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Le morti che scuotono la NBA del BLM: perché quella di Chadwick Boseman è così importante

NBA

Mauro Bevacqua

©Getty

Da David Stern (il primo giorno del 2020) a John Thompson (oggi), passando ovviamente da Kobe Bryant, il 2020 ha visto una serie di lutti che hanno colpito duramente la "famiglia" NBA. Ecco perché quello di un attore - la "pantera nera" Chadwick Boseman - è importante almeno quanto questi

David Stern, il primo giorno di questo assurdo 2020. Poi Kobe Bryant. Quindi, negli ultimi giorni, una catena di lutti quasi irreale — Cliff Robinson, Lute Olson, ora John Thompson. Sberle, violente, al mondo NBA, ognuna per un motivo diverso. Stern: l’uomo la cui stretta di mano — sul palco del Draft — certifica il sogno, avverato, di una vita; Kobe: semplicemente Kobe (non c’è bisogno di aggiungere nulla); “Uncle Cliffy”: un collega, gone too soon, andatosene troppo presto; coach Olson: l’uomo che ha traghettato nella lega Steve Kerr, Andre Iguodala e tanti altri ancora; coach Thompson: uno senza il quale la NBA non avrebbe mai conosciuto Allen Iverson (pensateci). La lega li ha onorati e ricordati tutti, come si deve ai grandi — e farà lo stesso con John Thompson. Nel weekend, nella bolla di Orlando, prima del via di ogni partita è stato osservato un minuto di silenzio. Per Cliff Robinson. Per Lute Olson. E per Chadwick Boseman. Che l’account Twitter della lega ha definito “un grande amico della famiglia NBA” ma che — fino a prova contraria — non ha mai giocato o allenato (almeno non a livello NBA: al liceo Boseman era un buonissimo prospetto che scelse di dedicarsi alla recitazione dopo che una sparatoria lo privò di un compagno di squadra, uno dei suoi migliori amici). E allora perché il ricordo di Chadwick Boseman? Che c’entra, si sono chiesti in tanti? C’entra. Ecco perché.

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“Amavo i supereroi da ragazzino — ha raccontato al tempo LeBron James — ma non riuscivo a sentire davvero miei i vari Superman, Batman, L’Uomo Ragno: personaggi bellissimi, ma erano tutti proiezioni di un’America bianca. Poi ho scoperto Black Panther”. Il primo supereroe dei fumetti afroamericano, che vede la luce — dalla mente e dalla penna di Stan Lee — nel 1966. Nel luglio 1966, e il mese è un dettaglio non da poco. Perché Black Panther è un nuovo personaggio della Marvel prima ancora che un gruppo rivoluzionario afroamericano — quello fondato da Bobby Seale e Huey Newton solo qualche mese dopo, nell’ottobre 1966, a Oakland. Ancora LeBron James, all’uscita nelle sale americane del film su Black Panther, a inizio 2018: “Ora sappiamo non solo di poter diventare presidenti degli Stati Uniti, come Barack Obama, ma anche supereroi”. Orgoglio nero, recitava uno degli slogan proprio delle Pantere Nere di Seal e Newton: orgoglio nero, come quello dimostrato nella bolla di Orlando dai giocatori NBA. E non è finita qui.

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Jayson Tatum ha più volte detto che se avesse potuto scegliere in totale libertà cosa esibire sulle spalle della sua maglia n°0 dei Celtics avrebbe optato per il nome di Michael Brown. Michael Brown è stato ucciso dalla brutalità della polizia nell’agosto 2014 a Ferguson, Missouri, a 20 minuti da dove è nato e cresciuto Tatum (“Vedevo i carrarmati per le strade dove giocavo di solito”, ha raccontato). Jerami Grant avrebbe sfoggiato il nome di Elijah McClain, ucciso sempre ad agosto — e sempre per mano della polizia — cinque anni dopo, ad Aurora, Colorado, a 25 minuti da dove gioca l’ala di Denver. Damian Lillard invece avrebbe scelto il nome di Oscar Grant. Grant è stato ucciso oltre 5 anni prima di Michael Brown, tre anni prima anche di Travyon Martin (la cui morte ispirò i famosi cappucci degli hoodie alzati da parte di LeBron James, Dwyane Wade e di quegli Heat campioni NBA). Grant è stato ucciso da un poliziotto in una stazione della BART, la metropolitana di Oakland, non lontano dalla Oracle Arena. La stazione si chiama Fruitvale — e Fruitvale Station è diventato il titolo di un bellissimo film che ne racconta la storia. È il film esordiente di un regista (afroamericano) di grandissimo talento, Ryan Coogler, che vince al Sundance Film Festival e poi a Cannes, per le opere prime. Quando è chiamato al difficile compito di confermarsi — la terribile opera seconda — Coogler affronta il mito Rocky/Sylvester Stallone e lo reinventa in Creed (altro grandissimo successo), prima di cambiare totalmente genere e portare al cinema un supereroe della Marvel. È Black Panther, ovviamente, e per interpretare T’Challa, il re di Wakanda,  Coogler sceglie Chadwick Boseman. Un grande amico — davvero — della famiglia NBA.

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