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NBA, Kyrie Irving guida la conference call dei giocatori dubbiosi su Orlando

NBPA
©Getty

Tra 80 e 100 giocatori NBA hanno partecipato alla conference call organizzata da Kyrie Irving per esprimere dubbi sul ritorno in campo nella bolla di Orlando, indicando tra i motivi le proteste sociali negli Stati Uniti, la quarantena all’interno di Disney World e il rischio di ammalarsi e di infortunarsi. Si arriverà a una decisione comune a cui anche Irving si allineerà

In un qualsiasi gruppo formato da 450 persone, è inevitabile che ci siano delle opinioni differenti. Anche la NBPA, l’associazione giocatori della NBA, non fa eccezione: nonostante il voto unanime di settimana scorsa per la ripresa delle partite a Disney World, Orlando, all’interno della NBPA sta crescendo un fronte che vuole opporsi al ritorno in campo, o quantomeno far sentire la propria voce dopo essersi sentito ignorato dai vertici dell’associazione. Secondo quanto riferito da diversi media statunitensi, a guidare il gruppo è Kyrie Irving, che si è fatto portavoce dei giocatori che hanno dubbi sulla necessità e opportunità di tornare a giocare in un periodo come quello che stanno affrontando gli Stati Uniti. Per questo Irving — che ricopre uno dei sei posti di vice-presidente della NBPA e la scorsa settimana aveva votato a favore del ritorno in campo, sollevando solo domande di scarsa rilevanza nella call con l'executive director Michele Roberts — ha organizzato una conference call aperta a tutti a cui hanno partecipato tra gli 80 e i 100 giocatori, circa il 20% dell’intera associazione. Tra questi c’erano il presidente della NBPA Chris Paul e diversi altri esponenti delle varie "fasce" di giocatori, da superstar come Kevin Durant e Russell Westbrook a veterani come Carmelo Anthony e Dwight Howard, da giovani All-Star come Donovan Mitchell e Joel Embiid a journeyman come Avery Bradley e Al-Farouq Aminu, oltre a quattro giocatrici WNBA come Tiffany Hayes, Kristi Toliver, Renee Montgomery e Natasha Cloud. Tra queste non c’era LeBron James, la cui posizione è sempre stata quella di tornare a giocare e di non ritenerla in contrapposizione al suo impegno sociale.

Le ineguaglianze sociali al centro dei motivi contro Olrando

Secondo quanto scritto da The Athletic, infatti, la primaria preoccupazione del gruppo di “dissidenti” è quella che un ritorno in campo della NBA tolga forza al movimento che si sta battendo per la riforma della giustizia sociale e le ineguaglianze razziali negli Stati Uniti. “Una volta che torniamo a giocare, le notizie passeranno dal razzismo sistemico a quello che è successo in campo ieri sera” ha detto un rispettato giocatore NBA a ESPN. Irving, ad esempio, ha espresso la sua forte opposizione ad andare a Orlando, preferendo invece lavorare in prima linea nella sua comunità per combattere l’oppressione sociale e il razzismo sistemico dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis. “Non sono d’accordo con Orlando” ha detto ai suoi colleghi aprendo la call. “C’è qualcosa che puzza sotto. Che lo vogliano ammettere oppure no, ogni giorno che ci svegliamo come uomini neri siamo presi di mira”. Il sentimento di Irving è condiviso anche da altri giocatori come Dwight Howard, che ha sottolineato come il ritorno della NBA distrarrà dalle questioni che il paese sta affrontando e ha ribadito la necessità di unirsi ancora di più e usare questo momento per creare un cambiamento.

Le altre motivazioni: limitazioni agli spostamenti, rischio COVID-19 e infortuni

Le lotte sociali negli USA non sono l’unica motivazione espressa dai giocatori. Altrettanti dubbi stanno emergendo anche sul funzionamento della “bolla” di Orlando e sulle limitazioni che imporrà ai movimenti dei giocatori, che saranno essenzialmente costretti a rimanere a Disney World senza contatti esterni per un minimo di 35-40 giorni e un massimo di 82 (per le squadre finaliste). A far storcere il naso a molti giocatori anche sui social è stata soprattutto la notizia che lo staff di Disney World non verrà sottoposto ai tamponi continui che invece i giocatori dovranno sostenere e potrà entrare e uscire da Disney World senza un periodo di quarantena. "Percio… non è una bolla" ha scritto J.J. Redick su Twitter commentando un articolo di NBC Sports che spiegava i protocolli a cui saranno sottoposti i membri dello staff di Disney World, suscitando le risate di Joe Ingles (“Una bolla con diversi buchi”) e la “confusione” di Jordan Clarkson. Altri giocatori invece hanno sottolineato gli ovvi rischi di contrarre il coronavirus una volta costretti a rimanere nello stesso posto per mesi e altri, come ad esempio Donovan Mitchell, il rischio di infortuni gravi dopo così tanto tempo di inattività, mettendo in pericolo — come nel suo caso, visto che in off-season potrebbe firmare un’estensione salariale — i contratti che firmeranno in futuro. 

 

La conclusione della call: "Prendiamo una decisione tutti assieme"

Dopo la call di circa un’ora e mezza, in ogni caso, tutti i giocatori hanno espresso la necessità di creare un fronte unito e comune, qualsiasi sia la decisione finale: secondo quanto scritto da Yahoo Sports, lo stesso Irving ha dichiarato che supporterà qualsiasi decisione l’associazione prenda. "Se vale il rischio, allora andiamo a Orlando. Ma se non vi sta bene, è ok lo stesso. Abbiamo opzioni in entrambi i casi. Troviamo un terreno comune come una famiglia e procediamo assieme". Con il ritorno dei giocatori internazionali nelle città di riferimento previsto per lunedì e quello dei giocatori rimasti negli USA per la settimana successiva, il tempo di decidere definitivamente si avvicina sempre di più.

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