Come l'Olimpia Milano ha conquistato il suo 28° Scudetto

Basket

Ennio Terrasi Borghesan

cinciarini

L’Olimpia Milano ha conquistato il suo 28° titolo italiano della sua storia, il terzo nelle ultime cinque stagioni: può davvero essere un punto di partenza per il gruppo guidato da Simone Pianigiani?

«Vincere è difficile, rivincere è difficilissimo». Mentre fuori dal Forum di Assago centinaia di tifosi sfidano il caldo pur di festeggiare il 28° Scudetto della squadra più vincente della storia del basket italiano, Simone Pianigiani sintetizza con queste parole quelle che possono essere le prospettive per il prossimo anno.

A dare un’occhiata all’albo d’oro della Serie A, non avrebbe tutti i torti: nel nuovo millennio soltanto due squadre, Treviso e Siena, hanno vinto più Scudetti consecutivamente. Un traguardo che Milano non raggiunge dal three-peat conquistato tra il 1985 e il 1987, e che è regolarmente sfuggito per due volte nell’ultimo quinquennio. Alla spettacolare e palpitante vittoria contro Siena del 2014 è seguita, l’anno dopo, la beffa in semifinale contro Sassari in Gara-7 davanti al pubblico amico. Al successo contro Reggio Emilia del 2016, invece, si è succeduto il fragoroso flop - sempre in semifinale - contro Trento.

Prima di tuffarsi nel futuro della stagione che sarà, però, è fondamentale fare un passo indietro per guardare a quello che è stato il 2017-18 della Serie A di basket. Poiché nessuna vittoria è scontata e dovuta, neanche - o soprattutto - quando si è, per definizione, «condannati a vincere», per usare le parole del presidente milanese Livio Proli.

Vivere la “condanna” alla vittoria

Guardando il finale, con la folla festante fuori dal Forum che acclama giocatori e allenatore, sembra incredibile pensare all’inizio della storia. Dopo una stagione iniziata nel migliore dei modi con le vittorie in Supercoppa e Coppa Italia che fecero seguito alla conquista del 27° Scudetto, Milano lo scorso anno affondò clamorosamente nella semifinale playoff subendo da Trento, dopo che qualche avvisaglia si era già avuta nei quarti di finale contro Capo d’Orlando, una sconfitta che per punteggio e dimensioni non si vedeva da anni.

La batosta dello scorso anno contro Trento.

Chiuso il rapporto con Jasmin Repesa, la società meneghina decise di ripartire da quello che in passato era diventato “il grande rivale”: quel Simone Pianigiani che per tre volte nell’era Armani aveva fermato la corsa milanese allo Scudetto numero 26.

Sui social fu un fiorire di hashtag contrari all’arrivo del tecnico nativo di Siena, anche se a ripensarci oggi Pianigiani ha dato nuova luce a quel periodo leggermente turbolento: «Quando allenavo la Nazionale», afferma ora, «incontravo tanti tifosi di Milano che mi chiedevano di venire ad allenare l’Olimpia».

Con l’arrivo del tecnico reduce dalla vittoria del campionato israeliano con l’Hapoel Gerusalemme (portato anche in semifinale di Eurocup), Milano decise di operare una rivoluzione quasi totale a livello di roster. Rispetto alla stagione precedente rimasero soltanto una parte del nucleo italiano formato da Davide Pascolo, Awudu Abass e capitan Cinciarini oltre a Kaleb Tarczewski, arrivato in sordina e a lungo assente in attesa di un passaporto polacco mai arrivato.

Il core del progetto tecnico ruotava originariamente attorno a quattro giocatori americani: l’MVP della prima edizione di Champions League Jordan Theodore; l’ex Lakers, Maccabi e Fenerbahce Andrew Goudelock; l’ex Nets e Suns Cory Jefferson e il talentuoso lungo ex Galatasaray e Olympiacos Patric Young.

Il naufragare delle ultime due opzioni, per scarso fit col basket europeo (Jefferson) e mancato recupero da un lungo infortunio (Young), ha fatto in modo che salissero in cattedra giocatori magari meno “attesi” come protagonisti a inizio estate. Come Vlado Micov, tornato in Italia dopo lo splendido periodo con Cantù a inizio decennio; o come Dairis Bertans, confermatosi tiratore infallibile nei playoff; ma soprattutto come due protagonisti "Made in Lithuania”: entrambi imprevisti a inizio stagione, entrambi determinanti nella lunga cavalcata fino al 28° Scudetto.

Fino all’11 settembre 2017, Arturas Gudaitis era un giocatore del Lietuvos Rytas, reduce dalla deludente eliminazione prematura della Lituania all’Europeo. Il giorno dopo l’Olimpia ne annunciò l’ingaggio, pagando pure un buyout per liberarlo dalla squadra baltica, in una mossa che da tutti venne vista come una “polizza assicurativa”. Nulla di più sbagliato, perché Gudaitis è stato il vero MVP della stagione meneghina.

