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NBA, D’Antoni alla Hall Of Fame: "L’Italia rimane casa mia, anni indimenticabili"

NBA

Pochi giorni fa Mike D’Antoni ha ricevuto la più grande onorificenza possibili nel mondo del basket, venendo introdotto nella Hall Of Fame di Springfield. E l’ex giocatore e allenatore dell’Olimpia Milano ha approfittato dell’occasione anche per riflettere sul suo percorso di carriera, in cui l’Italia ha avuto un ruolo fondamentale e rimane nel cuore di D’Antoni

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L’occasione, e che occasione, è arrivata con l’introduzione nella Basketball Hall Of Fame, massima onorificenza possibile per chi ha fatto della pallacanestro la sua vita. E di certo Mike D’Antoni lo ha fatto, vivendo una carriera da giocatore e poi da allenatore che l’ha portato in giro per il mondo. A Springfield, l’ex giocatore e allenatore dell’Olimpia Milano si è quindi soffermato sul suo percorso, ribadendo la centralità dell’avventura in Italia e dicendo la sua anche sulla questione NBA Europe, oltre a rivelare il suo piatto preferito tra i tanti offerti dalla nostra cucina.

 

La pallacanestro ti ha permesso di girare il mondo, ci racconti un po’ della tua esperienza prima da giocatore e poi da allenatore? 

 

È vero, il basket mi ha portato in posti che da bambino non avrei nemmeno sognato, ma proprio l'esperienza a livello internazionale che ho avuto è forse la ragione per cui mi trovo qui adesso. Ho giocato qualche anno in NBA, poi sono andato in Europa e per 21 anni sono rimasto in Italia tra Milano e Treviso. È stata un’esperienza che non cambierei per nulla al mondo. Sono stati anni indimenticabili, dentro e fuori dal campo, e mi rendo conto che ora sarebbe difficile replicarla perché il mondo del basket e molto cambiato, ma se qualcuno ne ha l’opportunità credo che dovrebbe farlo perché è un’esperienza bellissima.

 

Com'è il tuo italiano dopo tanti anni? 

 

Abbastanza bene (risponde in italiano N.d.R.), anche se conservo sempre l'accento del West Virginia.

 

Durante il tuo lungo percorso ci sono dei ricordi particolari oppure dei luoghi in particolare che ancora oggi si distinguono da tutto il resto?

 

Ci sono così tanti posti bellissimi, è difficile sceglierne uno. Per esempio, quando sono arrivato all’Olimpia Milano abbiamo giocato un’amichevole in un campo all’aperto che si trovava proprio sotto all’arena in cui si erano tenute le prime Olimpiadi. E la mia prima partita in Italia l’ho giocata a Venezia, dove per andare e tornare dal palazzetto occorreva prendere un traghetto. È difficile da spiegare, è una cultura diversa, anche solo per il fatto che in squadra si andasse sempre tutti a cena insieme.

 

Hai ancora tanti tifosi e amici in Italia, con chi sei ancora in contatto?

 

Sì, è stupendo. Provo a tenermi in contatto con tutti anche se invecchiando poi diventa più difficile, soprattutto perché gli impegni che ho avuto qui in America non mi hanno permesso di tornare spesso in Italia. A volte esito quando penso di tornare, perché vorrei ritrovare tutto come era e ovviamente non è possibile, quindi a volte provo una sensazione dolce e triste allo stesso tempo. I ricordi, però, sono ancora molto vividi e davvero quella è stata la parte migliore della mia vita. 

D'Antoni, NBA Europe, la carbonara e Milano nel cuore

La tua carriera, sia da giocatore che da allenatore, si è sviluppata sia in Europa che negli Stati Uniti: credi che sia un esempio di quanto il gioco del basket è ormai diventato globale?

 

 

Quando sono arrivato in Italia nel 1977 qui dagli Stati Uniti si sottovalutava il livello del basket italiano e di quello europeo. E invece lì si continuava a migliorare di stagione in stagione, finché non siamo arrivati al punto in cui con l’Olimpia affrontavamo giocatori come Arvydas Sabonis, Drazen Petrovic, Toni Kukoc e Dino Radja. E oggi nei primi dieci giocatori della NBA almeno cinque o sei non sono nati negli Stati Uniti, adesso il basket è davvero uno sport globale.

 

Come vedi il progetto NBA Europe?

 

 

Credo che il cielo sia l’unico limite in questo senso. Penso che i tifosi lì abbiano una cultura cestistica diversa, fanno le cose in modo diverso e quindi credo che vada sviluppato un modo diverso di proporre la NBA per poterli attirare. D’altronde da quelle parti sono abituati ad avere le migliori squadre di calcio al mondo, i migliori marchi di moda al mondo, le migliori automobili al mondo e quindi credo che anche per quanto riguarda il basket si aspettino il miglior prodotto al mondo e sono certo che la NBA glielo possa offrire.

 

E quanto è importante per l'NBA e FIBA unire le forze? 

 

Devono per forza lavorare insieme, compresa l’Eurolega e i singoli campionati nazionali. Ci sono ovviamente molti aspetti che vanno sistemati, ma a lavorarci sono persone in gamba. Credo che l’Europa abbia bisogno di qualcuno che aiuti a rendere ancora più popolare il gioco del basket, ma il successo dell’operazione passa proprio dalla capacità di collaborare e di non imporre un progetto, bensì di condividerlo e adattarlo alle esigenze europee.

 

Quali sono i consigli daresti ai giocatori europei o comunque non americani o che vogliono arrivare in NBA? 

 

 

In Europa possono contare su alcuni dei migliori allenatori al mondo, il consiglio è solo quello di continuare a lavorare e migliorare. È bellissimo giocare in NBA e tra non molto potrebbero farlo direttamente in Europa e so che per molti quella è una prospettiva molto gradita. 

 

Ci riveli quale è il tuo piatto italiano preferito?

 

Dipende dal momento, ma è dura battere gli spaghetti alla carbonara. Il problema è che è tutto buonissimo, quando sono arrivato in Italia ho praticamente mangiato pasta per quindici anni di fila.

 

Al di fuori dell’Italia quali sono i tuoi posti del cuore in giro per il mondo?

 

 

Dipende da cosa si cerca, ma difficile trovare di meglio di Parigi o delle spiagge in Spagna e Croazia. O Londra, dove ho avuto anche la possibilità di partecipare alle Olimpiadi nel 2012 come assistente per Team USA. Milano, però, è stata la mia casa per 21 anni, lì ho conosciuto mia moglie e lì è nato mio figlio, quindi per me Milano rimane il posto del cuore. 

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