Sei Nazioni, l'analisi dell'Italia e delle altre squadre al termine del torneo

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Anche sull’edizione numero 25 del Sei Nazioni è calato il sipario. Dall’Irlanda che bissa il successo della scorsa edizione (ma solo sfiorando un doppio, clamoroso Grande Slam), all’Italia con la sua miglior performance, passando per i saliscendi di Inghilterra, Francia e Scozia, con il Galles che invece si ritrova nel punto più in basso come mai dal 2003. Ecco un'analisi dettagliata delle partecipanti. Per rivivere le emozioni del torneo, speciale lunedì alle 22.30  su Sky Sport Arena e in streaming su NOW

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Il Sei Nazioni 2024 entra sicuramente nel novero delle edizioni particolari del classicissimo torneo della palla ovale: e non solo perché è l’edizione “d’argento” (la 25esima da quando, con l’aggiunta dell’Italia, ha acquisito tale nome) ma perché si è svolta in un’annata post-Mondiale. Come è risaputo, molte squadre chiudono un ciclo con la Rugby World Cup, spesso ripartendo con allenatori nuovi e con gruppi di giocatori più o meno rinnovati. È un punto questo da tenere in considerazione

prima di andare ad analizzare nel dettaglio l’andamento del Sei Nazioni per le singole squadre che lo compongono, procedendo in ordine di classifica: Irlanda, Francia, Inghilterra, Scozia, Italia e Galles.

Irlanda, ancora a lei il titolo

L’Irlanda era una delle maggiori indiziate per la vittoria del Sei

Nazioni 2024 e gli uomini di Andy Farrell hanno rispettato questi pronostici della vigilia. I campioni uscenti si sono confermati nonostante una serie di avvenimenti precedenti avrebbero potuto metterli in difficoltà: i Verdi venivano dalla grande delusione della Rugby World Cup 2023 e con termine di quel ciclo alcuni dei suoi protagonisti storici avevano appeso gli scarpini ai chiodi, uno su tutti Jonathan Sexton. Neanche l’Irlanda dello scorso anno, vincitrice del Sei Nazioni 2023 con Grande Slam e prima in classifica del ranking mondiale, era riuscita a sfatare il tabù degli ottavi di finale iridati, venendo eliminata dagli All Blacks. Una delusione cocente per gli uomini di Andy Farrell, che però è stato abile a riprendere per mano il gruppo, consapevole che la sua squadra doveva tornare a vincere per ritrovarsi, e quindi puntando molto su questo Sei Nazioni. E lo si è visto sin dalla prima partita al ritorno in Francia, letteralmente dominando sui padroni di casa. Nonostante l’addio di Sexton, la regia ha trovato in Jack Crowley un profilo affidabile e ordinato; ed anche nel triangolo allargato, dove sono mancati Mack Hansen e per più partite anche Hugo Keenan e Garry Ringrose, le alternative sono state all’altezza della situazione. La potenza del pacchetto di mischia, con giocatori davvero fisici e complessivamente molto esperti, ha fatto il resto e permesso all’Irlanda di (quasi) dominare anche questa edizione. Quasi perché a differenza della scorsa è mancato il

Grande Slam, un back-to-back che sarebbe stato clamoroso. L’unica sconfitta con l’Inghilterra ha fatto molto clamore, ma ciò non sminuisce la nettezza con cui i Verdi hanno vinto il secondo titolo dell’era Farrell: a quota 20 e con cinque lunghezze di vantaggio sulla seconda classificata, la Francia.

Francia, seconda nonostante tutto

Alla fine la Francia, indicata alla vigilia come possibile rivale dell’Irlanda per la conquista del Sei Nazioni 2024, è riuscita a chiudere il torneo al secondo posto. Una notizia che rende meno amaro il torneo per dei Bleus che, se in alcune situazioni hanno impressionato, lo hanno fatto più in negativo che in positivo. Bisogna però anche dire che la compagine transalpina era quella che più subiva il trauma del Mondiale: anche loro come gli irlandesi sono stati eliminati agli ottavi, ma con l’aggiunta di vedersi tagliati fuori dalla Coppa del Mondo casalinga e, perdipiù, per un solo punto dal Sudafrica, poi campione. La squadra ne ha risentito pesantemente e alla prima occasione, nuovamente di fronte ai propri tifosi e contro l’Irlanda, non è stata assolutamente in grado di contrastare gli avversari. E se già era difficile farlo

