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Playoff NBA: Damian Lillard vuole tornare nella sua Oakland, almeno un'altra volta

NBA

L'ultimo possesso di gara-2 alla Oracle Arena lo ha visto protagonista in negativo: rubata di Iguodala, 2-0 Warriors nella serie e il rischio che quello sia stato il suo ultimo pallone giocato in carriera nell'arena nella quale è cresciuto. Vincere gara-4 servirà anche a garantire a Lillard l'opportunità di cancellare quel brutto ricordo

Portland-Golden State questa notte in diretta alle 3 su Sky Sport NBA con commento live di Flavio Tranquillo e Matteo Soragna

IL CALENDARIO DELLA SERIE

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Un paio d’ore prima di gara-2 della sfida contro Golden State, Damian Lillard aveva un solo pensiero in testa: voglio un pezzo di pizza. Quella della Oracle Arena, il sapore unico delle cose di casa, masticata centinaia di volte guardando un parquet che sognava un giorno di calcare. Lo sguardo rivolto verso le tribune: settore 113, fila 10. Per anni l’abbonamento fatto da ragazzo con suo padre Houston Sr. e suo fratello Houston Jr. (la solita fantasia degli americani), lo ha portato a osservare a bordocampo una squadra di certo non vincente come nell’ultimo lustro. “Mi ricordo che distribuivano la pizza durante i timeout, non vedevo l’ora che il gioco si fermasse. Thunder – la mascotte degli Warriors – distribuiva questi cartoni con dei pezzi di pizza e io e mio fratello ci lanciavamo su di lui a caccia del bottino. Mi farebbe tanto piacere poterne mangiare un po’ anche adesso. Ai tempi non mancavamo mai l’appuntamento, riuscivamo sempre a ottenerne un po’: ci veniva riconosciuto il fatto di essere dei veri tifosi degli Warriors”. Non solo pizza, ma anche hot dog e soda, raccattati dal buffet all’interno della sala riservata ai media dentro la quale riuscivano puntualmente a infilarsi: “Erano molto diversi i controlli, si era molto più liberi di muoversi all’interno dell’arena. In quel periodo ho incontrato e conosciuto tutti i giocatori di quel roster”. Un grande fan di Antawn Jamison, oltre che di Larry Hughes, Bobby Sura, Gilbert Arenas, Mookie Blaylock, Paul McPherson, Troy Murphy, Jason Richardson, Terry Cummings, Vonteego Cummings, Tony Farmer e Adonal Foyle. Niente Steph Curry, Kevin Durant, titoli NBA e di MVP: una squadra di combattenti, il suo gruppo del cuore. “Li ho conosciuti tutti, avevo gli autografi conservati nella mia stanza”. E il destino, che non fa mai le cose per caso, ci ha messo lo zampino: ultima corsa playoff alla Oracle Arena e incrocio tra Portland e Golden State. Un finale speciale per Lillard, comunque vada.

L’ultimo possesso contro Iguodala: un ricordo da cancellare

“Il finale perfetto per questa storia vorrebbe dire arrivare a gara-7, con il pallone nelle mani di Lillard che all’ultimo secondo segna il canestro per battere in campioni in carica, prendersi la finale e chiudere per sempre così le porte della Oracle Arena alle sue spalle”. Il sogno dell’allenatore liceale del n°0 Blazers in realtà difficilmente si compirà, ma al momento basterebbe semplicemente vincere la prossima e riscattarsi dopo l’ultimo possesso giocato in gara-2. 114-111 Golden State, palla in mano a Lillard: la volta buona per lasciare il segno, per prendersi un overtime pesante come un macigno e finito invece nel peggiore dei modi. Andre Iguodala che prima sporca e poi ruba il pallone, chiude i conti e mette una pesante ipoteca sul risultato finale. Il n°9 Warriors potrebbe non esserci e questa è una gran bella notizia per i Blazers in particolar modo per Lillard – che spera di tornare a ritrovare ritmo, forma e canestri adesso che i suoi sono spalle al muro. Magari non arriverà un canestro leggendario sulla sirena per decidere la serie, ma nella sua testa non può essersi già giocato l’ultimo possesso sul parquet di casa.

Il problema alla costola non incide: “Il mio gioco non cambia”

Una costola incrinata non può essere una scusante, un motivo per tirare il freno a mano, rallentare di fronte al rush finale di una stagione sempre più vicina ai titoli di coda. Il n°0 dei Blazers ha confermato il problema, riducendone il peso e l’impatto sul suo rendimento: “Non penso in definitiva che sia qualcosa che condiziona il mio gioco”, risponde a chi lo mette davanti al 32.6% dal campo e alle 14 palle perse in tre gare. “Fa male, ma non è qualcosa che incide su quello che faccio sul parquet. Lo sento, ma non è una scusante”. Tanto che la sua presenza in campo non è mai stata messa in discussione: “Non ne ero a conoscenza fino a quando la cosa non è diventata di dominio pubblico – aggiunge coach Stotts – non mi meraviglio, di solito tiene tutto per sé e non lamenta mai alcun tipo di fastidio. Non sono sorpreso”. Lillard ha raccontato di non aver preso alcun tipo di antidolorifico perché “di solito mi danno un sacco di problemi ulteriori con lo stomaco”. Un ulteriore intralcio oltre alla super difesa degli Warriors, che lo sta costringendo a cambiare la sua selezione di tiro andando controcorrente: tutti pensano al tiro dall’arco di Lillard – che in parte sta sopravvivendo ai raddoppi di Golden State – ma quello che i campioni in carica gli stanno togliendo è soprattutto il gioco con i piedi dentro l’arco. Gli 11 punti di media raccolti con conclusioni da due in regular season sono un lontano ricordo, frutto anche degli oltre sei tentativi in prossimità del ferro – crollati nei primi tre episodi contro Golden State. Bisogna ripartire da quelli per tornare almeno un’altra volta a Oakland, alla Oracle Arena, a casa sua.