Arrivato al primo All-Star Game della sua carriera, Norman Powell a Los Angeles chiuderà un cerchio visto che è partito tanti anni fa dal Sud della California, più precisamente da San Diego. E ai microfoni di Sky Sport l’ala passata a Miami l’estate scorsa parla anche del suo rapporto con Simone Fontecchio e rivela che l’azzurro è uno dei suoi primi tifosi
L’ALL-STAR GAME SU SKY SPORT: LA PROGRAMMAZIONE COMPLETA
Che sensazioni provi a giocare il tuo primo All-Star proprio a Los Angeles, vicino a casa tua?
È una sensazione stupenda. Essere qui, vedere tantissimi volti noti, ricevere tantissimi abbracci e realizzare come siano tutti contenti per me. E poi essere qui, dal All-Star in California significa in qualche modo completare la mia storia visto che sono stato studente a UCLA che la mia famiglia vive qui e quindi mi potrà vedere scendere in campo nel mio primo All-Star Game. È qualcosa è difficile da tradurre in parole, quasi come se fossi destinato in qualche modo ad arrivare qui prima o poi.
Come ti sei adattato al sistema offensivo di Miami dopo il tuo trasferimento dai Clippers?
In verità l'adattamento è stato molto facile, perché avendo giocato in tanti ruoli e in tanti sistemi diversi, la versatilità è sempre stata una delle mie caratteristiche. Non importa dove sono, non importa il mio ruolo, non importa la posizione che occupo, so che posso giocare ovunque e avere un impatto positivo sulla squadra. Inizialmente, prima di diventare uno specialista nel tiro da tre punti, andavo in transizione, cercando attacchi veloci senza far schierare la difesa avversaria, ma col tempo ho imparato fare anche molto altro.
E all’inizio, nelle prime partite della stagione, come ti sei trovato nel sistema di gioco degli Heat?
È un sistema un po' diverso da quello che proponeva Ty Lue a Los Angeles. Nel sistema di gioco degli Heat c’è più condivisione e la palla gira molto di più. Anche se a volte può sembrare un po' casuale, in realtà c'è molta organizzazione nel movimento dei singoli giocatori. È un modo un po' diverso di giocare rispetto a quello tradizionale, ma alla fine le regole del basket rimangono le stesse.
Simone Fontecchio ci ha confidato che in campo ti esorta a tirare appena puoi. Che rapporto hai con il tuo compagno italiano?
Simone è fantastico, mi chiede sempre di tirare! Mi piace il suo approccio al gioco, e poi è sempre divertente parlare con lui. Mi chiede sempre di prendere un tiro appena posso.
Qual è la prima volta in cui ha parlato con lui?
La prima volta in cui ci siamo parlati la scorsa estate, mi ha detto che era felice di avermi come compagno perché da avversario l’avevo sempre fatto soffrire!
Arrivati a questo punto della tua carriera ti senti come una sorta di stabilizzatore della squadra? Come vedi il tuo stile di gioco?
Penso che in una squadra come questa Miami, così giovane, devo recitare un ruolo da veterano e trasmettere la conoscenza del gioco che ho accumulato durante la mia carriera, aiutando i giovani raggiungere gli obbiettivi che vogliono raggiungere.
Quasi all’inizio della tua carriera, nel 2019, hai vinto il titolo con Toronto. Quell’esperienza ha cambiato la tua mentalità e il tuo approccio al gioco?
Penso che abbia aumentato il mio livello di fiducia e mi abbia fatto venire voglia di vincerne un altro. Non ci sono ancora riuscito, ma quello rimane il mio primo obbiettivo.
Perché una città come San Diego, una delle sette più grandi e popolose degli Stati Uniti, non produce tanti giocatori da NBA? Hai una spiegazione?
Non lo so. Dove sono cresciuto io a San Diego, dall'area in cui vengo abbiamo molti talenti, ma penso che in città forse ci sono molte distrazioni che probabilmente non aiutano.