venendo da una simile delusione, lo è stato ancor di più senza poter contare sulla propria stella, Antoine Dupont, che per prepararsi alle Olimpiadi di Parigi con la squadra di rugby a 7 ha rinunciato al Sei Nazioni 2024. Vero che così si è potuto scoprire nel corso del torneo un nuovo numero 9 come Nolann Le Garrec, ma che non può compensare la qualità di uno dei migliori giocatori al mondo in assoluto come Dupont. Con tante, troppe incognite il tecnico della Francia Fabien Galthié ha cercato certezze affidandosi più sulla pura potenza che sul gioco. Scelta non sempre felice, vedi la partita con l’Italia in cui i Bleus più volte sono andati dritto-per-dritto, privi com’erano di idee col pallone al largo. Nelle ultime due partite con Galles e Inghilterra c’è stata una sterzata più decisa, con l’head coach che ha rimescolato molto le carte: i risultati sono arrivati, e questo ha permesso ai transalpini di concludere al secondo posto in classifica, pur con continui alti e bassi all’interno dei match stessi che andranno sistemati nel corso di questo nuovo quadriennio.

Inghilterra, un Sei Nazioni salvato da un unico grande successo

Alla fine l’Inghilterra ha conquistato tre vittorie nel corso del Sei Nazioni, ma solo una ha dato delle soddisfazioni importanti ai tifosi di Sua Maestà: quella contro l’Irlanda, impedendogli di bissare il Grande Slam. Senza quel successo staremmo parlando di un torneo davvero deludente per gli uomini di Steve Borthwick, capaci di superare solo di misura l’Italia e il Galles. Nel corso della competizione non sono mancate le critiche al sistema pensato dal tecnico, “concentrato troppo sulla difesa e poco sull’attacco”. Alla fine, la grande, e per certi versi inaspettata, prestazione con l’Irlanda ha salvato il Sei Nazioni inglese, ma la sconfitta all’ultimo minuto con la Francia ricorda che non tutta la polvere si può nascondere sotto il tappeto del successo sui Verdi. È un’Inghilterra che, per quanto il timoniere sia rimasto lo stesso, ha cambiato non pochi volti e che per acquisire un gioco offensivo più brillante e meno minimalista ha bisogno di tempo. Anche in questo caso si tratta di ripartire dopo il Mondiale, che per l’Inghilterra era andato anche meglio dei pronostici.

Scozia, dalle stelle al quarto posto

Al termine della terza giornata, a più di metà del Sei Nazioni 2024, la Scozia di Gregor Townsend sembrava l’unica squadra in grado di restare in scia all’Irlanda per poi giocarsi tutto nel turno conclusivo. Spinta dal talento di Finn Russell, da trequarti

di qualità e da una prima e seconda linea di grande esperienza, gli Highlanders apparivano una squadra equilibrata e matura, che oltretutto non doveva scontare particolari traumi o ricambi post-Mondiali. Poi è arrivato il tracollo all’Olimpico, una sconfitta con l’Italia che non ci si ricordava dal 2015, dove una delle formazioni migliori del Cardo è andata in corto circuito contro la pressione difensiva azzurra e al breakdown nel corso della ripresa, iniziando a commettere falli e imprecisioni che l’Italia è stata brava a sfruttare a suo vantaggio. Infine, per la truppa di coach Townsend è arrivata anche la sconfitta nell’ultima giornata con l’Irlanda a farli scendere fino al quarto posto in classifica. In quest’ultimo caso però c’è meno da cavillare: la Scozia ha lottato ad armi pari nel primo tempo e nel secondo ha messo in campo una prestazione difensiva encomiabile contro le continue ondate dei Verdi, che hanno superato la diga avversaria una sola volta in tutta la ripresa. Finn Russell

e compagni hanno fatto il possibile di fronte a un’Irlanda così dominante per possesso e territorio; da riguardare hanno il vantaggio perso con l’Italia e le occasioni sciupate nel corso della partita con la Francia. Questo dovrà sistemare Gregor Townsend per non destinare una Scozia come questa alla sua ormai classica sorte: quella di “eterna incompiuta”.

