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NBA, in viaggio a Boston, alla (mia) scoperta dei Celtics

NBA

Massimo Marianella

Dalla metà degli anni '80 alla stagione 2019-20: un lungo viaggio nel mito - prima ammirato soltanto da lontano, e ora toccato con mano - della squadra più vincente della storia NBA. Che guidata da Kemba Walker e Jaylen Brown, Jayson Tatum e Gordon Hayward, vuole tornare in vetta alla lega 

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BOSTON — Per questo parquet incrociato ho quasi rischiato la galera. Era il momento della “scoperta” della NBA in Italia e nella metà degli anni ’80 la rivalità Boston vs. Los Angeles era esaltante, lontana, raccontata dalla voce di Dan Peterson. Si vedeva una partita a settimana in differita, tranne per le Finali. Io — che avrei poi amato tanto Los Angeles (tuttora) come città — ero affascinato da Larry Bird, Kevin McHale, Danny Ainge, il povero DJ, Dennis Johnson [venuto a mancare nel 2007, ndr] e tifavo quindi per i Celtics (i miei Miami Heat ancora non esistevano, quindi non è tradimento…). Mi colpivano anche le espressioni facciali, tutte uguali, di Robert Parish, il canto del cigno di Bill Walton e i tiri dalla distanza di Scott Wedman. Vedevo e registravo col VHS tutte le partite che davano su Italia 1. Arrivarono la finali del 1986 ed erano ancora Lakers vs. Celtics ovviamente, per me però con un piccolo problema: la partenza per il militare qualche settimana prima di quelle finali e il CAR (Centro Addestramento Reclute) è a Macomer in Sardegna. In realtà un grande problema; come vederle? Mi ha aiutato la “cultura” (bastava saper scrivere in quel caso, eh) perché i sergenti erano un po’ in arretrato con la compilazione dei registri e mi selezionarono per quel lavoro. Avevo quindi le chiavi della foresteria e la possibilità di trascorrere lì tutto il giorno, anche se dopo il contrappello non dovevo più entrarci, ma tornare a dormire in branda. Invece (vabbè, tanto ormai è caduta in prescrizione spero…), siccome in quella stanza c’era la televisione io mi alzavo ogni notte che passava in tv una gara di finale NBA e le vedevo col volume praticamente a zero per paura di venir scoperto quando la ronda di guardia passava nel corridoio. Non entrarono mai, mi andò bene. Qualche anno dopo arrivò anche la mia prima volta a Boston, per un triangolare internazionale di calcio per Tele+ con Germania, Brasile e Inghilterra, ma era l’estate del 1993 quindi niente Celtics, se non per una visita guidata al vecchio Boston Garden. Adesso, finalmente, la chance di vedere alcune partite qui e quel famoso parquet incrociato (pur nella sua versione “nuova”). In realtà qualche asse di quello originale mi hanno spiegato essere stato romanticamente mantenuto per tramandare il passato e chissà che non sia rimasta un po’ di cenere del sigaro di Red Auerbach per comunicare il DNA vincente anche a questa squadra. Che ne avrebbe bisogno.

