NBA, un libro racconta la verità di Derrick Rose: "Ai Knicks avevo deciso di ritirarmi"

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Nelle pagine del suo libro in uscita ("I'll show you", scritto con Sam Smith), la point guard oggi a Detroit racconta del suo difficile momento nella Grande Mela e del travagliato rapporto suo, di Carmelo Anthony e Joakim Noah con Phil Jackson e il suo triangolo offensivo

ROSE, UNA STAGIONE DA ALL-STAR A MINNESOTA

Derrick Rose ha un libro in uscita (“I’ll show you”, scritto con lo storico giornalista di Chicago Sam Smith) e una nuova squadra da guidare, i Detroit Pistons. In attesa di presentarsi insieme ai nuovi compagni al training camp, a far parlare però sono i primi estratti circolati online del volume in uscita il 10 settembre. In particolare il New York Post ha pubblicato degli stralci del libro che riguardano la stagione 2016-17 trascorsa dalla point guard di Chicago nella Grande Mela, con la maglia dei Knicks, la prima lontano dalla sua Chicago e dai Bulls. Un’annata che per il giocatore – almeno stando alle cifre - appare positiva (18 punti a partita, con oltre il 47% al tiro) ma che in realtà positiva per i risultati di squadra sicuramente non è stata (31 vinte, 51 perse il bilancio a fine stagione) e che soprattutto nasconde parecchie pagine buie. A partire da quanto successo a gennaio 2017, quando un giorno – dopo essersi allenato al mattino con i compagni – Derrick Rose scompare, e non scende in campo per la gara interna della sera contro New Orleans. “Sono tornato a casa da mia madre, a Chicago, perché avevo delle faccende familiari da risolvere”, era stata la spiegazione data dal giocatore al rientro in squadra, già al tempo considerata vaga da molti, ma su quell’episodio – e sull’annata trascorsa ai Knicks – ora Rose torna nelle pagine del suo libro in uscita con parecchi dettagli in più. “Avevo solo bisogno di tornare a casa e stare vicino a mia madre. L’intera famiglia si è riunita attorno a un tavolo, una delle poche volte in cui c’erano davvero tutti. Abbiamo avuto una lunga discussione, perché io avevo deciso che avrei smesso di giocare. Per me era finita – racconta Rose – perché anche a New York stava succedendo quello che era successo a Chicago negli ultimi due anni. Era solo business, la dimensione del gioco non c’era più, non riuscivo più a goderne. Certo, è un business, lo ripetono sempre tutti e lo sappiamo: ma allo stesso tempo poi scendi in campo e ti diverti, e invece io non mi divertivo più, non trovavo più gioia nel giocare. È per quello che volevo smettere”, scrive Rose nelle pagine di “I’ll show you”. Per il giocatore nativo di Chicago non era un momento facile, alle prese anche con un processo per una presunta violenza sessuale: “Sì, il processo forse ha giocato un ruolo – ammette il giocatore – perché c’erano troppe distrazioni attorno a me e per questo mi assumo le mie responsabilità, sia chiaro. Nessuno mi chiedeva di smettere di giocare, ma al tempo mi sembrava di essere l’unico a dover sopportare tutto quello che dovevo sopportare: è stata la mia famiglia a convincermi a non mollare. Una lunghissima discussione, urla, pianti, un’atmosfera pazzesca: ma è stato bello sapere che fossero dalla mia parte. Mi conoscono bene, sanno che so cosa voglio dalla mia vita, per cui c’era chi mi diceva fai quello che vuoi e chi invece mi esortava a continuare a lottare, giocare e superare il momento difficile”. È un Rose che nel periodo newyorchese sembra scoprire una carta disillusione: “È allora che ho realizzato che tutto quello che gira attorno alla NBA è un gioco all’interno del gioco, e io in questo gioco non sono bravo, non so come comportarmi. Ci sono tante falsità, tante menzogne e crescendo dove sono cresciuto tutto quello che volevo era non diventare quel tipo di persona, e invece sembrava che la mia professione mi richiedesse proprio quello”.

Rose, Carmelo Anthony e il triangolo di Phil Jackson

In una stagione da solo 31 vittorie, poi, a non funzionare poi c’è stato anche tutto il discorso tecnico. Che Derrick Rose nelle pagine del suo libro affronta senza peli sulla lingua, a partire dal complicato matrimonio tra il roster di quei Knikcs e il famoso attacco triangolo imposto da Phil Jackson, allora presidente bluarancio. “Il tiangolo funziona, ma non viste le caratteristiche dei giocatori che c’erano in quella squadra. Invece Phil insisteva nel forzarne l’uso. Io sono uno slasher, una point guard abituata a penetrare nel cuore della difesa. Anche ‘Melo [Anthony] non riusciva a giocarlo, e non voleva farlo. A inizio stagione mi sentivo carico, pensavo potessimo fare grandi cose – ma quando poi si è trattato di scendere in campo e giocare mi sono accorto subito che la situazione era pessima. C’erano molte priorità diverse, ‘Melo non voleva sentir parlare di ricostruzione e quindi sono arrivati alcuni veterani di nome, ma poi lui non sa giocare assieme ad altre star, perché vuole essere la star; nessuno faceva uno sforzo extra, nessuno faceva un passaggio in più. Sono convinto che coach Jeff Hornacek volesse davvero giocare in maniera diversa, più veloce, ma era appena stato cacciato da Phoenix, il suo ruolo era subalterno a quello di Phil Jackson, per cui era costretto a insistere con il triangolo. Io e Jo[akim Noah] ne parlavamo spesso, perché le cose erano fuori controllo: Phil voleva giocassimo in un certo modo, per cui eravamo costretti a obbedire. Cos’altro puoi fare?”. L’ossessione di Jackson per il suo triangolo offensivo torna spesso nelle riflessioni di Rose: “A volte, anche dopo una partita vinta, invece di festeggiare in spogliatoio Phil redarguiva coach Hornacek perché non avevamo giocato abbastanza il triangolo. Io ho parlato spesso anche con Kobe [Bryant] del triangolo, l’ho visto giocare dai Bulls di Jordan, sapevo che poteva funzionare: ma noi eravamo una squadra nuova, con giocatori nuovi e un nuovo allenatore, e con in squadra uno come Anthony sentivamo di dover fare qualcosa di diverso per vincere, perché per digerire il triangolo ci sarebbe voluto tempo, tanto tempo. Forse troppo”. Almeno per la pazienza di James Dolan e compagni a New York, che quel tempo non l’hanno concesso né alla squadra, né a Phil Jackson.

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