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NBA, i problemi dei Cleveland Cavaliers dietro l’addio di John Beilein

NBA
©Getty

Un lungo articolo di The Athletic ha fatto luce sulla situazione complicata nello spogliatoio dei Cleveland Cavaliers, che vanno ben oltre l’addio di John Beilein. Tra le prese in giro dei giocatori all’allenatore e la mancanza di disciplina, la franchigia è di nuovo nei bassifondi dopo l’addio di LeBron James

L’addio di John Beilein alla panchina dei Cleveland Cavaliers era ormai nell’aria da giorni, e nella serata italiana di mercoledì è arrivato il comunicato ufficiale della panchina. Il 67enne ha lasciato il ruolo di capo-allenatore della franchigia, venendo assegnato ad un altro ruolo – ancora non specificato – all’interno dell’organizzazione, probabilmente anche per giustificare i 12 milioni di dollari rimanente sul suo accordo quinquennale. Inizialmente si diceva addirittura che Beilein potesse rinunciare a tutti i soldi garantiti che gli spettavano pur di lasciare Cleveland, e a leggere il lungo articolo di The Athletic non si fa fatica a capire il perché. Beilein aveva sempre avuto voglia di misurarsi con la NBA, ma ha sbagliato l’approccio nei confronti dei giocatori con uno stile definito come “dittatoriale” e poco accomodante, con allenamenti specifici sui fondamentali, lunghe sessioni video in cui si criticavano i giocatori e rapporti personali pressoché inesistenti. Comportamenti che ci si può permettere se si ha una carriera di alto livello tra i professionisti alle spalle o, alternativamente, se i risultati sono dalla propria parte: due cose che Beilein non aveva nella maniera più assoluta, e che ha finito per pagare anche dal punto di vista personale. “Perdere per me è molto gravoso e questa stagione ha avuto un peso ben superiore a quello che mi aspettavo” ha detto nel comunicato stampa che ha annunciato la sua rinuncia alla panchina. “Ero preoccupato delle conseguenze che questo peso avrebbero potuto avere sulla mia salute e sugli equilibri nella mia famiglia. Non ero certo di poter dare il mio meglio per il resto della stagione e in futuro, e non sarebbe stato giusto nei confronti dei giocatori, degli allenatori e dello staff”.

Le prese in giro dei giocatori: canzoni con “thugs” vicino a Beilein

Secondo quanto scritto, il destino di Beilein era stato segnato lo scorso 8 gennaio, quando durante una sessione video ha definito come “thugs” (teppisti) i suoi giocatori. La giustificazione (“Volevo dire ‘slugs’ (lumaconi), non mi sono neanche accorto di averlo detto”) non ha mai convinto del tutto i giocatori, con alcuni di loro che l’hanno presa come un insulto alla propria intelligenza. “La cosa peggiore è che non si è preso la responsabilità delle sue parole” ha detto un giocatore interpellato da The Athletic. Ancora più interessante, però, è che diversi suoi compagni hanno cominciato a far ruotare canzoni che contenevano la parola “thug” ogni volta che Beilein era nelle vicinanze, tra cui “Thuggish Ruggish Bone” dei Bone Thugs-n-Harmony, “Thugz Mansion” di Tupac e “I’m a Thug” di Trick Daddy. Un tentativo di alleggerire una situazione pesante, ma anche una chiara mancanza di rispetto nei confronti dell’allenatore. Addirittura Andre Drummond, arrivato appena due settimane fa da Detroit, ha detto che le circostanze ai Cavs sono peggiori di quelle dei Pistons, e che questo avrà un peso sulla sua decisione se esercitare o meno l’opzione da 29 milioni di dollari per la prossima stagione.

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I problemi dei Cavs oltre Beilein: anche Drew voleva andarsene

Come scritto da The Athletic, Beilein è stato il sintomo ma non è la malattia che affligge i Cavaliers, che da quando LeBron James se ne è andato nell’estate del 2018 sono sprofondati nei bassifondi della Eastern Conference. Già durante la scorsa stagione coach Larry Drew, subentrato a Tyronn Lue licenziato dopo sei partite, voleva rifiutarsi di prendere la panchina e, soprattutto, voleva lasciare la squadra durante la pausa per l’All-Star Game, frustrato dall’impossibilità di tenere in riga una squadra disfunzionale e insubordinata, in cui la sconfitta era diventata la normalità. Drew era arrivato addirittura a chiedere di essere sostituito da Nate Reinking, capo-allenatore della squadra di G-League, prima di scegliere comunque insieme al suo agente di chiudere la stagione in panchina. La scarsa etica del lavoro dei giocatori dei Cavs ha sorpreso anche Beilein, che ha visto i suoi saltare allenamenti e partite per dolori del tutto trascurabili, o non riuscire ad assorbire nozioni semplici da eseguire poi sul campo. La resistenza avuta per le lunghe sessioni video e gli allenamenti focalizzati sui fondamentali, poi, erano situazioni che non aveva mai dovuto affrontare nella sua carriera al college.

 

Il contratto di Bickerstaff: 1.6 milioni per fare da tutor a Beilein

Ora la palla passa nelle mani di J.B. Bickerstaff, preso in estate dalla dirigenza guidata da Koby Altman – che nei suoi tre anni da GM non è riuscito a creare un rapporto solido con nessuno dei personaggi più importanti della franchigia, da LeBron a Lue fino a Kevin Love – come “tutor” di Beilein per aiutare la sua transizione tra i pro e, nel caso in cui le cose fossero andate male, come suo sostituto già in casa. Non a caso Bickerstaff è uno degli assistenti più pagati di tutta la NBA, un po’ come fatto con Tyronn Lue subentrato a David Blatt nell’anno del titolo dopo che il rapporto tra il coach e il resto della squadra non era riuscito a decollare. Questi Cavs sono a dir poco lontanissimi dal poter competere per il titolo e non si vede neanche un modo per poter tornare ai playoff in tempi brevi: a Bickerstaff il compito di rimettere in sesto una situazione davvero ai minimi termini.

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