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NBA, John Starks: "I Knicks di Thibodeau si ispirano ai miei degli anni ’90, ma…"

ESCLUSIVA

Uno dei giocatori più iconici dei Knicks degli anni ’90 allenati da Pat Riley ci accompagna in un’intervista esclusiva alla scoperta dei New York Knicks e dei Milwaukee Bucks - le due squadre protagoniste della sfida domenicale alle 18 in diretta su Sky Sport NBA. Starks segue con interesse New York, difende Kemba Walker - limitato a detta sua dagli infortuni - e non può che elogiare Giannis: “Ha la mentalità e la capacità di continuare a crescere come i migliori”

È stato votato come uno dei migliori difensori NBA nel 1993, All-Star nel 1994 e miglior sesto uomo dell’anno nel 1997: riconoscimenti e premi che raccontano al meglio la duttilità di John Starks; tutti arrivati nelle stagioni trascorse in maglia Knicks - la squadra a cui ha legato per sempre il suo nome e la sua carriera. Stagioni nelle quali ha goduto tra gli altri anche della guida di uno dei più grandi allenatori di sempre come Pat Riley; capace come pochi altri di dare un’impronta di gioco precisa e un’identità a quella squadra. Un percorso simile a quello che vuole seguire anche Tom Thibodeau - arrivato lo scorso anno a New York e in grado di riportare un po’ a sorpresa i Knicks ai playoff già alla prima occasione. Un’impresa non semplice da replicare in questa stagione, complicata non tanto e non solo dal pessimo inserimento in gruppo di Kemba Walker - fiore all’occhiello di un mercato con cui New York sperava di rilanciarsi. Al momento non è accaduto e la sfida contro i Bucks - in diretta dalle 18 su Sky Sport NBA con il commento di Flavio Tranquillo e Matteo Soragna - può essere un esame importante per valutare i progressi fatti dai Knicks. Scopriamo insieme cosa ne pensa John Starks.

 

Cosa pensi di questi Knicks allenati da coach Thibodeau?

 

“Credo che [coach Thibodeau] abbia portato una cultura difensiva in squadra, riportando di attualità quello stile di pallacanestro duro, fisico, ruvido che aveva reso le nostre squadre così forti. Ha messo assieme giocatori solidi e giovani con altri veterani per avere il giusto mix e così facendo l'anno scorso è stato in grado di avere successo”.

 

Perché finora i Knicks non riescono a giocare al livello raggiunto l'anno scorso?

 

“Credo che molto abbia a che fare con quello che coach Riley ci ripeteva in continuazione: 'Sono i dettagli quelli che finiscono per batterti', e credo che oggi i Knicks non facciano quelle piccole cose che è necessario fare, come prendersi cura del pallone, andare a rimbalzo e tutte quelle giocate sporche che alla fine ti fanno vincere le partite. In più non stanno eseguendo particolarmente bene negli ultimi cinque minuti, cosa che invece facevano benissimo lo scorso anno. Quale che sia la ragione quest'anno non ci stanno riuscendo, ma coach Thibodeau sa benissimo che questa parte del gioco è fondamentale per poter vincere le partite”.

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L’inserimento di Kemba Walker, invece, non è stato dei migliori.

 

“Gli infortuni hanno avuto un ruolo importante: Kemba [Walker] non è il vero Kemba, lo si vede facilmente - me rendo conto io, lo vedono i tifosi e credo che lo stesso Kemba sia il primo a saperlo. Non è il giocatore che siamo stati abituati a conoscere: gli manca l'esplosività che lo caratterizza normalmente, è alle prese con un problema al ginocchio e nel basket avere a che fare con guai fisici è la cosa più dura di tutte. Lo so bene perché mi sono ritirato per i problemi che avevo all'anca, motivo per il quale non riuscivo più a fare le cose che ero solito fare in campo. È stato difficilissimo per me dire basta, e non sto dicendo che Kemba dovrebbe ritirarsi, sia chiaro, ma è evidente come oggi non sia il giocatore che è stato capace di essere nel corso della sua carriera. Detto questo, può aiutare ancora i Knicks in tanti modi: è una persona incredibile, so che è vicino alla squadra, fa il tifo per i suoi compagni e aiuta i più giovani. Sta facendo di tutto per rendere migliore questa squadra anche senza giocare, restando coinvolto il più possibile. È dura, soprattutto quando sei un veterano, sapere che hai ancora poco tempo per dare il tuo contributo in campo, ma sta facendo quello che fanno i veterani, ovvero aiutare i suoi compagni in ogni maniera possibile”.

 

Dall’altra parte i Knicks dovranno vedersela contro Giannis Antetokounmpo: cosa pensi di lui?

 

“Mi piace tantissimo, come giocatore e come persona, e nutro grande rispetto verso di lui. Non ha scelto di inseguire un titolo unendosi ad altre superstar: sa di essere lui stesso una superstar e allora ha solo chiesto di avere il giusto aiuto attorno a sé per portare la sua squadra al titolo, ed è quello che ha fatto. Credo che tantissimi giocatori, sicuramente i veterani ma anche molti tra i più giovani, rispettino tantissimo un atteggiamento del genere e rispettino quello che sa fare su un campo da basket. È difficilissimo da fermare, è alto 2.10, sa trattare il pallone, se prende velocità credo non ci sia nessuno in grado di fermarlo, è migliorato in post, sa tirare dal mid-range e ora sta dimostrando di poter segnare da tre punti ed è migliorato anche alla linea del tiro libero. Sta continuando a crescere, questa è la caratteristica dei grandissimi: quello di non essere mai soddisfatti e di continuare a lavorare. Come ex giocatore non puoi che rispettare un giocatore che ha questo tipo di attitudine”.

 

Non solo Giannis: se i Bucks sono diventati campioni NBA è merito anche di Khris Middleton.

 

“Khris sa tirare. È un realizzatore fantastico, che sa come segnare. Non soffre la pressione, come abbiamo visto anche l'anno scorso nei playoff: sa trovare il fondo delle retina nei momenti chiave, ha dimostrato di sapersi fare avanti e giocare da leader, togliendo un po' di pressione da Giannis. Non saprei bene a chi paragonarlo, tra i giocatori del passato, perché ha il suo proprio stile di gioco, ma quello che vi posso dire è che tira come facevano solo i migliori”.