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NBA, i Miami Heat accolgono Andre Iguodala: e da sorpresa diventano realtà

NBA
Massimo Marianella

Massimo Marianella

Fino a ieri venivano considerati una squadra capace di andare oltre le aspettative ma senza vere ambizioni da vertice. Oggi, dopo che Pat Riley è riuscito a portare a South Beach Andre Iguodala, la Eastern Conference NBA ha una pretendente in più al trono

MIAMI – Un’istantanea che è la copertina della stagione degli Heat. Duncan Robinson e Kendrick Nunn in posa con il commissioner Adam Silver in mezzo tra di loro. Non avendo potuto fare questo scatto sul palco del Draft – perché non sono mai stati scelti da nessuna franchigia – i due giocatori degli Heat hanno comunque voluto la loro foto, e per questo sono andati a farsela negli uffici dell’NBA alla Fifth Avenue durante la trasferta di gennaio a New York City.  
Kendrick Nunn – preso lo scorso aprile per noccioline dalla formazione di G League dei Golden State Warriors, grazie al solito straordinario lavoro di scouting coordinato da Adam Simon – adesso è giocoforza un serio candidato al titolo di rookie dell’anno, dopo aver vinto i primi tre riconoscimenti mensili della stagione a Est, da ottobre a gennaio, diventando anche il primo “undrafted rookie” in tutta la storia NBA a riuscirci. Tanti i numeri straordinari della sua annata: tre partite consecutive con più di 20 punti, una con 9 assist senza palle perse, oppure i 24 al debutto con gli Heat che lo collocano al quarto posto di franchigia dietro LeBron (31) Antoine Walker e Willie Burton. Forse, però, il dato più significativo di tutti è quello di essere l’esordiente della storia di Miami ad aver impiegato il minor numero di partite (soltanto 31) per arrivare a 500 punti, superando di una il record precedente di Dwyane Wade.
Duncan Robinson invece – pur non essendo tecnicamente un rookie avendo debuttato lo scorso anno (15 partite) – ha una storia altrettanto straordinaria. Quando in estate Spoelstra lo aveva definito uno dei migliori tiratori del pianeta avevano sogghignato in tanti e invece forse aveva ragione lui. Robinson ha una striscia aperta di 33 partite con almeno una tripla, la più lunga dal 2003-04 e la sesta nella storia della franchigia. In totale ne ha segnate 168 col 43.5% realizzando la n°150 del campionato contro Orlando alla 46^ partita stagionale, superando così il record di franchigia di Ellington con 49 nel 2017-18. Contro Atlanta di triple ne ha infilate invece 10, pareggiando un altro record di squadra e stabilendo quello suo personale di punti, a quota 34. “Io sono un floor spacer, uno che vuole mettersi al servizio dei compagni aprendo il campo. Il mio compito è quello di essere aggressivo quando ho il pallone dietro l’arco, ma soprattutto quello di allargare le difese altrui”. Nunn e Robinson sono anche due giocatori che hanno trasformato l’immagine storica degli Heat, quella di una franchigia spessa affidata ai veterani. Per ottenere una conferma basta leggere qualche pagina dell’autobiografia di Ray Allen: “Forse se avessi saputo prima alcune cose non sarei andato agli Heat – scrive il tiratore campione NBA con gli Heat nel 2013 – ma così facendo mi sarei perso un anello e lo spogliatoio migliore in cui sia mai stato in tutta la mia carriera. Sono orgoglioso di aver costruito la mia carriera sull’allenamento, su una routine dura e meticolosa che non ho mai cambiato, ma la mole di lavoro che coach Spo richiede non è fatta per un roster di veterani ma di giocatori giovani”. 