Italia, con Quesada la rivincita del Mondiale

Se c’è una squadra che, assieme all’Irlanda, ha saputo ripartire meglio delle altre dopo la Rugby World Cup 2023, questa è l’Italia. E pensare che la Nazionale azzurra è stata l’unica tra quelle del Sei Nazioni ad aver cambiato allenatore: un passaggio che di solito si assimila col tempo è stato invece una delle chiavi della performance italiana, la migliore di sempre nel torneo con due vittorie e un pareggio (oltretutto consecutivi). L’Italia con Kieran Crowley aveva iniziato a giocare mettendo finalmente in campo le sue qualità, di cui il gruppo tricolore è anche ricco, ma orientandole forse un po’ troppo verso un gioco tanto offensivo che, se all’inizio aveva stupito, alla lunga lasciava gli Azzurri con poche alternative e grandi rischi contro squadre più forti e strutturate (vedi le imbarcate con Nuova Zelanda e Francia ai Mondiali). Con Gonzalo Quesada il gioco dell’Italia ha trovato invece maggior equilibrio. Come dichiarato dal tecnico stesso, “il lavoro nel nostro primo raduno è stato tutto sulla difesa e come lavorare nei nostri 50 metri”. Inoltre, l’argentino si è reso protagonista anche di una piccola bugia bianca: tante volte alla vigilia del Sei Nazioni aveva dichiarato che avrebbe voluto molto più gioco al piede e poche ripartenze dalla propria metà campo ma, in realtà, è stato così solo in piccola parte. Quesada ha lasciato carta bianca ai giocatori, lasciandoli più liberi di valutare quando attaccare, avendo capito che la squadra ha le qualità per farlo, o quando calciare. Con tutto questo ha reso il gioco della squadra più equilibrato al suo interno e ancora più imprevedibile all’esterno per gli avversari. Infine, bisogna ricordare altri due dettagli che hanno aiutato il gruppo Azzurro in questa performance record: la tanta consapevolezza mentale acquista prima e durante il Sei Nazioni (si veda la contenuta esultanza nell’ultimo successo col Galles) e sempre la considerazione che si tratta di un’edizione un po’ particolare del torneo, ripartendo da un Mondiale. Ma queste occasioni bisogna pur saperle sfruttare, stavolta è stato fatto e sembra che da questo gruppo ci si possa aspettare altre importanti soddisfazioni anche nei prossimi anni.

Galles, il Dragone è ferito ma sa sempre riprendersi

Era dal 2003 che il Galles non chiudeva un’edizione del Sei Nazioni all’ultimo posto e senza ottenere neanche una vittoria. Sicuramente una doccia fredda, freddissima per un paese che vive di rugby come quello dei Dragoni. Eppure, non bisogna dimenticare che appena due anni dopo quel difficile 2003 il Galles tornò a vincere il titolo, il primo dell’era del Sei Nazioni. Certo stiamo parlando di un’altra epoca, ma questo per ricordare di non dare mai per sconfitta una potenza rugbistica del calibro del Galles. Nonostante le gravi difficoltà economiche e di struttura, dopo aver dovuto salutare sia campioni del recente passato (come Alun Wyn Jones e Leigh Halfpenny) sia campioni in ascesa (vedi Louis Rees-Zammit), comunque un allenatore esperto come Warren Gatland è riuscito a mettere insieme un gruppo di

qualità per questo Sei Nazioni. Si tratta d’altra parte di una truppa con molti giovani e da amalgamare, da cui era difficile potersi aspettare cose straordinarie già quest’anno. Le qualità per il futuro però si intravedono e anzi alcune, come la buona tenuta difensiva nel suo complesso, si sono già viste. Ci vorrà del tempo per assorbire il ricambio generazionale ma state certi che il Dragone tornerà a ruggire.

 

A cura di OnRugby.it