Lara Lugli licenziata dal Volley Pordenone dopo essere rimasta incinta

IL CASO
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L'ha rivelato su Facebook la giocatrice, episodio che risale alla stagione 2018/19 in B1 con il Volley Pordenone: "Rimango incinta il 10 marzo, comunico alla Società il mio stato e si risolve il contratto. L'8 aprile non sono più in stato interessante per un aborto spontaneo". Non è tutto, lo spiega la stessa Lara Lugli: "A distanza di due anni, vengo citata dalla stessa Società per danni, in risposta al decreto ingiuntivo dove chiedevo il mio ultimo stipendio di febbraio"

"Una donna se rimane incinta non può conferire un danno a nessuno e non deve risarcire nessuno per questo. L'unico danno lo abbiamo avuto io e il mio compagno per la nostra perdita, e tutto il resto è noia e bassezza d'animo". Con questo messaggio su Facebook, la pallavolista Lara Lugli (giocatrice con lunghi trascorsi in Serie A tra Ravenna, Soliera, Mazzano, Firenze, Sassuolo e Casalmaggiore e tuttora in attivita') denuncia il contenzioso legale che la vede protagonista con il club in cui militava nel campionato di B1 2018/2019 a Pordenone. "Rimango incinta e il 10 marzo comunico alla società il mio stato e si risolve il contratto" spiega la giocatrice su Facebook, rendendo noto che, purtroppo, il mese successivo ha perso il bambino a causa di un aborto spontaneo. In seguito, la stessa Lugli avrebbe chiesto al club di saldare lo stipendio di febbraio "per il quale avevo lavorato e prestato la mia attività senza riserve", specifica nel post. 

Assist: porre fine a situazione vergognosa

Assist, l'Associazione Nazionale Atlete, scriverà al presidente del Consiglio, Mario Draghi e al presidente del Coni, Giovanni Malagò, per chiedere "che cosa intendano fare per mettere fine alla vergognosa situazione per la quale le donne italiane, non avendo di fatto accesso alla legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo, vengono esposte a casi clamorosi come quello dell'atleta Lara Lugli: la società sportiva con cui giocava a pallavolo in serie B1 nella stagione 2018-2019 le ha chiesto giudizialmente i danni per essere rimasta incinta, accusandola di aver sottaciuto al momento dell'ingaggio della propria intenzione di avere figli e quindi di aver violato la buona fede contrattuale. Il suo contratto prevedeva la risoluzione del rapporto per giusta causa 'per comprovata gravidanza".

"Questo caso - spiega Assist - è emblematico perché l'iniquità della condizione femminile nel lavoro sportivo e' talmente interiorizzata che non solo la si ritiene disciplinabile, nero su bianco, in clausole di un contratto visibilmente nulle, ma addirittura coercibile in un giudizio, sottoponendola a un magistrato, che secondo la visione del datore di lavoro sportivo, dovrebbe condividere tale iniquita' come fosse cosa ovvia. In questa spregiudicata iniziativa si annida il vero scandalo culturale del nostro Paese, che è giunto al punto da obnubilare la coscienza dei datori di lavoro sportivi, fino a dimenticare cosa siano i diritti fondamentali delle persone". Nella nota, Assist spiega che "questo caso non solo non è unico e non riguarda certo solo il volley, ma evidenzia una pratica abituale quanto esecrabile e indegna, denunciata da 21 anni dalla nostra Associazione. In forza di questa consuetudine le atlete degli sport di squadra o individuali, non appena incinte, si vedono stracciare i loro contratti, rimanendo senza alcun diritto e alcuna tutela. Ciò anche quando non vi sia in presenza di una esplicita clausola anti maternità che, prima delle denunce di Assist, era la norma nelle scritture private tra atlete e club".

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