Kendrick Nunn e Duncan Robinson
Kendrick Nunn e Duncan Robinson - ©Getty

Jimmy Butler e l'investitura di Wade

Una squadra incredibile quella degli Heat in questa stagione, che per interpreti e risultati ha stupito davvero tutti. Quintetto base con due giocatori non scelti nel Draft (Nunn e Robinson appunto, con quest’ultimo che è anche il primo giocatore di Division III a giocare nella NBA dai tempi di Devin George nel 1999), un centro – Meyers Leonard – che non ha mai giocato così tante partite da titolare in tutta la sua vita, un lungo su cui non scommetteva nessuno arrivato all’All Star Game (Adebayo) e poi Jimmy Butler, l’unico vero giocatore per cui le prestazioni sono pari alle aspettative e allo stipendio. Una formazione improbabile alla vigilia della stagione – per molti l’ennesimo anno di transizione – e invece oggi gli Heat sono diventati una realtà che fa paura a tutti, almeno ad Est, ancora di più dopo la trade deadline. Una squadra a immagine e somiglianza del suo uomo più rappresentativo, l’unico acquisto importante dell’estate degli Heat: Jimmy Butler. Un’unione perfetta perché questa è una squadra che lotta e che non si arrende mai proprio come lui, e perché la famosa “Heat Culture” – che è filosofia del lavoro duro – è anche la religione del numero 22. Dwyane Wade, ex Marquette come Butler nonché suo amico, lo aveva già capito prima della trade estiva: “La maglia degli Heat non è per tutti – aveva detto al neo-acquisto di Miami – ma per te è perfetta”. Al tempo stesso un avvertimento e un’investitura. Butler non ha deluso. Qualche volta – sentendosi un po’ troppo primo violino ed erede in tutto e per tutto di Wade – ha finito per perdere qualche partita arrogandosi il diritto dell’ultimo tiro nel finale (come contro Brooklyn e New York) o magari sbagliando qualche libero decisivo, ma per la crescita di questa squadra è stato un collante fondamentale. Più di 20 punti a partita, 78 palle rubate, più di 6 assist e di 6 rimbalzi a partita, conditi da tanta sostanza ed energia. Il suo atteggiamento è stato da modello per un gruppo giovane che aveva perso tutti i suoi leader (Goran Dragic in scadenza di contratto e vicino alla partenza, Wade ritirato, Udonis Haslem capitano non giocatore e James Johnson a lungo in punizione). È stato Butler a far credere a questa squadra che si poteva anche sognare in grande, sempre sospinti dal sudore, e così è stato. “Io lo chiamo Megatron – dice di lui coach Spoelstra – perché è come un supereroe”. 

Jimmy Butler con Dwyane Wade
Jimmy Butler con Dwyane Wade - ©Getty

Le distrazioni (risolte)

Uno invece che viene spesso dimenticato e che invece è un ulteriore fattore positivo è il giocatore che “gioca in modalità aereo”. Derrick Jones Jr. vola e per questo è uno dei giocatori più divertenti di tutta la NBA. Le sue schiacciate sono fenomenali e a Chicago riproverà a vincere quel trofeo che gli è sfuggito in finale nel 2017 a New Orleans (quando lui era a Phoenix, coi Suns). Spettacolo a parte però è un giocatore che sa essere anche molto concreto. Record personale di 25 punti con in generale rispettabilissime percentuali al tiro da due e da dietro la linea, cui aggiunge una difesa in linea con quella della tradizione degli Heat. Accanto alle sorprese positive non sono però mancate potenziali distrazioni, come mai prima nella storia di questa franchigia, con tre giocatori che sono usciti – per motivi diversi – dal percorso disciplinare degli Heat. Una situazione gestita in maniera impeccabile senza concessioni alla coerenza e soprattutto contraccolpi nello spogliatoio. A uno ad uno sono stati levati da dietro la lavagna: prima Kelly Olynyk, il caso più leggero; quindi James Johnson, quello più pesante (ma solo in termini di chili); e alla fine Dion Waiters, quello più difficile. Punito tre volte per tre motivi diversi dal training camp a oggi, Waiters era un caso difficile perché titolare di un contratto pesante che avrebbe comunque inciso sul salary cap anche per la prossima stagione, senza sostanzialmente nessuna possibilità di scambiarlo o scaricarlo. Alla fine Waiters è tornato in squadra nel match interno contro i Clippers, sorprendentemente applaudito dal pubblico, proprio per volere di coach Spoelstra: “Lui ci ha messo impegno, come JJ e Olynyk, e in una stagione come quella NBA c’è bisogno di tutti. Gli ho comunicato che avrebbe giocato via facetime [oggi funziona così no?] e lui mi ha assicurato di essere pronto. Dion è uno che non ha paura di niente, che si esalta nei momenti più caldi. Nessuno è più importante della squadra, ma abbiamo bisogno di tutti”. Gli ha fatto eco Meyers Leonard, a testimonianza dell’ok ottenuto anche dallo spogliatoio: “Questa squadra è una collezione di talenti, in modi diversi lavoriamo tutti duro, con tanta voglia di vincere. Il talento di Dion lo conoscevamo tutti già prima, compagni e organizzazione, lui dietro le quinte si è guadagnato il rispetto e il diritto di rientrare nel gruppo, perché errori ne commettiamo tutti” (non tutti così spesso e così evidenti…). 

