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NBA, intervista esclusiva a Larry Brown: "Vi racconto le mie tre Finals"

ESCLUSIVA

Dario Vismara

©Getty

In esclusiva per Sky alla vigilia delle Finals, l’unico allenatore della storia ad aver vinto sia in NCAA che in NBA racconta le sue tre esperienze alle finali: "Giocare per il titolo cambia tutto, è come un oro olimpico. In alcune Finals ho perso io delle partite con i miei errori, ma non c’è vergogna nel perdere contro grandi squadre. Rasheed Wallace? Mi arrabbiavo quando se la prendeva con gli arbitri". Le NBA Finals sono in diretta su Sky Sport NBA (canale 209), la casa del basket USA nei prossimi 2 anni

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Il termine "leggenda vivente" rischia di essere abusato anche per chi leggenda ancora non lo è, ma nel caso di Larry Brown si può fare un eccezione. Il coach compirà 81 anni il prossimo 14 settembre, eppure nonostante una carriera che lo ha visto entrare nella Hall of Fame quasi 20 anni fa è ancora in pista, tanto che recentemente è stato annunciato che sarà assistente di Penny Hardaway sulla panchina dell’università di Memphis. Una carriera cominciata nel lontanissimo 1969 e che lo ha portato ovunque, dalla NCAA alla NBA fino anche a un’esperienza (non proprio memorabile) all’Auxilium Torino. Se volessimo addentrarci nella sua carriera si potrebbe parlare con lui per delle ore, e di sicuro non si tirerebbe indietro visto che la lucidità è ancora fenomenale, ma alla vigilia delle Finals — che cominciano stanotte alle 3.00 con gara-1 tra Phoenix e Milwaukee su Sky Sport NBA (canale 209), la casa della pallacanestro USA per i prossimi due anni — ci siamo fatti raccontare da lui cosa rende speciale l’ultima serie di playoff che mette in palio il Larry O’Brien Trophy. E chi meglio di lui per raccontarcelo, visto che è l’unico allenatore ad aver vinto il titolo NCAA (nel 1988 con Kansas) e il titolo NBA (nel 2004 con Detroit)?

Quali sono le principali differenze tra le Finals e, non solo la regular season, ma proprio il resto dei playoff?

"Il fatto che si gioca per il titolo. Ogni serie è speciale, ma il modo in cui si costruisce dopo ogni passaggio del turno per arrivare fino alle Finals è davvero meraviglioso. È un viaggio. Molte volte le persone pensano che una volta che ci arrivi hai raggiunto un grande risultato, ma alla fine ci si ricorda solo di una squadra. Quando competi per un titolo NBA è come competere per una medaglia d’oro olimpica. È davvero straordinario".

 

Lei è stato tre volte alle finali NBA: come ci si prepara dal punto di vista tattico? Si riguardano le partite della regular season? Si tira fuori qualche schema speciale tenuto da parte per occasioni come quella?

"Magari altri allenatori si tenevano qualcosa da parte, io non lo facevo. Il mio obiettivo dal primo giorno di allenamento all’ultimo è sempre stato quello di preparare la squadra. Non mi sono mai preoccupato dei nostri avversari, mi interessava di più la nostra squadra e quello che dovevamo fare per giocare al nostro meglio. Quando arrivi ai playoff ogni possesso è più importante, le piccole cose diventano più importanti come i rimbalzi, le palle vaganti, non buttare via il pallone, costruire buoni tiri, andare in lunetta. Tutte quelle cose vengono ancora più enfatizzate quando arrivi ai playoff. È molto diverso rispetto alla NCAA dove ti giochi tutto in una partita, perciò se non giochi bene in quella gara la tua stagione può essere finita, mentre in NBA bisogna vincerne quattro su sette, e penso che si impari molto da ogni partita. Alla fine però tutto si basa sui fondamentali e sul fare quello che sai fare meglio. E poi la cosa che più mi piaceva era la pressione di ogni partita e ogni possesso".

Vorrei rivivere con lei le tre finali che ha allenato: qual è il suo ricordo delle prime Finals, quelle con i Lakers del 2001?

"Che eravamo incerottati. George Lynch, la nostra ala titolare, era infortunato e anche Matt Geiger, il nostro centro di riserva, non ha potuto giocare al meglio delle sue possibilità. E i Lakers nel 2001 erano al loro massimo con Kobe e Shaq, due dei migliori giocatori della lega. Quando giocavi contro Shaq poi avevi bisogno di 18 falli, perché non si poteva marcare con un solo giocatore. In quel senso avere Geiger in quelle condizioni ha messo molta pressione su Dikembe Mutombo e su un giovane come Todd MacCulloch. Era un accoppiamento molto, molto difficile per noi. La nostra fortuna è che avevamo molti ottimi difensori perimetrali, ma avevamo bisogno di George perché Shaq era immarcabile, c’era uno come Kobe da gestire e sull’altra panchina sedeva Phil Jackson, uno dei più grandi allenatori che abbiamo mai avuto. Ma ce la siamo giocata in ogni partita tranne l’ultima. Abbiamo vinto gara-1 perché tutti sono stati straordinari, a partire da Allen Iverson che è stato fenomenale. Avremmo potuto vincere anche gara-2 ma abbiamo sbagliato troppi liberi [15/26 in una sconfitta di 9 lunghezze, ndr] e contro una squadra come i Lakers non puoi permetterti di lasciare per strada le partite in cui dovresti vincere. Poi nelle altre tre gare sono venuti a Philadelphia ed erano semplicemente più forti. Ma è stato divertente essere lì, ho enorme rispetto per la squadra che abbiamo affrontato e ancora di più per la mia squadra, perché avevamo una sfida impossibile e ce la siamo giocata in ogni minuto. È stato un onore esserne parte”

