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NBA, quando Jordan tornò a essere Jordan: 25 anni fa il "double nickel game" a NYC. VIDEO

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È passato un quarto di secolo esatto dal rientro in campo di Michael Jordan dopo il suo primo ritiro, quello dell'anno e mezzo di sabbatico trascorso sui diamanti del baseball. Gli aneddoti di Chris Mullin e Steve Kerr su quel ritorno e la partita che più di tutte fece dire al mondo: "Michael Jordan è tornato"

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Un quarto di secolo esatto: 28 marzo 1995 - 28 marzo 2020. Esattamente 25 anni Michael Jordan scendeva sul campo del Madison Square Garden di New York — da sempre uno dei suoi palcoscenici preferiti — e regalava al mondo una delle sue prestazioni più incredibili. Non quella più importante (c’erano già state — e ci sarebbero state ancora — le finali e i tiri decisivi), non quella con il maggior numero di punti (resteranno per sempre i 69 segnati contro Cleveland), ma una di quelle più significative. Perché? Perché Michael Jordan era tornato da neppure una decina di giorni nella NBA — e le incognite attorno al suo ritorno erano ancora tante. Il 18 marzo il famoso fax agli uffici della NBA (“I’m back”); il giorno dopo l’esordio alla Market Square Arena di Indianapolis: 19 punti, sì, ma brutte percentuali al tiro (7/28) e una sconfitta. E difatti il record dei Bulls dopo le prime quattro partite dal rientro di MJ — con il n°45 eredità del baseball, e non con il mitico 23 — è un modesto 2 vinte e 2 perse. La quinta gara è proprio quella di New York, il palcoscenico quello più importante di tutti: “Bulls over Broadway”, annunciano i cartelloni a Times Square, e la domanda di tutti è una sola: Jordan “è ancora forte com’era forte una volta?”. Un primo indizio era arrivato proprio tre giorni prima, con i Bulls impegnati in back-to-back sul campo degli Atlanta Hawks. Jordan per la prima volta dal suo rientro scollina oltre i 30 punti (ne mette 32 con un ottimo 14/26 al tiro) ma cosa ancora più importante segna il buzzer beater che condanna gli Hawks, un jumper in faccia a Steve Smith celebrato con il solito pugnetto.

Chris Mullin e l’aneddoto segreto sul ritorno di MJ

Un quarto di secolo è un anniversario importante, e proprio nei giorni scorsi due giocatori che Jordan lo hanno conosciuto molto bene — Chris Mullin, suo compagno di squadra nel Dream Team a Barcellona ’92, e Steve Kerr, al suoi fianco nei Chicago Bulls —  hanno raccontato un paio di aneddoti davvero interessanti. Il primo arriva dalla bocca di Mullin, testimone diretto di una partitella di allenamento proprio con i suoi Golden State Warriors quando ancora non si parlava di un possibile rientro di Jordan: “C’erano Tim Hardaway, Latrell Sprewell e parecchi altri della squadra. Michael mi dice: ‘Prestami la tua roba. Va in spogliatoio, si cambia, entra in campo e praticamente da solo domina tutti gli Warriors. È lì che ho capito: Michael ha intenzione di tornare”. Un ritorno che si concretizza nella partita di Indianapolis, ma che poi aspetta quella di New York per diventare già leggendario: i Bulls vincono solo di due contro i Knicks, trascinati dai 55 punti di Jordan, con 21/37 dal campo e percentuali quasi perfette sia dall’arco (3/4) che in lunetta (10/11). È la famosa gara passata alla storia con il nome di “double nickel game” [il nickel negli USA è la moneta da 5 centesimi: il doppio nickel è 5+5=55, ndr], quella che lancia un messaggio a tutta la lega: Jordan è realmente tornato.

Cosa sarebbe successo senza il ritiro? L’opinione di Steve Kerr

MJ e i Bulls non avrebbero vinto quell’anno — Chicago viene eliminata dagli Orlando Magic di Shaq&Penny — ma per il triennio successivo avrebbero lasciato poco più che le briciole agli avversari, conquistando tre anelli e mandando a libri anche la miglior stagione di sempre nella storia della lega fino a quel punto (72 vittorie e 10 sconfitte). Nel 1996, nel 1997 e nel 1998 arrivano i titoli n°4, 5 e 6 del decennio, un dominio che ha fatto dire a tanti che senza il ritiro di MJ — qausi due anni lontano dai parquet NBA — gli anelli dei Bulls sarebbero stati otto e non sei: “È la cosa più assurda che abbia mai sentito”, l’opinione di Steve Kerr. “La gente non ha idea dello sforzo emotivo che una squadra che continua a vincere è chiamata a sostenere. Per me la ragione dietro al secondo threepeat dei Bulls è stata proprio il ritiro di MJ, che gli ha permesso di ricaricare le batterie. Ne aveva bisogno, disperatamente. È il motivo per cui ha mollato: era esausto, completamente consumato, contando anche l’omicidio del padre. Si è fatto da parte, si è ricaricato, ed è tornato per vincere altri tre titoli”.