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04 aprile 2019

NBA, Mike D’Antoni: "Harden non difende? E allora Kobe e LeBron?"

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L’allenatore degli Houston Rockets ha spiegato in un’intervista perché secondo lui James Harden è l’MVP ("E non c’è neanche discussione"), perché i texani non hanno mai perso la fiducia e perché le critiche sulla difesa del Barba sono ingiuste – chiamando in causa leggende come Bryant o James e avversari come Russell Westbrook

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Per sua stessa ammissione, Mike D’Antoni a 67 anni è “troppo vecchio perché me ne freghi nulla”. L’espressione che ha utilizzato per aprire l’intervista con Sam Amick di The Athletic è stata un po’ più colorita – “non me ne frega un ca…” –, ma il senso è quello: far capire che di giochetti non ha più bisogno di farne troppi, né con la stampa né con altri. Dopotutto la sua carriera ormai parla da sé, e l’unico coronamento possibile per entrare nell’empireo degli allenatori NBA sarebbe quello di vincere un titolo. Forse mai come negli ultimi due anni D’Antoni ha tra le mani la squadra per riuscirci, non fosse altro per la presenza in campo di un attaccante generazionale come James Harden e un futuro Hall of Famer come Chris Paul circondati da un roster costruito appositamente per enfatizzare i loro punti di forza. Peccato per lui che sulla sua strada ci sia una squadra del livello di questi Golden State Warriors, anche se a Houston sono convinti che senza l’infortunio muscolare di CP3 in gara-5 delle scorse finali di conference il Larry O’Brien Trophy non sarebbe andato a Oakland, ma in Texas. “Lo scorso anno abbiamo avuto una grande possibilità di vincere, vedremo se saremo in grado di averne una migliore quest’anno” ha detto nell’intervista. “Sono fiducioso di poter dar loro filo da torcere, così come lo ero quanto avevamo un record di 11-14. Poi potranno batterci: sono la squadra migliore, sono i campioni in carica, hanno dimostrato tutto quello che c’era da dimostrare. Sono una squadra diversa, molto diversa rispetto allo scorso anno. E sappiamo che sono in grado di accendere un interruttore quando vogliono. Ma a noi piace quello che abbiamo qui”.

D’Antoni: "Nessuno può fare ciò che ha fatto Harden"

Grande rispetto insomma, ma anche fiducia di avere delle chance da potersi giocare ai playoff contro i due volte campioni in carica. Non fosse altro per la presenza di James Harden, che se possibile è migliorato ulteriormente dallo scorso anno quando vinse il suo primo premio di MVP. Per D’Antoni, come è comprensibile, non c’è neanche il margine per discutere se sia lui il miglior giocatore di questa regular season: “A inizio stagione eravamo barcollanti. Dopo 25 partite di solito si può iniziare a definire che squadra hai, e noi eravamo 11-14 all’8 di dicembre. E dovevamo ancora affrontare l’infortunio di Clint Capela [fuori per 15 partite tra gennaio e febbraio, ndr] e quello di Chris Paul [17 partite saltate tra dicembre e gennaio, ndr]. Per questo secondo me James è l’MVP: il modo in cui ci ha presi e ci ha trascinati fino alla possibilità di chiudere al terzo posto… Nessun altro avrebbe potuto farlo. Davvero: nessuno. Per questo secondo me non c’è discussione su chi debba vincere il premio”.

D’Antoni: "Giannis è fortissimo, ma Harden è l’MVP"

