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NBA, il finale di "The Last Dance" non è ancora pronto: "Una corsa contro il tempo"

NBA

L'idea iniziale era quello di far uscire la prima puntata il 2 giugno, a ridosso delle Finals, ma quando è arrivato il coronavirus mancavano ancora le ultime interviste - oltre al montaggio e alla post-produzione degli ultimi sette episodi: "Era un'occasione unica da cogliere al volo"

LeBron James è stato tra i prima a parlarne, a lanciare l’idea pochi giorni dopo che la regular season era stata sospesa: “Tutti pensano già a “The Last Dance”: dovrebbero metterlo online il prima possibile, già nei prossimi giorni. Se fossi MJ farei di tutto per approfittare del fatto che la gente adesso è chiusa dentro casa. Sono anni che ci lavorano, sarà pronto”. Una visione come al solito lungimirante quando si parla del n°23 dei Lakers - che ha anticipato di una settimana l’annuncio ufficiale da parte di ESPN - ma che non partiva da un presupposto errato: la serie non era pronta, anzi. Alcune parti dovevano ancora essere registrate, come l’intervista a John Stockton in programma per il 10 marzo a Spokane - la città dove vive l’Hall of Famer degli Utah Jazz, uno dei protagonisti della sfida alle Finals 1998 contro i Bulls e di conseguenza uno dei volti delle ultime puntate del documentario. Il regista Jason Hehir è stato contattato da ESPN per paura che il suo aereo potesse essere cancellato a causa della pandemia da coronavirus. “Non sapevamo a cosa stessimo andando incontro in quel momento, ma era già complicato lavorare in previsione dell’uscita di giugno. La mia idea era quella di restare a Spokane il più a lungo possibile per raccogliere del materiale”. Il giorno dopo il suo arrivo però la NBA ha sospeso la regular season e fatto partire questo vertiginoso conto alla rovescia dell’uscita delle puntate - come sottolineato anche dal Mike Tollin: “Ricordo bene quel venerdì 13 marzo: in quel momento il mondo ha smesso di girare e io mi sono ritrovato in conference call con ESPN, Netflix, Jump Inc., NBA e altri, consultando in maniera compulsiva il calendario e cercando di capire quanto lavoro rimanesse da fare per portare a termine la serie”. Quando il 16 marzo a New York è stato dichiarato il lockdown, le prime tre puntate erano terminate, mentre le altre sette erano in diverse fasi di post-produzione, ma ancora lontane dall’essere considerate pronte. Hehir e il suo team nel frattempo lavoravano da casa già da giorni, dopo che due impiegati dell’azienda di produzione della serie erano risultati positivi al test da Covid-19: l’ultimo ritocco alle varie puntate è quindi arrivato via Zoom, scaricando i video dal proprio appartamento per valutare la bontà del lavoro.

"The Last Dance è diventato un'esperienza culturale condivisa"

La serie sarebbe dovuta partire dal 2 giugno - due giorni prima dell’inizio della Finals - permettendo poi a ESPN di disporre di materiale a sufficienza da usare tra una gara e l’altra durante le prime quattro sfide tra le due contendenti al titolo: “Sarebbe stato il materiale perfetto per riempire quel vuoto, per far discutere, sfruttando al tempo stesso il momento di massima attenzione che la NBA riesce a generare durante la stagione”. Il piano quindi era quello di terminare la produzione dell’ultimo episodio a metà maggio, ma poi il calendario è stato stravolto dall’idea di anticipare al 17 aprile l’uscita delle prime due puntate: "Si è subito trasformato in una corsa contro il tempo". A differenza di quanto accade di solito quindi, alcune parti sono ancora in lavorazione nonostante la serie sia già iniziata: il montaggio dell’episodio 9 è terminato il 1 maggio, mentre è previsto non prima del 10 il completamento dell’ultima puntata - quando saranno già online la 7 e la 8, per intenderci. Gli ascolti però hanno ripagato il lavoro fatto in maniera a tratti frenetica per produrre, sottotitolare e distribuire il prodotto in oltre 190 Paesi - disponibile in Italia su Netflix e a un prezzo vantaggioso per gli abbonati Sky che sottoscrivono l’offerta Intrattenimento Plus su Sky Q - colmando in parte il vuoto lasciato dall’assenza di eventi sportivi: “Nella tua carriera di produttore speri che almeno una volta accada di trovare una “finestra” di tempo all’interno della quale inserirti, l’opportunità di riempire un vuoto in cui viene meno la concorrenza. Questa pandemia ha generato una condizione tale da rendere questo documentario qualcosa che va ben oltre un semplice film: è un’esperienza culturale condivisa”.  

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