L’altro giocatore ha una provenienza illustre: i New York Knicks. È stato il colpo a sorpresa, quello fatto nel momento - per ammissione dello stesso Pianigiani - più difficile della stagione dell’Olimpia: l’adattamento di Mindaugas Kuzminskas al basket italiano non è stato dei più facili e immediati, ma serate come Gara-4 con Brescia e Gara-5 con Trento fan sì che sul tricolore ci sia impresso il suo marchio.

Benvenuto in Italia, Mindaugas.

Nella stagione appena conclusa, l’Olimpia ha vissuto la sua condanna alla vittoria in tre modi - e tempi - diversi. Nei primi due mesi Milano è partita peggio rispetto alla stagione precedente in Eurolega, ma a parte un clamoroso tracollo al Forum contro lo Zalgiris l’Armani Exchange ha dimostrato di potersela giocare per davvero su tutti i 40 minuti, incontrando maggiori fortune contro le squadre spagnole.

In Italia, invece, una Milano altalenante ha chiuso il girone d’andata al 3° posto, dietro di una sola vittoria rispetto ad Avellino e a pari merito con la sorprendente Brescia e i campioni in carica di Venezia. Mentre Pianigiani ha continuato a predicare pazienza, con i suoi dettami di gioco che si sono visti soltanto a tratti, Milano è stata anche condizionata dai tanti infortuni - e proprio uno di questi ha riportato al Forum Curtis Jerrells, eroe dello Scudetto 2014 e reduce dal titolo israeliano con Pianigiani all’Hapoel.

Da quella fase Milano è sembrata uscirne positivamente: in Europa sono arrivati i blitz con Baskonia e Barcellona, mentre in campionato l’Olimpia è caduta solo contro quella Varese che nel girone di ritorno ha poi stupito tutti. Quando ci si è avvicinati al primo vero appuntamento stagionale, la Final Eight di Coppa Italia, l’impressione è stata che la Milano di Pianigiani potesse davvero essere in grado di salire di livello e qualità nel momento di maggior bisogno.

A Firenze, però, finisce malissimo: il weekend dura soltanto 40’.

La batosta del weekend fiorentino è sembrata evocare cattivi ricordi, ma è proprio in quel momento che Milano ha iniziato a costruire e coltivare la lunga rincorsa al titolo. Le settimane di pausa del campionato per via della finestra delle nazionali ha permesso alla squadra di chiudersi in palestra a lavorare e assimilare i dogmi del proprio coach.

Da quel momento, passata la fase di contestazione da parte dei tifosi e ormai fuori dalle prime otto in Eurolega, la squadra si è concentrata esclusivamente sul territorio nazionale. A parte qualche minimo passaggio a vuoto come l’inopinata sconfitta casalinga con Pesaro, soltanto una super Venezia nel ritorno ha impedito a Milano il vantaggio del fattore campo per tutta la durata dei playoff.

Il morso del (mini) Mamba

Post-season in cui è salito in in cattedra l’unico superstite, visti i tanti problemi fisici accusati da Jordan Theodore (poi superato in rotazione da Cinciarini e Jerrells), di quel pokerissimo a stelle e strisce che doveva condizionare positivamente le fortune della prima Milano di Pianigiani.

Andrew Goudelock è arrivato a Milano la scorsa estate sull’onda di stagioni non proprio esaltanti tra Fenerbahce e Maccabi. Nei primi mesi di stagione, MiniMamba ha faticato a trovare costanza di rendimento: alle prove eccelse mostrate talvolta tra Eurolega e Italia, i troppi slump al tiro dalla lunga distanza hanno preoccupato l’ambiente più dei tweet criptici per commentare le voci di mercato.

Come spesso ci si aspetta dai campioni, è nei playoff che il numero zero milanese è salito di livello. Nel primo turno contro Cantù Goudelock prima ha ben figurato nella rotonda vittoria di Gara-1, in cui Milano ha mandato un messaggio molto chiaro a tutte le sue concorrenti; poi, in Gara-3, ha deciso di “chiuderla” confermando di avere un gran feeling contro la storica rivale dell’Olimpia e “vendicando” la batosta di Firenze.

Goudelock ha chiuso oltre quota 20 punti in tre precedenti stagionali contro i brianzoli.

Con Brescia, passato lo shock per la sconfitta di Gara-1, è salito continuamente di rendimento: prima partecipando allo show balistico milanese nel primo quarto, poi prendendo definitivamente il controllo della serie ispirando la rimonta e vittoria Olimpia nella pivotal Gara-3, lasciando quindi il proscenio a Kuzminskas in Gara-4.

La finale con Trento, poi, è stato il capolavoro definitivo di Drew: nelle prime due gare al Forum ha dominato offensivamente non sfigurando nemmeno in difesa, dove i miglioramenti dell’ex giocatore dei Lakers sono stati effettivamente sempre crescenti nel corso della stagione, come ammesso anche dallo stesso giocatore dopo la vittoria del titolo.  «È stata una stagione difficile, probabilmente la più importante della mia carriera. Milano mi ha reso un giocatore migliore: non ho mai dovuto fare così tante cose difensivamente come quest’anno, penso che ora non verrà mai più visto come un mio punto debole».