D’Antoni ha individuato in uno specifico tiro ciò che ha reso inarrestabile Harden: il floater. “L’anno scorso li tirava con il 40%, quest’anno ne prende il 30% in più e lo fa con il 48%. Non è un tiro che ci piace prendere, ma è quello che le difese cercano di forzargli il più possibile. E ora lo ha aggiunto in faretra. Poi ci sono le triple in step-back [203 in stagione secondo stats.nba.com: sono solo 8 gli altri giocatori NBA ad aver segnato 203 triple di tutti i tipi, ndr]: può prendersene anche 16 in qualsiasi momento. È solo una questione di quando se le vuole prendere, ma non puoi fare niente per impedirglielo”. Inevitabile allora che il discorso si sposti sul principale avversario di Harden per la corsa all’MVP, vale a dire Giannis Antetokounmpo: “Giannis è molto forte – moooooolto forte. E hanno il miglior record della NBA, anche se sono a Est – date a noi quelle squadre per quattro volte invece di quelle dell’Ovest e vediamo come cambia. La mia non vuole essere una critica nei suoi confronti, ma una difesa del mio giocatore. Il nostro record [51-28 contro 58-20, ndr] non è così distante dal loro se considerate che cambiamenti abbiamo affrontato e quanti infortuni abbiamo avuto. Harden poi ha giocato ogni sera, 36 minuti a partita, facendo tutto quanto in attacco. Davvero non vedo la discussione”.

Il cambio di attitudine difensiva del Barba

Il discorso, allora, si sposta nella metà campo difensiva – uno dei punti di forza di Antetokounmpo e storicamente quello debole del gioco di Harden. Tutti i Rockets, però, ci tengono a far notare come il Barba quest’anno sia molto più coinvolto anche nella metà campo difensiva, portando come prova il secondo posto alle spalle di Paul George sia per recuperi (2.1 a partita) che per deviazioni (3.6), oltre alla stoppata di media a cui viaggia da Natale in poi al pari del centro titolare Clint Capela. “È uno dei migliori difensori in post basso della lega, e la nostra difesa è la seconda dalla pausa per l’All-Star Game” fa notare Jeff Bzdelik, coordinatore difensivo dei Rockets. “Ci vogliono cinque giocatori per produrre uno ‘stop’ difensivo, e lui ne fa parte. Non si può giocare quattro contro cinque: se siamo arrivati a questo punto, è anche per merito suo – che peraltro gioca tantissimi minuti”. Continua D’Antoni: “In attacco poi regge un peso enorme, però nei finali di gara si prende i giocatori più difficili. È in grado di cambiare su tutti, dalle point guard ai centri, dandoci un lusso non da poco. E la sua attitudine è cambiata, sia in difesa che fuori dal campo. Il suo corpo è miglioratissimo, la massa grassa è diminuita, sta mangiando le cose giuste, si prende cura di se stesso. È nella miglior condizione della sua vita, ed è merito del suo lavoro. È assolutamente all-in”.

La difesa alla difesa di Harden: "Tutte le stelle hanno passaggi a vuoto"

Il che, verrebbe da dire, significa che in passato non lo era stato del tutto. E, per quanto sia migliorato, Harden ha ancora dei passaggi a vuoto ben visibili nelle sue partite. È a questo punto che D’Antoni – riprendendo le parole dell’inizio – dimostra che davvero non gli interessa di nulla. “Sì, si possono sottolineare i momenti in cui viene superato facilmente e ti fa dire ‘O mio Dio’. Ma se avete mai visto giocare Kobe Bryant, o una qualsiasi delle altre stelle, noterete che tutti lo fanno. LeBron? Certo, anche lui. Ma pure Russell Westbrook ha quei momenti, come tutti. James sta cercando di togliersi quell’etichetta, e solitamente c’è bisogno di vincere un titolo per poter far zittire i propri critici, anche se pure in attacco dicono che non muove abbastanza il pallone. Ma siamo seri…”. Al di là di qualsiasi discussione, è inevitabile che dal risultato finale di questi playoff dipenderà molto di come si parlerà di Harden – nel bene e nel male. E i Rockets, nonostante tutto, sono convinti di potercela fare: “Abbiamo sempre avuto fiducia nei nostri mezzi, soprattutto perché i giocatori ci hanno sempre creduto. Non pensavamo di essere così forti, ma sia CP che James – perché tutto comincia e finisce con loro, con i veterani nel mezzo – erano convinti di poter cambiare marcia vincendo dieci o quindici partite in fila. Io a inizio stagione ripetevo loro: ‘È bello che non perdiate la fiducia, ma siete pazzi se pensate che sia tutto ok, perché non va tutto bene’. Eppure hanno avuto ragione loro, e ai playoff ce la giocheremo”.

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