Poi ovviamente nel 2004 ha vinto il titolo NBA con i Detroit Pistons: qual è stata la chiave per conquistare quell’anello?

"Che loro erano incerottati. Karl Malone era infortunato e non ha giocato sempre, ed era un giocatore importantissimo per loro. Mi ricordo che dopo aver vinto gara-1 a Los Angeles tutti erano sotto shock, ma noi no. Noi onestamente pensavamo di essere la squadra migliore. La sconfitta in gara-2 è stata colpa mia, perché eravamo avanti di 3 a fine gara e nel timeout ho detto alla squadra che avremmo dovuto fare fallo, perché sapevo che Kobe in momenti come quello sarebbe salito di livello e probabilmente avrebbe segnato da tre, il che ci avrebbe mandati al supplementare. I ragazzi però non erano d’accordo con me, perciò non abbiamo fatto fallo: Kobe ha segnato da tre e abbiamo perso in overtime. Mi ricordo che sul viaggio di ritorno verso Detroit ho chiesto scusa a tutti, ma mi hanno detto di tornare al mio posto e che non saremmo più tornati a Los Angeles. Ed è quello che è successo perché abbiamo vinto le successive tre partite. Un risultato che ha sorpreso tutti tranne la nostra squadra: avevo un grande gruppo di allenatori con me [oltre al fratello Herb c’erano anche Igor Kokoskov e Mike Woodson, poi diventati capo-allenatori, ndr] e una squadra fenomenale. Eravamo profondissimi, avevamo 12 o 13 giocatori che potevano tenere il campo. Dicevano che non avevamo superstar, ma per me tutti quei giocatori erano superstar: Ben Wallace, Rasheed Wallace, Chauncey Billups, Rip Hamilton, Tayshaun Prince era un quintetto meraviglioso e nessuno aveva una panchina come la nostra, con Memo Okur, Corliss Williamson, Elden Campbell, Mike James, Lindsey Hunter… Eravamo più profondi di chiunque altro".

 

E si arriva quindi alle Finals del 2005, perse in gara-7 contro San Antonio: ripensa ancora a quella partita?

"Quella stagione ho dovuto saltare un po’ di partite per motivi di salute e abbiamo perso il fattore campo per le finali. Poi la squadra era cambiata in estate: Okur se ne era andato, Mike James anche, così come Corliss Williamson e Elden Campbell. E non abbiamo aggiunto molti tasselli, se non Antonio McDyess che era un grande giocatore. Penso ancora che se avessimo tenuto insieme quella squadra avremmo vinto cinque o sei titoli, ma abbiamo perso contro una grandissima squadra. Gregg Popovich è uno dei più grandi allenatori di sempre e avevano un gruppo straordinario con Tim Duncan, Ginobili, Parker, Robert Horry. Anche qui, penso che abbiamo perso gara-7 per colpa mia: avevamo problemi di falli con i lunghi e ho provato un quintetto piccolo per qualche minuto, ma proprio in quel momento San Antonio ha piazzato un parziale che ha cambiato la partita. Ma non c’è vergogna nel perdere contro una squadra come quella".

Un’ultima domanda personale: il mio giocatore preferito è sempre stato Rasheed Wallace. Cosa lo rendeva speciale e qual era l’esperienza di allenarlo?

"In precedenza mi è stato chiesto di Boris Diaw: Rasheed era molto simile a lui in campo per come cambiava le partite. Era un compagno di squadra straordinario, incredibilmente intelligente, era contento quando i suoi compagni andavano bene, ed era tanto forte in attacco quanto lo era in difesa. A livello di skill era al livello di qualsiasi altro lungo abbia mai giocato in NBA ed era un agonista incredibile. Molte persone guardavano a come si comportava e avevano una certa opinione di lui che per me non c’entrava niente con quello che era Rasheed. E non penso che nessun allenatore che lo abbia mai allenato possa dire qualcosa di diverso da quello che ho provato io. Ogni giocatore che lo ha avuto come compagno lo ha amato e rispettato. Certo, a volte mi arrabbiavo anche io quando se la prendeva con gli arbitri, ma non avrei mai potuto essere frustrato per il suo impegno e per quanto gli importava di me e dei suoi compagni".