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NBA, cosa può dare Andre Drummond ai Los Angeles Lakers

FOCUS

Dario Vismara

I campioni in carica si sono detti entusiasti dell’arrivo del due volte All-Star, che non scende in campo da un mese e mezzo dopo la rottura coi Cleveland Cavaliers e deve riscattare una carriera giunta a un punto morto. Ma cosa può dare e cosa non può dare ai Lakers? Scopriamolo assieme

Coach Frank Vogel a malapena è riuscito a contenere il suo entusiasmo. “Siamo elettrizzati all’idea di aggiungere un giocatore del calibro di Andre Drummond alla nostra squadra” ha detto dopo la difficile vittoria interna contro gli Orlando Magic. “È uno dei migliori centri della lega, una presenza contro la quale ogni difesa deve fare i conti per provare a gestirla. Sarà interessante vedere come cercheranno di fermare Anthony Davis, LeBron James e le nostre guardie con lui in campo”. Drummond, che si è liberato dall’accordo con i Cleveland Cavaliers con un buyout e ha firmato per il resto della stagione, non scende in campo dallo scorso 12 febbraio ma è stato uno dei giocatori più cercati sul mercato, parlando anche con Clippers, Knicks, Celtics e Hornets tra le squadre che lo hanno cercato. “Ci darà una grossa mano nell’immediato futuro e ovviamente anche più in là. È in grado di dominare entrambe le metà campo e la sua fisicità è un aspetto che non può essere sottovalutato dagli avversari” ha continuato Vogel, che ha già parlato con il giocatore — il quale si è detto altrettanto entusiasta di unirsi ai campioni in carica. “Penso che la nostra squadra sia migliorata davvero molto”.

 

Quello della presenza a rimbalzo è un aspetto sottolineato anche da Kyle Kuzma, ponendo l’accento sulle dimensioni dei Lakers nel frontcourt: “Ora ho qualcun altro con cui andare a battagliare sotto canestro per i rimbalzi” ha detto l’ala. “Quello è l’aspetto che secondo me risalterà di più. Quando tornerà anche AD, ci saremo io, lui, Drummond e Bron ad andare a rimbalzo. E sarà davvero dura per le altre squadre”. “Ha una presenza dominante ed enorme, sarà una buona ventata di aria fresca vederlo arrivare nel nostro quintetto” ha aggiunto Montrezl Harrell, il cui minutaggio potrebbe essere diminuito dopo l’arrivo di Drummond e il ritorno di Davis. “Penso che sia impaziente di tornare in campo e darci dentro. Ed è l’atteggiamento che serve avere per entrare nella nostra organizzazione”.

Cosa può dare Drummond: presenza a rimbalzo, dimensioni e pick and roll

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La firma di Andre Drummond con i Lakers

Non è un caso che tutti i membri dei Lakers abbiano sottolineato le doti a rimbalzo di Drummond, forse il migliore in assoluto nella specialità in tutta la NBA. Nelle ultime tre stagioni ha sempre viaggiato sopra i 15 rimbalzi a partita e dal suo secondo anno in NBA in poi non è mai sceso sotto i 13. E prima che i Cavaliers lo fermassero, il suo 26.1% di percentuale di rimbalzo (tra cui il 37% difensivo) era il miglior dato di tutta la lega. I Lakers non hanno particolari problemi a controllare i tabelloni, visto che prendono il 76.5% dei rimbalzi nella loro metà campo (sesto miglior dato NBA), ma rispetto allo scorso anno sono peggiorati molto a rimbalzo offensivo. Mentre nella passata stagione JaVale McGee e Dwight Howard fornivano una presenza offensiva sotto i tabelloni capace di portare i Lakers fino al sesto posto della lega col 27% di rimbalzi recuperati dopo un errore, quest’anno i Lakers sono solo 16esimi in NBA con il 25.4%. Marc Gasol in particolare ha altre qualità rispetto ai due predecessori e la lunga assenza di Anthony Davis sicuramente ha influito, visto che con il numero 3 in campo la percentuale di rimbalzi offensivi sale di oltre tre punti percentuali rispetto a quando non c’è. Ma è evidente che i Lakers non facciano più "paura fisica" come quelli passati.

 

Drummond può restituire ai Lakers quella presenza fisica che lo scorso anno era stata una delle chiavi per il titolo. A 28 anni, quindi teoricamente nel pieno delle sue possibilità fisiche, i suoi 208 centimetri per 127 chili uniti a un’apertura di braccia di 2.29 lo rendono una presenza che — per usare le parole di Frank Vogel — non può essere ignorata, specialmente perché unita a un’agilità rara per un lungo. Con la sua sola presenza a rimbalzo e la capacità di giocare il pick and roll (con numeri sorprendentemente buoni in quella situazione, anche in un attacco stagnante come quello dei Cavs di questa stagione) Drummond può dare a una mano a mettere punti facili a tabellone e diventare un “bersaglio” per i compagni, specialmente quando le attenzioni delle difese saranno risucchiate dalla presenza di due superstar come James e Davis.