James Johnson e Dion Waiters
James Johnson e Dion Waiters - ©Getty

Il mercato sotto la guida di Pat Riley

Poi però, in una notte sola, tutto è diventato storia passata – e le ambizioni si sono trasformate. Pat Riley si è convinto delle potenzialità del suo gruppo al punto di arrivare a pensare che quello fin qui visto in stagione poteva essere base sufficiente per provare addirittura a vincere. Una base su cui costruire, con un Andre Iguodala in più: e allora ha stravolto il roster e, con una delle sue magie, è riuscito a rinforzare la squadra, liberandosi di Justise Winslow, Waiters e Johnson (tre giocatori finiti ai margini, due dei quali, come detto, un problema) e abbassando contemporaneamente di quasi 30 milioni di dollari il monte salari. Ovviamente in città c’è chi non è d’accordo sulla cessione di un talento giovane come Winslow per un veterano come Iguodala, ma ora le prospettive sono diverse: Winslow, ragazzo fantastico a livello personale, ha sempre garantito molto difensivamente ma anche illuso in attacco: discreto da tre punti, pessimo ai liberi, mai affidabile nelle percentuali al tiro, oltre a essere particolarmente fragile dal punto di vista fisico. Da quando è stato scelto dagli Heat ha saltato per infortunio 136 partite, giocandone solo 11 quest’anno. Poco per una squadra che Riley, con le sue mosse, ha voluto rendere da subito competitiva, senza aspettare necessariamente il mercato dei free agent 2021 (e Antetokoumpo), per provarci subito. L’inimitabile Pat, che ne ha approfittato anche per ricordare i vari problemi che la sua franchigia ha dovuto fronteggiare nel recente passato: “Sono l’ultimo a voler accampare scuse, ma negli ultimi cinque anni siamo passati da un fulmine all’altro: LeBron James che sceglie di andar via, Chris Bosh costretto purtroppo al ritiro prematuro, Dwyane Wade che ha voluto provare l’esperienza di giocare a Chicago, per la squadra dei suoi sogni da bambino – e poi anche noi, come front office, che non siamo riusciti a portare in Florida giocatori come Kevin Durant e Gordon Hayward, che a un certo punto erano a un passo. Non ci siamo mai fatti prendere dal panico, nonostante il margine di manovra fosse limitato perché – per assemblare i ‘Big Three’ ero stato costretto a cedere molto (scelta che peraltro rifarei domani). Ci vuole tempo per creare un capitale di scelte e spazio salariale per poi far bene sul mercato”. Cosa che ha fatto magicamente in chiusura di mercato estraendo non uno, ma almeno un paio di conigli dal classico cilindro. 

