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NBA, 8/30: a Detroit si è compiuta la resurrezione di Derrick Rose

FOCUS NBA
©Getty

Dopo le ottime indicazioni della stagione in maglia Timberwolves, quella con i Pistons ha confermato che l'ex MVP NBA ai tempi di Chicago è tornato a essere un giocatore decisivo. Diverso dal passato, ma sempre decisivo (e per certi aspetti, perfino migliore)

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No, Derrick Rose non è ovviamente più il giocatore che nel 2011 è diventato il più giovane di sempre a vincere il premio di MVP NBA: d’altronde, chi sarebbe in grado di mantenere lo stesso rendimento a quasi un decennio di distanza? Eppure sì, Derrick Rose è — per certi versi — un giocatore oggi perfino migliore di quello visto al suo apice in maglia Chicago Bulls. Quel 49% al tiro con cui ad esempio stava viaggiando in stagione per i suoi Detroit Pistons prima dello stop del campionato è il dato più alto in carriera, così come Rose non ha mai tirato così bene da due punti (il 53.5% su oltre 12 conclusioni a sera). Ma c’è di più: se parametrati su 36 minuti (Rose oggi ne gioca 26 di media a partita, uscendo dalla panchina in 35 delle 50 gare da lui disputate) diventano massimi di carriera anche i 25.1 punti a sera (ne segnava uno in meno — su 36 minuti — nella sua stagione da MVP) e i suoi 1.1 recuperi, mentre i 7.7 assist sono solo di un soffio inferiori al suo miglior dato di sempre (8.0 a partita nel 2011-12, ma con sole 39 gare disputate). Proprio al 2012 bisogna tornare anche per ritrovare un Derrick Rose capace di essere il miglior marcatore della propria squadra, titolo che invece gli appartiene ai Pistons, dove i suoi 18.1 punti di media sono superiori tanto ai 17.8 di Andre Drummond (poi spedito a Cleveland) che ai 15 abbondanti messi a referto da Luke Kennard e Blake Griffin. Con questo no, non stiamo dicendo che il Derrick Rose versione 2019-20 di Detroit sia il miglior Derrick Rose di sempre, sarebbe una follia. Ma di sicuro — dopo la sorprendente stagione di Minnesota — l’annata in maglia Pistons ha confermato un assunto che molti avrebbero dato per impossibile solo un paio di anni fa: Derrick Rose è di nuovo un giocatore d’élite NBA.

Costanza di rendimento, punti e assist

A conferma di tutto ciò ci sarebbe stata bene una convocazione all’All-Star Game di febbraio (dal sapore anche romantico, nella sua Chicago), ma non è arrivata. Questo però non toglie che Rose a Detroit abbia dimostrato la capacità di tornare a essere determinante a livello NBA su base continuativa — e non solo su singoli exploit come già visto con la maglia dei Timberwolves (leggendaria la prestazione da 50 punti terminata tra le lacrime). Lo testimonia la striscia di 14 partite — la più lunga di tutta la sua carriera — con almeno 20 punti segnati ogni sera, striscia portata avanti per quasi tutto il mese di gennaio — dal 4 al 31 — infrangendo così un record personale (di 10 partite) stabilito proprio nella sua stagione da MVP. Segna e fa segnare, se è vero che i suoi 5.6 assist di media ne fanno non tanto il miglior passatore dei suoi Pistons quanto il 5° miglior giocatore NBA per assist percentage (la percentuale dei canestri realizzati dai suoi compagni generati da un suo assist) dietro soltanto a LeBron James, Luka Doncic, Trae Young e Ricky Rubio. Tra i giocatori che distribuiscono tanti assist quanti ne distribuisce lui, solo 21 fanno meglio del n°25 dei Pistons per media punti, a riprova di una sua doppia pericolosità offensiva all’interno del sistema disegnato da coach Casey, di cui Rose è stato per 27 volte il miglior passatore e per 21 volte il miglior realizzatore (in 16 occasioni ha segnato almeno 20 punti uscendo dalla panchina).

Le stimmate del campione

Cleveland, New Orleans, Indiana e Phoenix poi possono tutte testimoniare un’altra caratteristica — questa sì, sempre presente — del gioco di Derrick Rose: quella di saper prendersi la squadra in mano quando conta di più e guidarla alla vittoria, spesso anche con il canestro decisivo. È successo contro i Pacers, con 10 dei suoi 14 punti di serata nel quarto quarto e il floater della vittoria a 18.4 secondi dalla fine; sul campo dei Pelicans tre giorni dopo, quando i punti nell’ultimo periodo sono stati addirittura 17 (su 21 totali) compresi gli ultimi sei della squadra e il canestro della vittoria a 3 decimi di secondo dalla sirena; è successo ancora contro i Cavs, quando 20 dei suoi 24 punti sono arrivati nel secondo tempo, compreso il canestro decisivo a 26 secondi dalla fine; e ancora a fine febbraio sul campo dei Suns, con 13 dei suoi 31 punti negli ultimi dodici minuti, e due canestri negli ultimi 41 secondi della gara per tenere avanti i Pistons. Per punti segnati nell’ultimo quarto di gioco (5.4 di media) oggi Rose è 30° nella NBA, giusto alle spalle di uno come Luka Doncic, mentre nelle situazioni clutch (entro i 5 minuti dalla fine con 5 o meno punti di distacco) fa addirittura meglio, ed è 22° con 2.9 punti di media.


I tanti interventi chirurgici gli hanno tolto quell’atletismo che negli anni belli ne faceva una delle guardie più esplosive che la NBA abbia mai visto e il tiro da fuori — da sempre il suo punto debole — non è nel frattempo diventato un punto forte (ai Pistons si esibisce con il 30.6%, in carriera è al 30.4%). Ma Rose dall'arco tira neppure tre volte a sera, sa che quello non è il suo forte e si concentra sulle cose che sa fare meglio invece che su quelle che gli riescono meno bene. Se lo facessero anche tutti i suoi critici, forse ci si accorgerebbe che la storia del giocatore di Englewood, Chicago, la cui carriera sembrava deragliata su un binario morto è invece oggi una storia con il lieto fine: a 31 anni compiuti Derrick Rose è ancora un giocatore di livello nella NBA. E l’anno prossimo sarà il suo ultimo anno di contratto con i Pistons.