Muro di Berlino, il viaggio olimpico da Città del Messico 1968 a Los Angeles 1980

Olimpiadi
Giovanni Bruno

Giovanni Bruno

Un viaggio olimpico da Città del Messico 1968 fino a Los Angeles 1984. Anni in cui perse lo sport e i tanti atleti veri che avevano buttato nella cortina di ferro i loro sogni

Il Muro divide ed ha diviso. Lo sappiamo benissimo quanto ha separato le due Germanie e Berlino, ma erano anche anni di una separazione di assoluta globalità, ovvero la divisione netta era tra blocco occidentale e orientale, USA- Urss o paesi Nato, contro nazioni filosovietiche. La famosa guerra fredda si distinse anche nelle sedi olimpiche, anche se le seei olimpiche erano già state bersagliate dal vento del rinnovamento, della rivoluzione, del concetto di grande cassa di risonanza. Ecco allora il 1968, Città del Messico, con le sue problematiche dentro lo stadio e la consapevolezza del concetto dei “neri” e il loro essere uguali in Stati dove venivano emarginati e fuori lo stadio invece la lotta al lavoro e allo studio con la terribile reprimenda avvenuta nella Piazza delle tre culture. O il 1972, Monaco e l’attacco di Settembre Nero , i fedayin contro gli atleti israeliani e la conseguente strage.

 

Oppure il primo boicottaggio, a Montreal 1976, dove i paesi africani dissero no all’Olimpiade contro i paesi, vedi Nuova Zelanda, per avere avuto rapporti sportivi -match di rugby- con il Sud Africa. Ma il vero scontro della reale Guerra Fredda fu con l’Olimpiade di Mosca, il grande no arrivò da 61 nazioni con gli Stati Uniti in testa che protestavano  per l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Molte nazioni sfilarono senza bandiere ufficiali o inni oppure scelsero di partecipare senza atleti militari, come l’Italia. Stati Uniti contro URSS divenne così un qualcosa di grande impatto con gare menomate per l’assenza di tanti, ma che esaltarono soprattutto gli atleti dell’Est, vedi Urss e Germania che vinsero quasi tutti con campioni assai discutibili visto il concetto della ricerca esasperata del risultato. Dubbi tanti e quei tanti dubbi furono poi scoperti dopo la caduta del Muro con testimonianze e ammissioni di aver barato con le prestazioni. Un vero e proprio doping di Stato riconosciuto principalmente dalla Germania dell’Est, la DDR.

 

Nulla toglie però a quelle medaglie, senza macchia e senza paura: Mennea, Coe, Ovett citando solo alcuni fuoriclasse che vinsero in terra sovietica. Altro fuoriclasse invece fu esattamente all’opposto. Il pugile cubano Stevenson, vinse il suo terzo oro nella categoria dei pesi massimi rifiutando per l’ennesima volta di diventare professionista e sfidare Alì, Foreman, Frazier. Rimase cubano e attaccato al regime fino alla fine.

 

Potete poi immaginare quattro anni dopo, a Los Angeles, cosa avvenne. Contro boicottaggio: i paesi dell’Est, con i sovietici in testa, non parteciparono a quell’Olimpiade. Offesi dal tipo di trattamento riservato e dal clima che si era creato per il loro arrivo in terra americana. Era già previsto, insomma, scritto. Botta e risposta, così erano i due blocchi. In quegli anni perse lo sport e i tanti atleti veri che avevano buttato nella cortina di ferro i loro sogni.

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