Pat Riley
Pat Riley - ©Getty

Spoelstra accoglie Iguodala

In panchina a gestire il gruppo c’è uno che all’occasione sa usare il bastone e non solo la carota, come ha dimostrato di poter fare Spoelstra quando – nella partita vinta al supplementare contro Washington – con 6’41” da giocare nel terzo quarto ha cambiato contemporaneamente tutti e cinque i titolari, perché non era soddisfatto della loro energia. “L’avevo già fatto in passato, e ricordo anche esattamente quando e dove: era a Brooklyn nella stagione 2016-17, nel pieno di una nostra serie di 13 vittorie. I titolari avevano cominciato male li ho mandati tutti in panchina: il secondo gruppo fece bene allora come ha fatto bene in questo caso”. Oggi i Miami Heat sono una squadra vera, che sembra aver colmato il gap con tutti: è vero, ha perso in casa contro le due squadre di L.A. e contro Boston, ma anche dopo quelle serate Spoelstra non ha spinto nessun bottone rosso. “Con Boston abbiamo pagato quelle due/tre situazioni che fanno girare una partita e che normalmente in casa riusciamo a sfruttare. Queste sono le sconfitte che ci danno un’idea della nostra dimensione e al tempo stesso ci aiutano a migliorare, perché ci costringono a crescere e riflettere. A Est ci sono ottime squadre, molto più di quanto la gente non pensi, ma in generale contro le grandi squadre dobbiamo ancora alzare il nostro livello difensivo. Un capitolo a parte lo merita Duncan [Robinson]: sta migliorando, si sta impegnando, ma pur avendo il fisico e l’altezza adatta non ha ancora il rispetto degli arbitri, che lo vedono ancora come un rookie e gli fischiano anche se soltanto con un’unghia sfiora il proprio avversario. Ma è un rispetto che si guadagnerà presto”.
Questi Heat sono una squadra che non gioca mai sporco, ma che resta terribilmente tosta. In spogliatoio nessuno lo confermerà mai, ma sembra che Riley abbia stabilito che “quelli con l’altra maglia sono gli avversari” e quindi per chi dà una mano a rialzare un avversario scivolato sul parquet sono pronti 500 dollari di multa. Il pubblico adora questo nuovo corso, all’insegna della gioventù – un pubblico rimasto fedele ed entusiasta anche nelle stagioni negative, compresa quella da 15 vittorie, con gli Heat unica squadra di Miami che fa sempre il tutto esaurito (quasi 500 consecutivi dal 23 aprile 2010 a oggi, con sole cinque squadre capaci di fare meglio (Portland, Dallas, Chicago, Boston e Sacramento)
Oltre ai fan, ai media e ai numeri della classifica il riconoscimento generale della sorprendente prima parte di stagione degli Heat è arrivato dalle convocazioni per l’All-Star Game. Il primo a farlo, ovviamente ad alta voce, è stato Charles Barkley: “Butler avrebbe dovuto essere titolare – ha detto l’ex superstar di Sixers e Suns – nel suo ruolo meritava di essere la prima scelta: se lui o Bam [Adebayo] non fossero stati chiamati, almeno tra le riserve, non sarei neppure andato a Chicago”. Invece nella metropoli dell’Illinois ci saranno tutti e due, e con loro – per il Rising Stars game – anche Nunn e Tyler Herro. “Coach Spo ce lo ha annunciato prima di un allenamento – ha detto il tiratore proveniente da Kentucky - e tutti i compagni hanno cominciato ad applaudire. Un momento da ricordare nella mia carriera, ma voglio sia solo un punto di partenza. C’è ancora tanto lavoro da fare”. Per Nunn poi si tratta addirittura di un ritorno a casa: “Tornare a Chicago per giocare la partita delle stelle, competere contro tutti i grandi giocatori e vederne altri da vicino è incredibile! Tutto quello che mi è accaduto quest’anno onestamente è meglio di un sogno, ma forse me lo goderò di più quando arriverò lì, vedrò le maglie e lo stemma dell’All-Star Game. Felici chiaramente anche i “veterani” e per Butler questa sarà la quinta partita delle stelle. “Una bella sensazione, è sempre un piacere essere riconosciuto come uno dei migliori in questa lega – e quindi del mondo – ma sono felice soprattutto per Bam”, assicura Jimmy “Buckets”. Per Adebayo si tratterà del debutto in una partita di questo livello, ma dopo una prima parte di stagione con una media di 16 punti, 10.4 rimbalzi, quasi 5 assist e più di una stoppata e un recupero a partita la convocazione era quasi dovuta. “Ho questa grande chance per merito di questa franchigia e di quella cultura del lavoro che ne è il fondamento. Il lavoro che ti costringono a fare mi ha portato fino qui, assieme al contributo dei miei compagni, che mi hanno permesso di emergere”
Gli Heat da tre punti sono una continua minaccia perché – a parte una macchina come Robinson – da dietro la linea sono temibili anche i vari Dragic, Herro, Leonard, Nunn, Olynyk e ora anche Iguodala. Una squadra che in attacco stava già producendo molto considerando che in cinque occasioni quest’anno Miami ha totalizzato almeno 70 punti all’intervallo e che nella prima parte della stagione il totale di punti (4.931, dopo la partita n°44) ha superato il record di tutta la storia della franchigia. Ora, con l’arrivo dei nuovi ma soprattutto di Andre Iguodala, bisognerà capire che direzione prenderanno i nuovi Heat: è probabile che non cambi moltissimo, che il tre volte campione NBA con Golden State porti una dimensione difensiva e un po' di creatività in attacco, oltre a quell’esperienza e a quel carisma che in una squadra giovane fanno sempre bene. Solo che ora i Miami Heat non sono più solo giovani e hanno compiuto movimenti di mercato che valgono come un’autentica dichiarazione d’intenti. C’è un enorme martello con una grande M disegnata stile Game of Thrones al centro dello spogliatoio degli Heat, che solo il migliore della partita ha il diritto di alzare. Chi sarà il prossimo?