeBron, che era una responsabilità enorme per un 19enne arrivato in una città che aveva subito un evento traumatico come quello. Nel primo anno abbiamo perso 26 o 28 partite consecutive [in realtà con lui non superarono mai le nove, mentre l’anno prima avevano registrato il record con 26, ndr] e mi sono ritrovato a dover costruire la mia eredità. Venivo continuamente paragonato a qualcuno o tenuto a standard fissati da qualcun altro, mentre volevo solamente inseguire i miei sogni e le mie aspirazioni. E sono riuscito a fare tutto: rookie dell’anno, All-Rookie Team, MVP del Rising Star, primo nella mia classe del Draft in tutto. Nel secondo anno viaggiavo a 22 di media e ho fatto il primo All-Star Game. Ora però mi ritrovo dalla parte opposta, e la mia grandezza può finire per oscurare quella dei giovani con cui sto giocando, e mi rendo conto che è difficile da accettare. Però in questa lega bisogna aspettare ed essere pazienti per diventare un top player, per guadagnarsi quel diritto. Io penso ora di essermelo meritato”.

Allo stesso modo, Irving vuole provare a imporre la sua leadership nello spogliatoio dando l’esempio ai suoi compagni e cercando di liberarsi delle negatività di questo mondo social che non sopporta più: “Voglio essere sicuro che questa squadra capisca chi sono e cosa rappresento. Come ho detto, non sono stato perfetto. E sto ancora imparando come gestire l’evoluzione dei media, un’epoca in cui sei a un click di distanza sul commentare la vita di chiunque, creando un ambiente tossico. Ho dovuto staccarmi da Instagram, Facebook e Twitter, concentrandomi solo su me stesso piuttosto che cercare informazioni e approvazione dagli altri. Sono solo un essere umano che è capitato giocasse a pallacanestro. Ma non posso più lamentarmene: ho una responsabilità, non posso continuare ad assillare i media, le altre persone per questo e quello. Posso solo andare avanti e mantenere il mio santuario il più sicuro possibile. Fintanto che mi prendo cura delle mie cose, non devo preoccuparmi di niente. Posso solo fare il mio lavoro”.

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