I Celtics di oggi

Una squadra difficile da valutare perché ha certamente un ottimo record (25-11, terzi a Est dietro Bucks e Heat), una vittoria importante come quella ottenuta proprio sui Bucks, ma anche tre sconfitte contro i Sixers per parlare dei rivali di vertice e la sensazione che manchi più di qualcosa. Per tanti a mancare sono i muscoli sotto canestro, ma la realtà è che quella di coach Brad Stevens in questo è una scelta — la scelta cioè di seguire il flusso della nuova NBA con più atletismo e duttilità nei lunghi per una pallacanestro più veloce. Aumentare il gioco in transizione e la rapidità d’esecuzione, quindi, per esaltare la classe di Kemba Walker, la grinta di Marcus Smart, il talento purissimo di Jayson Tatum, la duttilità di Jaylen Brown e la precisione di Gordon Hayward. Un gruppo che sta rendendo secondo le attese, avallando così la scelta di Stevens. Gordon Hayward ha avuto la prima grande prestazione individuale dei Celtics in questa stagione (39 punti contro Cleveland a novembre, di cui 22 con 9/9 nel solo primo tempo per finire la gara con un impeccabile 16/16 da due punti, eguagliando così per numero di canestri segnati da due con percentuale immacolata in una singola partita addirittura Wilt Chamberlain). Subito dopo Natale Jaylen Brown — sempre contro i Cavs — ha firmato il suo career-high con 34 punti, che aggiunti ai 30 di Jayson Tatum nella stessa notte li ha resi la terza coppia in maglia biancoverde (e meno di 23 anni ognuno) con almeno 30 punti a testa, come Antoine Walker&Paul Pierce e Bill Russell&Tommy Heinsohn prima di loro. Poi c’è, Marcus Smart che è in doppia-doppia di media per punti segnati e risse sfiorate a notte, e Kemba Walker, che al momento viaggia sopra i 22 punti e 5 assist di media con quasi 4 rimbalzi a partita. Un team che vive di fiammate, di agonismo e talento individuale, che sa accendersi difensivamente e fare così la differenza, ma l’impressione — e forse il timore dello stesso Danny Ainge, che questa squadra l’ha disegnata — è che sappia giocare in un solo modo.

I lunghi (e le voci di mercato)

Ecco allora le voci che al TD Garden in queste ore si fanno sempre più intense che i Celtics starebbero seriamente corteggiando Andre Drummond (Hayward, un altro giocatore minore e una scelta sul piatto?) per dare una dimensione diversa alla squadra e anche tacitare tutti coloro che rimpiangono la partenza di Aron Baynes per Phoenix, anche se il duo internazionale Kanter-Theis sta abbondantemente facendo la sua parte. Il turco è diventato il primo giocatore dei Celtics da Kevin McHale nel 1984 a mettere a referto uscendo dalla panchina tre doppie-doppie consecutive, mentre il tedesco — che viaggia a 7 punti e più di 6 rimbalzi a partita — ha firmato la stoppata decisiva per la vittoria interna su Atlanta (dopo un record personale di 5 contro Cleveland a novembre) e viaggia col 30% di realizzazione da tre punti costringendo la difesa ad aprirsi spesso su di lui, aprendo spazi preziosi per gli esterni.

Mito e leadership

Più dei muscoli sotto canestro però quello che manca è però probabilmente il mito. Il sigaro di Red Auerbach, il dito alzato di Bird alla del tiro da tre, il volto senza espressioni di Parish, la rabbia di Garnett, il carisma di Russell. “Noi, o quanto meno certamente io, la storia di questa franchigia, di questa maglia, la sento molto”, mi dice Tatum facendosi serio, quasi a sottolineare una certa sacralità dell’argomento e quindi della storia della Boston cestistica. “E’ un grande onore rappresentare i Celtics, ho cominciato ad avvertirlo la notte stessa del Draft ed è una sensazione che cresce sempre di più col tempo, frequentando la città di Boston e sentendo l’entusiasmo di questi tifosi che nelle generazioni passate hanno testimoniato squadre e risultati straordinari, che noi vorremmo riproporre. La storia qui però non è un peso o una pressione negativa, anzi: è una motivazione in più a lavorare sempre più duro ogni giorno, per riportare questa franchigia e questa città al titolo. Se mai poi dovessimo rilassarci o ce lo dimenticassimo, le bandiere che sono appese qui al TD Garden o all’Auerbach Training Center (splendido nuovo centro di allenamento a 5km dal Garden con due campi, ristorante e una sala video che è meglio di un cinema) ce lo ricordano costantemente, perché rappresentano momenti di storia incredibili che appartengono al DNA di questa maglia”. Momenti di storia unici legati da un sottile e meraviglioso filo verde. Momenti di storia irripetibili in quanto unici, certo, ma forse irripetibile anche perché la sensazione è che questo gruppo così com’è possa faticare ad aggiungerne altri. Un gruppo dove viene subito in mente una figura cult come Tacko Fall più che un giocatore simbolo, un leader. Tatum? Walker? Smart? Brown? La forza del gruppo certo, ma in prospettiva, nei momenti chiave della stagione, il “we always find a way” di cui Brad Stevens va giustamente tanto orgoglioso potrebbe non bastare. 