Cosa non può dare Drummond: efficienza e difesa interiore

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Il grosso tema riguardante Drummond è quale ruolo dargli, cioè banalmente quanti palloni far transitare dalle sue mani quando è in campo. In questa stagione — forse anche per la volontà dei Cavs di fargli mettere su numeri in vista di una trade che poi non si è concretizzata — il lungo ha usato un numero abnorme di possessi: il suo Usage è stato del 32%, il che significa che il 32% dei possessi con lui in campo si è concluso con un suo tiro, assist o palla persa. Per dare un riferimento, persino LeBron James si ferma al 31% quando è in campo per i Lakers. Soprattutto Drummond li ha usati malissimo: la sua efficienza al tiro è stata terribile (47% dal campo pur tirando mediamente a poco più di un metro dal ferro) e ha perso oltre 3 palloni a partita, o il 16.2% quando è stato in campo. Drummond poi ha una strana predilezione per i possessi in post basso, per i quali decisamente non è portato: tra quelli che hanno giocato almeno 100 possessi in post, è penultimo in NBA davanti solo a Russell Westbrook con 0.81 punti per possesso. Per metterla giù in maniera brutale: Drummond si prende un sacco di brutti tiri (anche partendo in palleggio in uno contro uno dal perimetro) e ne sbaglia più della metà, segnalandosi come uno dei peggiori lunghi a finire al ferro di tutta la NBA.

 

I Lakers sperano che giocare insieme a due giocatori così nettamente più forti di lui — situazione in cui Drummond non si è mai trovato in carriera — possa far emergere il suo talento, sempre se accetterà di giocare molto meno con la palla tra le mani (anche se potrà rivelarsi utile come passatore dal gomito e nei consegnati, aspetto del gioco nel quale è più che utile) e con un ruolo decisamente ridotto nel quale potrà non toccare palla anche per diversi minuti. C’è poi da considerare la metà campo difensiva, nella quale Drummond non è mai stato particolarmente interessato (se non a raccogliere gazzilioni di rimbalzi) e sembra sempre che il gioco sia un po’ veloce per le sue capacità di lettura, oltre che di velocità di piedi. I Lakers hanno la miglior difesa della NBA perché non hanno difensori scarsi a roster e quindi possono permettersi di inserirne uno sotto media nel loro sistema sperando che non faccia troppi danni: il dato più incoraggiante è che contro di lui al ferro gli avversari hanno tirato col 55%, un buon numero considerando che la protezione del canestro non è la specialità della casa. La chiave sta nel fare in modo che sia in posizione per poterli contestare e non rimanga “indietro un giro” perché preso d’infilata dagli avversari più rapidi di lui o perché si è perso una rotazione difensiva pensando già al prossimo rimbalzo da prendere.

La competizione con Gasol e Harrell, nell'attesa del ritorno di Anthony Davis

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Tutti i candidati buyout: i possibili free agent

Uno dei punti su cui i Lakers hanno insistito per convincerlo ad unirsi a loro è stata la prospettiva di partire titolare per i campioni in carica, retrocedendo il 36enne Marc Gasol a un ruolo in uscita dalla panchina. In questa stagione Frank Vogel non ha mai schierato assieme Gasol e Harrell neanche per un minuto, trattandoli esclusivamente uno come alternativa dell’altro, ma inserendo anche il quantitativo di minuti richiesto da Drummond è inevitabile che uno dei tre sia di troppo. L’idea probabilmente è di alternarli in base agli avversari: Drummond è il titolare e Harrell il sesto uomo in uscita dalla panchina, ma se dovesse trovarsi davanti un lungo di stazza che lo sovrasta è disponibile Gasol per prendersene cura per qualche minuto, e potenzialmente potrebbero anche giocare assieme con lo spagnolo fuori dalla linea da tre punti (dove ormai staziona stabilmente) e Harrell sotto canestro. Drummond fornisce uno skillset che sta a metà tra quelli forniti da Gasol e Harrell: può giocare in hand-off e premiare i tagli dei compagni come fa il catalano o giocare in pick and roll e dare presenza in area come l’ex Clippers, e pur senza replicare il gioco di nessuno dei due in maniera élite può rappresentare un’opzione in più in una stagione in cui i Lakers hanno faticato con i lunghi, pur non offrendo precisamente la verticalità offensiva e difensiva che i gialloviola hanno perso con McGee e Howard.

 

In ogni caso, tutti e tre possono essere utili e nessuno è assolutamente indispensabile ai Lakers per rivincere il titolo. Se ricordate bene, anche ai playoff dello scorso anno sia Howard che McGee sono stati messi in panchina nella serie contro gli Houston Rockets quando i gialloviola si sono giocati la carta di schierare Anthony Davis da 5, strutturazione usata molto poco quest’anno (solo 183 possessi in tutto) ma assolutamente ingiocabile per gli avversari (+24.6 il differenziale su 100 possessi, con numeri stellari in attacco e ancor di più in difesa). Con la possibilità di occupare minuti nello spot di 4 con i vari James, Kuzma e Markieff Morris, coach Vogel con un roster sano e al completo ha comunque la possibilità di mettere assieme una rotazione da 8 giocatori in grado di sostenere una serie di playoff senza grossi affanni. Ovvio, poi bisognerà gestire gli ego e le aspettative dei tre lunghi arrivati dal mercato (con Drummond e Harrell che potrebbero essere free agent in estate), ma davanti alla concreta chance di rivincere il titolo non ci sono interessi personali che tengano. Nella sua carriera Andre Drummond non ha mai vinto una partita di playoff, ora è chiamato a giocare per il titolo: se si renderà utile ai campioni in carica, per lui potrebbe aprirsi una seconda parte di carriera decisamente più interessante rispetto al punto morto in cui era finito con l’addio ai Detroit Pistons e la sua avventura deludente ai Cleveland Cavaliers.

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