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Sei Nazioni 2026, l'Italia Under 20 chiude con un successo

Rugby

Come sempre questi due mesi hanno dato visibilità a tanti prospetti interessanti per il futuro. I Baby Bleus tornano a dominare, e gli Azzurrini hanno chiuso con una vittoria un torneo molto complicato

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La Francia ha di nuovo vinto il Sei Nazioni under 20. L’anno scorso lo aveva conquistato all’ultimo secondo, quest’anno invece lo ha fatto dominando dall’inizio alla fine: 5 vittorie su 5, tutte col bonus offensivo. Uno strapotere impressionante che riporta ai fasti dell’era pre-Covid, quella che ha lanciato praticamente tutto il gruppo della Francia Seniores che ha vinto il terzo Sei Nazioni in cinque anni. Al secondo posto è arrivata una ritrovata Irlanda con 20 punti e 4 vittorie: un bel bottino dopo un 2025 complicato sia al Sei Nazioni (ultimi) sia al Mondiale di categoria (decimi). Terza l’Inghilterra, dalla quale ci si aspettava qualcosa di più: pesa soprattutto la sconfitta con l’Irlanda, con gli inglesi che all’ultima giornata sono andati vicini a sfilare lo Slam dalle mani della Francia, perdendo 31-29. Quarto un buon Galles, che forse poteva ottenere qualcosa di più (incredibile la rimonta subita dall’Inghilterra dopo essere stato in vantaggio 16-0 all’intervallo) ma che ha mostrato un buon gioco e ottime individualità. Quinta l’Italia, con un torneo complicato ma in crescendo, e sesta la Scozia che dopo il successo contro gli Azzurri non è più riuscita a ripetersi, calando progressivamente nel corso del torneo.

Il Sei Nazioni dell'Italia

Per l’Italia è stato un Sei Nazioni difficile, ma in crescita costante. Un inizio shock contro la Scozia (36-10), poi delle prestazioni che partita dopo partita sono diventate sempre più concrete, al di là degli errori, e che hanno portato al successo dell’ultima giornata contro il Galles, che è servito anche ad evitare l’ultimo posto. La brutta sconfitta contro la Scozia ha reso tutto il torneo più complicato. L’Italia aveva bisogno di tempo per assimilare un’idea di gioco completamente diversa da quella dell’anno scorso: gli Azzurrini giocavano un rugby molto strutturato, e lo scheletro di quella squadra (dalla cabina di regia con Braga, Celi e Fasti a Casarin, passando per Bianchi, Miranda e i piloni Brasini e Trevisan) è rimasto lo stesso, e probabilmente i ragazzi di Di Giandomenico non sono riusciti ad applicare subito questa nuova tipologia di gioco, molto destrutturato, legato alle iniziative dei trequarti e con una sorta di 0-8-0 tra gli avanti, trovandosi a sprecare una grande occasione contro quella che – a posteriori – è risultata la squadra più abbordabile del torneo. Un ulteriore peccato, perché con una sola settimana di lavoro in più (e probabilmente una lezione importante imparata a Treviso) a Cork contro l’Irlanda si è vista tutta un’altra Italia. Lì gli Azzurri avrebbero meritato un risultato migliore, contro una squadra che poi è arrivata seconda nel torneo: quel 30-27 brucia, per quanto i 2 punti di bonus conquistati siano risultati poi decisivi per evitare l’ultimo posto. Anche perché l’Italia, fondamentalmente, aveva solo bisogno di sbloccarsi, e farlo contro Francia e Inghilterra sarebbe stato oggettivamente difficile. Nelle due partite sulla carta più difficili l’Italia ha mostrato una crescita costante. In particolare contro i Bleus, dominatori del torneo, i ragazzi di Di Giandomenico hanno giocato alla pari per 50 minuti, cedendo soltanto nel finale. La partita contro l’Inghilterra è stata particolarmente difficile da analizzare: vero che dall’altra parte c’erano tanti giocatori che avevano già esordito in Premiership, ma gli Azzurri hanno dimostrato di esserci, e hanno sprecato tantissime occasioni. Forse per fretta, nervosismo, foga, tutte sensazioni che si accumulano quando si va sempre vicini alla vittoria ma non la si raggiunge. Per questo la vittoria di Newport contro il Galles è così importante: perché aggiunge l’ultimo tassello necessario alla maturazione di questa squadra, che potrà andare al Mondiale in Georgia consapevole di poter anche vincere, non solo competere.

