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15/30: Buddy Hield, la nuova riserva di lusso dei Sacramento Kings

focus nba
©Getty

Il cambio di rotta e il suo passaggio in panchina ha trasformato (in meglio) la stagione di Sacramento, migliorando anche il suo rendimento: una scelta necessaria, non definitiva, che ha dato una possibilità in più ai Kings di rincorrere i playoff che mancano da troppo tempo

Quindici sconfitte in 19 partite sono un’ottima ragione per cambiare idea e strategia, anche a costo di rivoluzionare un quintetto o modificando semplicemente la routine di chi da due anni e mezzo è abituato a partire in quintetto. Per questo coach Luke Walton, nel momento più complicato della stagione dei Kings, ha deciso di cambiare prima di toccare il fondo: Buddy Hield in panchina e Bogdan Bogdanovic in campo sin dalla palla a due. Una mossa che nel giro di tre settimane aveva dato i risultati sperati, come dimostrato dalle sei vittorie raccolte da Sacramento nelle ultime sette gare giocate prima dell’interruzione della regular season. I Kings sono così diventati una delle principali pretendenti a Ovest dell’ultimo posto playoff occupato dai Memphis Grizzlies. Una sterzata arrivata lo scorso 24 gennaio a Chicago, in un match vinto in trasferta contro i Bulls anche grazie al contributo a gara in corso di un sorridente Hield prima, durante e dopo la partita: “Sono tutti convinti del fatto che i f****ti problemi di questa squadra siano colpa mia: sono positivo e sereno per quello, perché così forse si smetterà di parlare soltanto di me. Le responsabilità non sono solo del sottoscritto”. Parlare chiaro in fondo non è mai stato un problema per uno che a inizio anno, nel pieno della lunga e complicata trattativa con i Kings e con Vlade Divac per giungere a un accordo relativo al rinnovo di contratto, era arrivato a urlare rivolto verso il dirigente di Sacramento: “Mi dovete pagare”. Quei soldi alla fine in California hanno deciso di sborsarli, rendendo più complicato il prolungamento dell’accordo con quel Bogdanovic che ha preso (almeno per il momento) il suo posto in quintetto. “Non è una punizione per Buddy, anzi. Bisogna capire che è importante il contributo di tutti: non avremmo mai vinto questa gara senza i canestri di Hield, nonostante non sia partito in quintetto”. Con buona pace dei detrattori e di chi sperava di ritornare subito tra i titolari.

Un tiratore più prolifico degli altri, anche durante l’All-Star Weekend

Entrare in campo a gara in corso non ha cambiato le sue abitudini, come dimostrato a stretto a giro a Minneapolis in quella che resta la sua miglior partita stagionale - la seconda giocata in uscita dalla panchina a fine gennaio: 42 punti a referto, 9/14 dalla lunga distanza - contro Boston ne sono arrivate anche 11 a segno - e un eloquente +19 di plus/minus in 37 minuti di gioco (in pratica, una volta in campo non esce più) raccolto in una sfida vinta soltanto di quattro lunghezze da Sacramento. Il tiro dalla lunga distanza resta a prescindere il suo marchio di fabbrica, la ragione per cui avrà sempre un posto in squadra e un contratto milionario da poter firmare: le triple segnate in questa stagione sono 244 in 64 partite, secondo in tutta la lega alle spalle del solo James Harden - che per metterne a referto 271 però ha dovuto tentare ben 151 conclusioni in più di lui. Hield invece viaggia con il 39.5% complessivo in stagione, dato in crescita se si considerano le ultime 15 partite giocate in uscita dalla panchina: un 46.9% su 8.5 tentativi che ben racconta come il vincitore della gara da tre punti dell’All-Star Weekend di Chicago non abbia perso ritmo entrando sul parquet a gara in corso.

Il "segreto" per vincere la gara da tre punti

Anche per conquistare il titolo di miglior tiratore da tre punti della lega contro Devin Booker in una delle sfide più avvincenti degli ultimi anni (27-26 il punteggio, con ultimo carrello e ultimo tiro decisivi per il sorpasso finale), Hield ha dimostrato di essere più scaltro degli altri. In quel tipo di prova infatti la tendenza di molti è di “accorciare” il tragitto tra un carrello e l’altro, puntando direttamente alla parte iniziale, muovendosi lungo la linea da tre punti e poi andando indietro per ritrovare la giusta distanza. Un gesto che costringe i tiratori ad “allontanarsi dal canestro” una volta arrivati in corrispondenza del primo pallone presente sul carrello; la cosa peggiore che un tiratore possa fare. Muoversi all’indietro infatti ti fa perdere ritmo, a differenza di quanto fatto dal n°24 dei Kings che passando dal retro si è poi preso il tempo di avanzare e tentare la conclusione andando verso il canestro. Una scelta inconsapevole, ma decisiva in un testa a testa così serrato: “Non avevo nessuna routine preparata, nessun allenamento specifico. Nel weekend dell’All-Star Game si esce la sera: ho fatto tardi e mi sono divertito, quello mi è sembrato soltanto il modo migliore per prepararmi al tiro. Non capivo perché gli altri andassero dall’altro lato…”.

La pallacanestro come unica salvezza per il piccolo, rosso, Buddy

Di solito, quando si racconta il momento di forma e la storia di un giocatore, si parte da un episodio che riguarda la sua infanzia per poi tornare all’attualità. Nel caso di Hield invece conviene fare il contrario e chiudere con quello che è stato il suo passato, per rendere nel migliore dei modi l’idea che le Bahamas che ha conosciuto da piccolo non sono l’ambita meta di vacanze che tanti americani sognano di visitare. Da figlio di una ragazza madre con sette figli e 14 ore di lavoro al giorno da smaltire, avere il paradiso a portata di mano a pochi chilometri dalla porta di casa è più frustrante che consolatorio: “Nella mia famiglia non è mai mancato il cibo a tavola. Mai. Solo che non avevamo altro”. La pallacanestro è stata quindi l’unica via di fuga, così come il canestro artigianale costruito davanti casa della nonna per evitare di andare al campetto e di avere a che fare con tipi poco raccomandabili: “Avevo tagliato il fondo di una scatola di plastica, montata in maniera provvisoria sul tronco di un albero, pronta da un momento all’altro a cadere. Centrarlo senza toccare il bordo era quindi una necessità, ogni tiro sbagliato ti costringeva a ricostruire da capo il canestro”. Nasce così uno dei migliori tiratori dalla lunga distanza della NBA, mentre il nome Buddy ha una storia se possibile ancora più particolare: “Viene da uno show che si chiamava “Married… with Children” - ha raccontato Hield qualche tempo fa - uno dei protagonisti si chiamava Bud Bundy. Era rosso proprio come me e mia cugina Carol un giorno disse: “Ma non assomiglia a Bud?”. Quello però era anche il nome di un famoso spacciatore di droga della mia zona che avevano ucciso da poco, quindi per evitare equivoci decisero di aggiungere una d e una y. Così venne fuori Buddy. Chavano, il nome che mia madre aveva scelto per me, continua a usarlo soltanto quando è arrabbiata. Altrimenti per tutti sono diventato Buddy”. Sempre lo stesso quindi, come quando si tratta di partire in quintetto o di giocare in uscita dalla panchina.

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