©Getty

La concorrenza di Bruins, Red Sox e Patriots

Bisogna in un certo senso riconquistare anche l’orgoglio e la passione della città, oltre a quella dei rumorosissimi fedelissimi del TD Garden. Facendo due passi in città si vede molta più gente con cappellini, sciarpe, t-shirt, guanti o giacconi delle altre squadre della città (i Bruins di hockey su tutti) che quelli dei Celtics, e non è tutto sommato una sorpresa perché di merchandising biancoverde quasi si fatica a trovarne in città. Ce n’è molto di più dei Bruins, dei Patriots e dei Red Sox di quanto non ce ne sia dei Celtics: quando parliamo di gadget in vendita, sembra quasi di essere a Barcellona, con il rapporto tra Barca ed Espanol. Forse perché la squadra di hockey e quella di baseball hanno come simbolo la B che rappresenta la città e quella di Tom Brady di recente ha vinto tanto? Può essere, ma fa comunque effetto. Perfino il TD Garden — che i Celtics condividono con i Bruins — ha visivamente all’interno più tonalità giallonere che biancoverdi e addirittura il cuoco della sala stampa durante le partite dei Celtics serve da mangiare col cappellino dei Bruins (che peraltro non è che siano così vincenti, vista l’ultima Stanley Cup vinta nel 2011). Al “The Four” — storico e probabilmente miglior sport bar della città, a due passi dal Garden — ci sono le maglie appese di Bird, Mc Hale e Parish (le prime due autografate) e qualche foto dei Celtics anni ’80, ma alla fine alle pareti ci sono più divise di hockey (anche universitario) e mazze da baseball con palle firmate dagli eroi di Fenway Park. Curiosa anche la scelta della disposizione delle statue dei Celtics in città. Mentre quella di Bobby Orr, storico capitano e uomo simbolo dei Bruins, accoglie i tifosi all’ingresso principale del TD Garden, quelle delle vecchie glorie dei Celtics sono sistemate in città. Quella di Bill Russell un po’ nascosta alle spalle del Municipio, mentre la panchina di Red Auerbach con ai piedi una placca con un paio di scarpe da basket che rappresentano Larry Bird sono in una stradina attorno a Quincy Market, tra downtown e il Long Wharf. 

Le parole dei protagonisti 

Auerbach questo calo di passione non l’avrebbe permesso, ma certamente avrebbe apprezzato la consapevolezza dei propri mezzi e la voglia di lottare di questa squadra, come ci sottolinea Jaylen Brown: “Abbiamo una buona squadra, come gruppo non diamo nulla per scontato. I due elementi chiave che ci permetteranno di arrivare dove vogliamo sono l’unità e la mentalià. Siamo giovani, giochiamo per la maggior parte una buonissima pallacanestro, ma non perdiamo mai di vista l’equilibrio, in tutti i sensi, tattico e mentale”. Come sempre invece a buttarla sulla grinta e sul senso della sfida ci pensa Marcus Smart: “Molte vittorie sofferte come quella sugli Hawks — senza Kemba influenzato — dimostrano la nostra determinazione, la volontà di rimanere sempre convinti delle nostre potenzialità. Sappiamo lottare e soffrire anche se oggi difendere nella NBA è uno svantaggio, perché quasi non te lo permettono”. L’impressione però è che — come accade nel video di introduzione del quintetto, tridimensionale e rigorosamente a tinte verdi fosforescenti — questo gruppo sia chiamato a superare tanti ostacoli per arrivare al suo obiettivo. Nel video sembra farcela: e nella realtà?