Un torneo ricco di futuri campioni

Da questo Sei Nazioni vengono fuori tanti, tantissimi giocatori interessanti. E ovviamente molti sono francesi. Dall’estremo Senga Kouo – rapido, capace di attaccare lo spazio e con un bel fiuto per la meta – all’inarrestabile Rates, una spina nel fianco per chiunque al largo. Impressiona per leadership e intelligenza rugbistica il capitano Marceau Marzullo, così come il mediano di apertura Luka Keleatona e i due numeri 9 Latrasse e Tilloles, che si sono alternati durante il torneo. L’Irlanda, come detto, si è ritrovata dopo un paio di annate complicate un 2025 avarissimo di soddisfazioni: contro la Francia non c’è stata partita (50-21 il finale) ma poi i Verdi hanno tirato fuori un Sei Nazioni di alto livello, trascinati da uno Josh Neill (flanker) dominante fisicamente, e da due giocatori con un gran fiuto per la meta: l’ala Daniel Ryan e l’estremo Christopher Barrett, autori rispettivamente di 4 e 5 marcature ma anche di tantissimo lavoro in mezzo al campo. Attenzione anche al tanto lavoro sporco del centro James O’Leary, non appariscente ma sempre avanzante. L’Inghilterra si è fatta vedere soprattutto davanti con l’ottimo Connor Treacey, capitano, terza linea e trascinatore del gruppo: è il giocatore con più metri guadagnati dopo il contatto, ben 90. In attacco è stato soprattutto l’utility back James Pater (apertura o estremo all’occorrenza) a fare la differenza: del resto, Pater ha già esordio in Premiership con Northampton, che lo ha fatto sempre giocare anche in Premiership Rugby Cup, la coppa nazionale. Ha un po’ deluso invece Noah Caluori, presentato come predestinato dopo aver segnato a raffica in Premiership, ma sommerso dal peso delle aspettative durante questo Sei Nazioni. Nel Galles svetta soprattutto il capitano Deian Gwynne, terza linea davvero completo: fa metri a contatto, placca bene, lavora tanto nel breakdown, mentre il collega di ruolo Caio James si è distinto soprattutto in difesa, con tanti placcaggi avanzanti e un’ottima capacità di lettura del gioco. Nell’Italia è stato il capitano Riccardo Casarin a fare la differenza: tanto avanzamento palla in mano, tanto lavoro difensivo e anche nel breakdown, pur essendo un centro, e i numeri lo confermano. Casarin è il miglior giocatore del Sei Nazioni per turnover conquistati nel punto d’incontro (10) e il secondo per metri fatti dopo il contatto: 84. Ci si aspettava tanto anche da Malik Faissal, che è partito un po’ contratto ma poi non ha deluso le attese, con 21 difensori battuti (il migliore del torneo), tanto lavoro nel gioco aereo (decisiva col Galles la battaglia vinta su Bowen, che ha propiziato la meta di Wilson) e tanta presenza in attacco. Bene anche le terze linee Miranda e Bianchi, così come Wilson che ha guadagnato minuti nelle ultime partite. Ci si aspettava un po’ di più da Opoku, che non è sempre riuscito a imporsi fisicamente e che ha concluso anzitempo il torneo per squalifica. Nella Scozia, nonostante l’ultimo posto, c’è un giocatore che in futuro farà parlare tantissimo di sé: è il mediano di apertura Jake Dalziel, classe 2008, l’unico minorenne di tutto il torneo. Dotato di un piede già sopraffino (con cui ha demolito la linea difensiva italiana nella prima giornata) e di grande intelligenza rugbistica, ha davanti a sé ancora due anni prima del salto tra i grandi, ma con queste premesse può fare tanta strada.

 

A cura di OnRugby.it

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