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Gli Utah Jazz, la miglior squadra NBA dell'ultimo mese di cui nessuno parla

NBA
©Getty

Reduce da 13 vittorie nelle ultime 14 gare, Utah ha scalato la classifica a Ovest fino a prendersi il secondo posto in coabitazione con Denver. Una squadra letale dall’arco, che ha trovato rinnovata forza in attacco e allungato una rotazione che secondo alcuni potrà dire la sua nella corsa al titolo

La franchigia più “calda” dell’ultimo mese è una di quelle a cui non sono stati dedicati molti titoli o articoli: gli Utah Jazz infatti stanno scalando la Western Conference restando ben lontani da riflettori e attenzioni, godendosi un Bojan Bogdanovic ormai completamente inserito nel gruppo e in grado di fare a meno di Mike Conley senza risentirne. Un gruppo rodato, funzionale al progetto di coach Snyder e di una dirigenza che ha saputo molto più di altre creare una cultura di pallacanestro che va ben oltre il risultato sul parquet. I Jazz sono una squadra nell’accezione migliore del termine e quanto raccolto nelle ultime settimane è soltanto il risultato di un’ottima semina che ormai va avanti da tempo. I dati delle ultime 14 partite (13-1 il record di Utah, meglio di Milwaukee e OKC seconde con il loro record di 11-3) sono impressionati, soprattutto se si guarda all’attacco: 117.7 punti segnati su 100 possessi, un dato enorme se considerato che nello stesso periodo i Lakers di LeBron&Davis ne hanno segnati 112 e i Bucks sempre ben oltre quota 100 totali alla sirena finale si fermano a 111. Il Net Rating non può che andare di pari passo: +10.5, davanti a Milwaukee, Boston e tutte le altre. I detrattori sottolineano come in realtà questa lunga serie di successi sia arrivata per lo più contro avversarie al di sotto del 50% di vittoria (vero, i Jazz hanno avuto uno dei calendari più facili nelle ultime settimane): un momento favorevole che Utah ha saputo sfruttare al meglio, con la piacevole eccezione del successo a Los Angeles contro i Clippers e l’unica battuta d’arresto arrivata all’American Airlines Arena di Miami. Impegni più complicati e serrati sono ormai alle porte, ma la seconda forza della Western Conference per record sembra avere tutte le carte in regola per affrontarli.

La forza sta nella varietà di alternative e nel tiro da tre punti

Una produzione offensiva merito in primis del tiro da tre punti, in cui i Jazz stanno eccellendo: il 39% dal campo di squadra in questa prima metà di regular season è il dato migliore dell’intera NBA, salito oltre il 40% durante l’ultima striscia di successi in cui tutti hanno portato il loro contributo. Tra i giocatori con almeno 50 tentativi in stagione con i piedi oltre l’arco, Georges Niang è quinto in NBA con il suo 46.3%, seguito subito dopo da Royce O’Neale che si aggiunge il suo ottimo 45.7%. Poco più giù compaiono invece Joe Ingles (41.7%) e Bojan Bogdanovic (41.5%): cifre che una volta combinate tra loro garantiscono ai Jazz una resa straordinaria dalla lunga distanza. Un fattore cruciale che ha permesso a Utah di non essere più dipendente in attacco dalle giocate del suo giocatore di maggior talento. Donovan Mitchell ad esempio ha giocato nonostante la febbre contro gli Hornets un paio di giorni fa, restando in campo soltanto 22 minuti chiusi con 4 punti a referto e 2/9 dal campo. Una mancanza che in passato avrebbe determinato un bel po’ di problemi ai Jazz, soprattutto in attacco a prescindere dalla forza dell’avversario. Non in questo periodo però, in cui la squadra di Salt Lake City ha trovato una chimica e una varietà unica di alternative: Georges Niang, Emmanuel Mudiay e il nuovo arrivato Jordan Clarkson sono nomi con cui il pubblico dei Jazz sta rapidamente imparando a fare conoscenza, entusiasta delle loro prestazioni e dell’impatto garantito a gara in corso. Un ulteriore passo in avanti per una squadra che travolge gli avversari anche rinunciando al n°45 (come accaduto contro Washington, con Mitchell a riposo in panchina a godersi lo spettacolo). Proprio come chi da casa crede che questi Jazz potranno dire la loro anche nei prossimi mesi.