Sei Nazioni femminile: la storia del Galles che sfiderà l'Italia

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Andrea Gardina

La squadra allenata da Ioan Cunningham, dopo varie vicissitudini passate, si sta ritrovando, anche sotto la spinta di nuovi contratti centrali, operativi dallo scorso gennaio. Lillicrap e compagne hanno avuto un avvio sorprendente con due successi in rimonta, grazie pure alla forza dei cambi, che le avevano proiettate addirittura in vetta alla graduatoria

L’Italia sarà la prima nazionale a chiudere il proprio Sei Nazioni sabato 30 nel match all’Arms Park di Cardiff contro le padrone di casa del Galles, sfida di apertura del super saturday che si concluderà alle 21 con Irlanda-Scozia dal Kingspan Stadium di Belfast, il Ravenhill, che tornerà ad ospitare un test femminile dalla finale vinta dalle Black Ferns alla Coppa del mondo 2017. Nel mezzo naturalmente la sfida più attesa, la vera e propria finalissima tra Francia ed Inghilterra al Jean Dauger di Bayonne, match per il quale è già previsto da settimane il tutto esaurito.

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L’Arms Park di Cardiff è uno di quei nomi che risuonano come leggenda nel mondo della palla ovale. Si trova appena alle spalle del Millenium Stadium (oggi Principality a seguito della denominazione dello sponsor ufficiale) sul versante nord, in quello che è denominato il Glanmor’s Gap, in onore di Glanmor Griffiths, a lungo presidente della WRU, la federazione gallese, e principale fautore della costruzione del nuovo stadio. L’ultimo ammodernamento dell’impianto da circa 13mila posti e che ha una superficie in erba sintetica risale al 1999, ma la sua storia è quanto mai ampia. La prima costruzione è datata 1881 ed una volta era suddiviso in Cardiff Rugby Ground e National Stadium, lasciando il passo alla costruzione del Millenium Stadium nel 1997. Originariamente era chiamato Great Park, di proprietà dei marchesi di Bute, e si trovava dietro al Cardiff Arms Hotel, al quale, dopo la demolizione nel 1878, deve ovviamente il nome. Nel 1927 dalle sue tribune venne raccontata la prima partita in diretta radiofonica tra Galles ed Irlanda, mentre parte della tribuna fu demolita nel 1941 da un attacco della Luftwaffe. Alle sue spalle scorre il fiume Taff, che attraversa la capitale del Galles, e qui, dove inizialmente si giocava anche a cricket, oggi disputano i propri match interni i Cardiff Blues.

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Il Galles femminile ha disputato la sua prima partita nel 1987 contro l’Inghilterra e vanta due secondi posti, nel 2008 e 2009 nel Sei Nazioni. È il Paese che ha ospitato la prima Coppa del mondo in rosa nel 1991, arrivando poi al quarto posto nell’edizione successiva nel 1994 in Scozia, in quello che rimane il miglior piazzamento iridato, in attesa di vedere come andranno le cose in autunno in Nuova Zelanda, dove ha ottenuto la qualificazione senza passare per gli spareggi grazie al settimo posto nell’ultima edizione, ottenuto sconfiggendo a Belfast 17-27 proprio le padrone di casa dell’Irlanda. Nella prossima sarà inserita nella Pool A con Scozia, Australia e ancora contro la nazione ospitante, la Nuova Zelanda.

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Può contare su un totale di 183 squadre registrate, ma ha attraversato momenti critici, a livello tecnico e dirigenziale. Prima l’addio di Rowland Phillips, ex allenatore pure in Italia con la franchigia degli Aironi e padre dell’ex capitano e tallonatore Carys, poi quello a luglio di un altro coach, Warren AbrahamsAlla federazione è stata poi, inoltre, recapitata una lettera di attacco da parte di 123 giocatrici, con tanto di sottoscrizione online che ha raccolto oltre mille firme. Oggetto del contendere in primis la programmazione nel rugby femminile gallese, che nel frattempo ha visto fallire uno dei club storici, lo Swansea, e con la stessa WRU costretta quasi ad invitare le ragazze della nazionale ad emigrare nell’Allianz Premier 15s, il campionato inglese, dove in effetti giocano oggi la maggior parte delle atlete.

