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12 maggio 2017

NBA, la redenzione di LaMarcus Aldridge nel momento più difficile

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In una “elimination game” senza Leonard e Parker, LaMarcus Aldridge si è finalmente guadagnato la fiducia dei San Antonio Spurs e dei loro tifosi dominando in trasferta sul campo degli Houston Rockets

di Dario Vismara

Cercando rapidamente il significato della parola “redenzione” su Google, il primo risultato che appare recita così: “Acquisizione di uno stato di libertà fisica o morale attraverso la liberazione da colpe e motivi d’infelicità”. Dopo le prestazioni in questi playoff, e soprattutto una gara-1 da soli 4 punti, LaMarcus Aldridge aveva qualcosa da farsi perdonare specialmente agli occhi dei suoi tifosi, che da lui si aspettavano un rendimento da seconda stella e invece hanno ricevuto prestazioni troppo spesso interlocutorie in questi due anni con la maglia nero-argento. Per questo la straordinaria partita giocata da Aldridge in gara-6 assume ancora più significato: in trasferta sul campo degli Houston Rockets, in una “elimination game” e soprattutto senza Kawhi Leonard e Tony Parker, il lungo degli Spurs si è “redento” segnando 34 punti con 12 rimbalzi , tirando 16/26 dal campo e chiudendo con un plus-minus di +21 con sole due palle perse in una delle più improbabili vittorie in trasferta della storia della franchigia. Se gli Spurs hanno spadroneggiato nel pitturato (62 a 18 il conto alla fine, 62% al tiro contro il 24% di Houston) e a rimbalzo (60 a 37), il motivo è certamente la presenza di Aldridge, capace di mettere subito le cose in chiaro nel primo quarto con 10 punti e facendo un lavoro decisamente migliore nel prendere posizione in post basso, imponendo la sua superiore stazza e prendendosi solo 5 tiri lontano dal pitturato, peraltro segnandone tre. “Ho potuto toccare il pallone un pochino di più stasera” ha detto Aldridge dopo la gara con l’understatement dell’anno, visto che solamente quattro volte da quando gioca in Texas (regular season e playoff) ha avuto uno Usage Rate superiore al 35% in 30 o più minuti. “In questo modo ho avuto la possibilità di trovare un modo di essere dominante sotto canestro, prendendomi alcuni tiri anche contestati ed entrando subito nel mio ritmo. Kawhi è un grande giocatore, ma abbiamo tanti ragazzi che sono pronti a giocare”. Una cosa che non è sempre stata vera per LaMarcus prima di questa sera.

Estraneo

La verità è che Aldridge è un outsider nella storia dei grandi giocatori degli Spurs. A differenza di Duncan, Ginobili, Parker, Leonard – o anche di George Gervin, David Robinson e Sean Elliott –, Aldridge non è stato scelto al Draft e non è cresciuto passo dopo passo all’ombra dell’Alamo. A differenza di altri giocatori amatissimi nella storia dei nero-argento – basti pensare a Bruce Bowen e Avery Johnson, ma anche Danny Green –, Aldridge non è stato raccolto dalle strade della NBA e reso un giocatore di alto livello. Aldridge è arrivato già “fatto e finito”, nel pieno del suo prime tecnico e fisico, con un contratto al massimo salariale firmato da free agent per una squadra che solitamente, dai giocatori svincolati, ha raccolto solo delusioni (Richard Jefferson anyone?). Aldridge è stato investito di responsabilità per essere quantomeno la seconda stella all’interno di un sistema che non conosceva e in cui ha fatto ovviamente fatica a inserirsi mentalmente prima ancora che tecnicamente, visto quanto era abituato a fermare il pallone nei suoi anni da “20+10 fissi” a Portland. Trovare un equilibrio tra i possessi in isolamento e il movimento di palla degli Spurs (che non più quello del 2014 perché la squadra è in mano a lui e Kawhi, ma comunque rimangono gli Spurs) è stato, ed è ancora, difficile. E c’è un motivo se Aldridge è andato così bene proprio in una serata in cui era chiaramente la principale (per non dire unica) opzione offensiva. Però, in ogni caso, nel momento nel bisogno l’ex Blazer è riuscito a caricarsi la squadra sulle spalle e guadagnarsi la fiducia dell’intera franchigia, quantomeno al suo esterno.

Aldridge in post basso contro Harden

“LMAo”

In realtà le esplosioni offensive di LaMarcus non sono necessariamente una novità: nelle prime due partite dello scorso anno contro gli Oklahoma City Thunder Aldridge aveva dimostrato di poter essere dominante, segnando 39.5 punti col 75% al tiro in gara-1 e 2 contro Westbrook & Durant. Solo che da lì in poi Aldridge ha chiuso quella serie con buone cifre (20.5 e 9.3, ma sotto il 40% al tiro e senza mai toccare quota 25), disputato una regular season del tutto normale (17.3 punti e 7.3 rimbalzi, entrambi minimi in carriera tolto l’anno da rookie, mancando l’All-Star Game dopo cinque convocazioni consecutive) ed è stato interlocutorio in questi playoff, con 15.3 punti e 7.6 rimbalzi con il 45% al tiro prima di gara-6, andando particolarmente male in casa (13.3 punti e 8 rimbalzi col 38% dal campo). Prestazioni sottolineate ancora di più dal fatto che gli Spurs vanno alla grande quando lui non è sul parquet (+14.7 di Net Rating, nettamente il più alto della squadra), nonostante avesse già risposto presente nell'importante gara-3 contro Houston. Prestazioni che hanno fatto storcere il naso a parecchi tifosi, che invocavano un contributo maggiore da parte del loro secondo miglior giocatore: il più vocale e visibile dei tifosi Spurs sul web – lo scrittore Shea Serrano di The Ringer – arrivato a soprannominarlo “LOLaMarcus Aldridge” e “LMAo”, acronimo di “Laughing My Ass Off” come ben sa chi bazzica su Internet. Una reazione di pancia (e prontamente sospesa) dovuta soprattutto alla tremenda gara-1 che ha inaugurato la serie coi Rockets (tanti canestri dal campo, due, quante palle perse e -36 di plus-minus in 25 minuti), ma anche alle difficoltà mostrate in stagione nel concludere in quella che, di regola, dovrebbe essere la sua situazione di gioco prediletta: l’isolamento in post basso. In regular season solo Joel Embiid e Marc Gasol hanno giocato più possessi di lui in quella situazione, ma la sua efficienza è stata sotto la media (42.9% al tiro per 0.87 punti per possesso, 45° percentile), e solo l’eccellente prestazione di ieri sera gli ha permesso di migliorare i suoi numeri in questi playoff (ora ha il 46% al tiro e produce 0.96 punti per possesso). Un miglioramento fondamentale per decidere la serie tatticamente, punendo i cambi sistematici della difesa (James Harden è sembrato particolarmente inerme contro di lui in post) e chiedendo con più insistenza il pallone senza accontentarsi del tiro dalla media come spesso gli accade. Ora Aldridge può giocarsi per la prima volta in carriera le finali di conference, ma soprattutto può farlo con la testa un po’ più libera: il suo momento di gloria di questi playoff lo ha già prodotto, e almeno per qualche tempo i tifosi gli concederanno un po’ di tregua. Il suo essere outsider, per una volta, non è stata una colpa.

Gli highlights di gara-6

Video

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