Gli Azzurri hanno fatto ciò che Quesada ha sempre chiesto: saper gestire i momenti della partita, sapere quando spingere e quando soffrire. Le prime tre partite hanno già delineato le gerarchie in testa, ma tutto può ancora cambiare: l’analisi del primo turno
Il Sei Nazioni 2026 è iniziato col botto, con tre partite che hanno già detto tantissimo e fornito una lunghissima serie di spunti. Non si può non partire con l’Italia, che non solo è tornata a vincere all’esordio (non accadeva dal 2013, quando sconfisse la Francia), non solo ha bissato con la Scozia il successo di due anni fa a Roma, ma soprattutto ha fatto un ulteriore passo avanti dal punto di vista dell’approccio alla partita, offrendo una prestazione di grandissima intelligenza e maturità, fattori decisivi nel 18-15 finale con cui gli Azzurri hanno portato a casa la partita. E se Francia e Inghilterra sembrano già un passo avanti (anche se gli inglesi andranno valutati con avversari più probanti di un Galles in profonda crisi) bisognerà capire se Irlanda e Scozia riusciranno a rientrare in gioco, mentre l’Italia a questo punto può e deve giocare senza pressione, ma con la consapevolezza di poter essere sempre competitiva. Il 36-14 con cui i Bleus hanno battuto gli irlandesi giovedì non colpisce solo per il punteggio, ma soprattutto per il dominio totale mostrato nei primi 60 minuti. Il 48-7 con cui l’Inghilterra ha battuto il Galles, invece, colpisce per la totale assenza di reazione da parte dei gallesi, che nei test match di novembre qualche segnale positivo l’avevano offerto, mentre a Twickenham non c’è mai stata partita.
Italia, la prova di maturità che serviva
Nel post-partita Gonzalo Quesada ha insistito molto su una parola: maturità. A volte forse abusata, ma mai come questa volta coerente e centrata. Quella dell’Italia è stata una partita giocata con grande intelligenza. Esattamente ciò che ha sempre chiesto Quesada in questi anni: capire i momenti, sapere quando spingere e quando soffrire. Italia-Scozia è stato l’esempio perfetto, perché gli Azzurri sono partiti fortissimo sfruttando un clima ancora favorevole al tipo di gioco più adatto alle proprie caratteristiche, attaccando gli spazi, usando il piede non solo nel gioco tattico ma anche come arma offensiva – come in occasione della prima meta – e cercando il più possibile i propri pezzi da novanta, con Lamaro bravo a innescare Menoncello al largo con un gran passaggio. Quel doppio colpo ha cambiato tutto, perché di solito è sempre stata la Scozia a partire forte: a quel punto, una volta arrivata la pioggia, diventava difficile portare a casa punti pesanti. Ci è riuscito George Horne nel secondo tempo, con una giocata individuale dopo una maul che si era arenata di fronte al muro azzurro, ma nel finale la Scozia fondamentalmente non ha mai avuto una vera opportunità per ribaltare la partita. Merito di una difesa azzurra di altissimo livello (i 223 placcaggi completati e quella battaglia da 30 fasi nel finale parlano da soli) e anche di un reparto arretrato che nonostante le assenze ha saputo rispondere colpo sul colpo al gioco al piede degli scozzesi: Marin da estremo non ha sbagliato nulla (e non ci aveva mai giocato in nazionale, se non per pochi scampoli di partita nel 2022) e insieme a Garbisi ha gestito egregiamente la battaglia tattica al piede, Fusco ha giocato una delle migliori partite della sua carriera e con i suoi calci dalla base ha contribuito a mettere grande pressione agli scozzesi, propiziando anche la seconda meta, che nasce proprio da un pallone calciato dal mediano delle Zebre e vinto da Lynagh su Dobie, praticamente annullato dall’ala azzurra per tutto il match.