La calma dopo la tempesta

A gennaio arriva la svolta, con i primi dodici contratti centrali che garantiscono una sorta di professionismo alle ragazze, che svolgono quattro allenamenti settimanali presso le strutture federali, mentre altrettante ragazze, definite retained players, si allenano in gruppo due volte a settimana. Si parla di circa 19mila sterline l’anno più gettoni di presenza per le partite in nazionale, per un investimento complessivo che si aggirerebbe sui 2 milioni di sterline. Si licenziano o chiedono aspettativa dai rispettivi lavori e finiscono sotto contratto con la federazione, quindi, il capitano della squadra Siwan Lillicrap, Natalia John, Carys Phillips, Gwenllian Pyrs, Donna Rose, Keira Bevan – mediano di mischia cresciuta giocando con l’ala Josh Adams (player of the match contro l’Italia autore del bel gesto con cui voleva cedere la medaglia di migliore in campo al “nostro” Ange Capuozzo) e più giovane giocatrice ad esordire al Sei Nazioni a 17 anni e 327 giorni proprio contro l’Italia a Padova il 21 marzo 2015 -, Ffion Lewis, Lisa Neumann, Elinor Snowsill, Hannah Jones, Jasmine Joyce - inserita lo scorso anno da World Rugby nel dream team e quarta alle Olimpiadi di Tokyo con la Gran Bretagna -, e Alisha ButchersPiccolo gossip, le ultime due a febbraio hanno annunciato il proprio fidanzamento, mentre Hannah Jones ha ricevuto la proposta di matrimonio direttamente in campo il 20 novembre, dopo la sconfitta nel test perso 7-24 contro il Canada. La sfida di sabato per lei sarà un piccolo derby personale, perché il fidanzato è Dino Dallavalle, pilone con un passato pure a Viadana e nazionale giovanile azzurro, ora in forza al Llandovery, che gestisce con la famiglia una catena di gelaterie oltre Manica.

Nuova guida tecnica e ripartenza

L’ultima notizia in ordine di tempo riguarda il nuovo tecnico. L’incarico di guidare la nazionale è stato affidato a Ioan Cunningham, già allenatore dell’under 20 ed assistente agli Scarlets con Wayne Pivac prima e Brad Moar poi. Suoi assistenti Geraint Lewis, Richard Whiffin e l’ex internazionale irlandese Sophie Spence. A novembre è arrivata sì la sconfitta sopra citata contro il Canada, ma pure le vittorie con Giappone (23-5) e Sudafrica (29-19), con tripletta della rientrante Carys Phillips. A marzo, invece, sconfitta 23-31 nell’ultimo test di preparazione in vista del Sei Nazioni contro gli USA. L’obiettivo per il torneo di quest’anno era quello di ritrovare la migliore verve e vendicare il sesto posto della scorsa stagione, determinato da due pesantissime sconfitte a 0 punti segnati contro Francia (53-0) e Irlanda (0-45), oltre al match conclusivo contro la Scozia, perso 27-20. Lillicrap e compagne sinora ci sono riuscite in pieno, diventando la vera e propria sorpresa ad inizio torneo, e puntano ora a tre vittorie complessive nella kermesse. Delle iniziali 37 convocate, Cunningham ha proposto sei potenziali esordienti, ritrovando dopo gli infortuni l’estremo Kayleigh Powell e il pilone Kelsey Jones, l’unica, con la scozzese Chloe Rollie, in grado ad oggi di marcare una meta all’Inghilterra in questa edizione. Con loro, ritrovate pure Lleucu George, che mancava da marzo 2020, e Sioned Harries, addirittura da novembre 2019.

La sorpresa dell’edizione 2022

Proprio quest’ultima è stata protagonista nella seconda sfida vinta in rimonta per 24-19 dopo essere state sotto 7-19, contro la Scozia, con una meta e una performance di sostanza che, nonostante l’ingresso nel secondo tempo, le sono valse il titolo di migliore in campo. Impresa non nuova quest’anno, se si considera che il primo onore di player of the match contro l’Irlanda nell’incontro inaugurale era andato al pilone Donna Rose, autrice della doppietta del sorpasso nell’ennesima rimonta all’RDS di Dublino sotto lo sguardo attento di Brian O’Driscoll, trionfando per 19-27. Citazione d’obbligo in questo match pure per Sisilia Tuipulotu, esordiente seconda linea, figlia dell’ex internazionale tongano Sione, ma soprattutto cugina degli ancor più conosciuti fratelli Vunipola, Mako e Billy, rispettivamente pilone e numero 8 dell’Inghilterra, e del terza centro del Galles, Taulupe Faletau. Certo, dopo i primi due exploit, sono arrivate le inevitabili battute d’arresto con le corazzate Inghilterra (58-5) e Francia (5-33), debacle che vanno comunque circostanziate pensando che le Red Roses, già di per sé fortissime, giocavano la prima casalinga della manifestazione con motivazioni al massimo davanti al pubblico record del Kingsholm di Gloucester, mentre le transalpine hanno dato vita a Cardiff nell’ultima giornata alla miglior prestazione di questo Sei Nazioni. In generale, comunque, quello che rimane di questa squadra gallese è la capacità di essere stata in grado di invertire ben presto la tendenza e di poter ora contare su una buona profondità, con cambi spesso decisivi in corso d’opera e una certa abitudine ai capovolgimenti di risultato. Una sfida, insomma, tutt’altro che semplice per le Azzurre.