Quando le fasi statiche fanno la differenza
In una partita così, soprattutto con l’aumentare della pioggia, è diventato subito chiaro che le fasi statiche avrebbero deciso tutto. E così è stato: la mischia italiana è cresciuta minuto dopo minuto, con un Simone Ferrari straripante e uno Schoeman raramente visto così impotente di fronte a un avversario che lo ha messo costantemente in crisi. Anche con i cambi, la squadra di Quesada non ha perso qualità: menzione particolare a Spagnolo, che continua a dimostrarsi decisivo entrando a partita in corso. La prestazione di Andrea Zambonin – praticamente un incubo per Ashman e Turner, perché gliele ha prese tutte – è stata impressionante, ma non sorprendente, perché l’azzurro già nell’ultima stagione giocata alle Zebre aveva dimostrato di aver fatto un passo avanti, e poi in Inghilterra è totalmente esploso, proprio ad Exeter dove è stato rivitalizzato anche Stephen Varney (assente a Roma per infortunio, ma tornerà presto). Anche la scelta di schierare Lamaro e Zuliani insieme è stata vincente, perché il capitano azzurro ha offerto una delle migliori prestazioni della sua storia recente in Nazionale: sul lavoro fatto in mezzo al campo non c’è da sorprendersi, e nemmeno sul gran passaggio che ha propiziato la meta di Menoncello perché ha sempre avuto grandi mani. A colpire è stata invece la prestazione in rimessa laterale, un fondamentale dove non viene usato spesso: subito una touche rubata, poi tanta sicurezza nel corso di tutto il match, anche sotto la pioggia. Zuliani ha giocato la solita sontuosa partita difensiva: un paio di turnover avrebbero meritato miglior fortuna, ma è stato bravo a sporcare tanti possessi scozzesi, soprattutto nel primo tempo quando le condizioni climatiche permettevano ancora di accelerare ed era importantissimo evitare che la Scozia alzasse troppo il ritmo.
Gerarchie: la Francia c’è, l’Inghilterra pure, e l’Irlanda?
Al termine della prima giornata Francia e Inghilterra sembrano già un passo avanti agli altri. L’impressione è che contro l’Irlanda la Francia non abbia nemmeno spinto a fondo sull’acceleratore, limitandosi a gestire, soprattutto nei primi 60 minuti in cui si è visto un dominio totale di fronte a un’Irlanda davvero troppo spenta. Non bastano le tantissime assenze (da Lowe a Keenan, fino ad Aki) a giustificare una prestazione così deludente, nonostante una reazione finale coraggiosa ma condizionata più che altro da un calo di concentrazione dei francesi. Anche le scelte tattiche hanno influito: Galthié le ha azzeccate tutte. Criticatissimo dopo le esclusioni eccellenti di Penaud, Alldritt e Fickou, il tecnico francese ha dato fiducia ai giocatori che considerava più in forma e ha schierato una formazione con cinque terze linee, con Ollivon e Guillard che hanno giocato in seconda e sono stati tra i migliori in campo. Dall’altra parte, invece, il voler cercare insistentemente il gioco tattico al piede alla fine ha penalizzato l’Irlanda. Certamente la squadra di Farrell, a causa delle tante assenze eccellenti, non poteva giocare 80 minuti di logoranti multifase come ha sempre fatto, ma quando è riuscita ad avere il possesso con continuità e senza calciare è stata molto più pericolosa. Inghilterra-Galles non è invece mai stata in discussione, e forse è il dato più preoccupante per i gallesi. Anche nei momenti più difficili la sfida contro gli inglesi è sempre stata quella in cui il Galles riusciva sempre a dare qualcosa in più, vedasi l’impresa sfiorata nel 2023 dopo una settimana in cui i giocatori avevano addirittura scioperato contro la Federazione. Nel giro di un anno invece sono arrivate due batoste allucinanti: 68-14 nel 2025, 48-7 questa volta. La squadra di Tandy non ha mai dato l’impressione di poter nemmeno impensierire gli avversari, mentre per valutare realmente quella di Borthwick servirà una sfida più impegnativa: dopo il match contro la Scozia sarà tutto molto più chiaro, anche per capire se gli scozzesi possono ancora tornare in gioco dopo la sconfitta di Roma. La stessa domanda va posta sull’Irlanda, che ospiterà a Dublino l’Italia sabato prossimo: contro gli Azzurri servirà una prestazione convincente, altrimenti questo Sei Nazioni rischia di diventare un incubo. Dall’altra parte, l’Italia può e deve tornare ad essere competitiva in uno stadio (l’Aviva) in cui da troppo tempo non riesce ad essere convincente: questa è l’occasione giusta. Capitan Lamaro è stato molto chiaro: “Sappiamo che l’Irlanda non può più permettersi di perdere. Dobbiamo farci trovare preparati, altrimenti quello di Dublino rischia di diventare un pomeriggio molto lungo”.
A cura di Onrugby.it