Ad aiutare il cambio di percezione è arrivata in soccorso la giocata iconica del 28° Scudetto. Come nel 2014 il tiro di Jerrells in Gara-6 a Siena evitò a Milano un pericoloso supplementare rinviando qualsiasi decisione definitiva sulla serie a Gara 7, la terza stoppata stagionale di Goudelock allo scadere di Gara-5 sul potenziale game winner di Dominique Sutton (che avrebbe portato Trento in Gara-6 avanti nella serie) ha proprio il sapore della storia.

Una giocata da tramandare ai posteri.

La rivincita di Cinciarini e Pianigiani

In una squadra dalla forte impronta internazionale, è importante la presenza di una solida anima tricolore. Come già scritto in precedenza, parte del nucleo italiano è stata l’unica eredità della deludente stagione precedente, con l’importante inserimento di Marco Cusin per aumentare il tasso di fisicità della squadra e il livello degli allenamenti: il Cuso, poi, si è sempre saputo trovare pronto quando sollecitato.

Sul successo di Milano, oltre ai già citati nomi international, è impresso a fuoco il nome di Andrea Cinciarini. Unico reduce della squadra campione due stagioni fa, al suo secondo anno da capitano milanese il Cincia ha prodotto, per bocca di tutti, la stagione migliore della carriera. Cresciuto di responsabilità con l’avanzare della stagione, l’ex leader di Reggio Emilia non ha sfigurato, facendo salire con le settimane il livello del suo gioco e affermandosi come uno dei migliori giocatori del campionato italiano. Non sono le cifre a rendere l’idea del suo impatto, quanto una serie di piccole cose all’interno delle partite: il Cinciarini dei playoff 2018 (e in generale della seconda metà della stagione) ha sempre dato l’idea di avere in mano il controllo della partita e, soprattutto, della squadra, sapendo agire come il più classico dei playmaker.

Della Nazionale guidata da Pianigiani, Cinciarini era uno degli elementi più importanti, talvolta anche nelle fasi decisive dei match: ripensate al suo impatto contro la Germania all’Europeo 2015. È cruciale che il rapporto tra allenatore e capitano sia solido, e questo è uno dei segreti non troppo nascosti del successo di Milano.

Già, Pianigiani. Accolto con sentimenti contrastanti in estate, il coach senese ha impiegato del tempo a conquistare i cuori della piazza meneghina, con mugugni e fischi sparuti che per lunghe parti della stagione si potevano udire al Forum all’annuncio del suo nome. In una stagione indubbiamente difficile come tutti i primi anni di un nuovo ciclo, a Pianigiani vanno dati due meriti principali: il primo è quello di non avere mai smesso di credere nei suoi dettami tecnici, continuando a lavorare con lo stesso livello di intensità, se non incrementandolo lungo tutta la stagione anche quando i risultati non arrivavano e le sconfitte di misura in Eurolega minavano la sicurezza del gruppo.

Non è un caso, infatti, che nei playoff si sia visto molto di più del suo basket di quanto non si sia ammirato da ottobre ad aprile. L’eccellente Gara-6 di Finale, giocata con una maturità e solidità encomiabili, ne è l’esemplificazione: circolazione di palla continua in grado di portare a soluzioni di tiro con alto livello di efficacia (18 tiri da 3 segnati, con percentuali sul 50%); difesa di sostanza con meno disattenzioni possibili a rimbalzo (fondamentale in cui Milano è spesso stata ondivaga, nonostante il suo predominio fisico sugli avversari italiani); e soprattutto, gestione lucida e coordinata degli inevitabili momenti meno fluidi all’interno dei 40 minuti.

Il secondo merito, e non è scontato, è stato quello di far salire la squadra di rendimento al momento giusto, riconoscendo allo stesso istante le gerarchie che si erano venute a creare e riuscendo a essere in grado di imprimere al gruppo e alle rotazioni continuità e stabilità. Aspetti non così facili in una stagione in cui Milano è scesa in campo per 76 partite e in cui le 30 di Eurolega venivano affrontate con un roster - e minutaggi - comunque diversi rispetto a quanto non potesse avvenire in Italia.

Il coraggio e la decisione mostrata nelle scelte dal coach senese assume maggior valore nel momento in cui elementi come Theodore e Mbaye, finiti ai margini delle rotazioni per infortuni e scelte tecniche, non hanno mai dato segnali pubblici di malessere, continuando a incitare e stimolare la squadra da primi tifosi in tutte le trasferte e anche nelle stesse partite in casa.

Shields, Buscaglia e la meravigliosa resa di Trento

La dimensione di un successo è data, anche se non soprattutto, da quella dei “vinti”. L’Aquila Basket Trento che ha raggiunto per il secondo anno di fila la finale Scudetto, pur in una stagione dove l’impegno europeo ha indubbiamente inciso per dispendio di energie, rende il 28° Scudetto milanese un grande Scudetto.

La continuità nella costruzione del roster di Trento ha fatto sì che la Dolomiti Energia potesse passare indenne attraverso il momento forse più difficile del suo quadriennio nella massima serie italiana: con 6 sconfitte nelle prime 9 giornate, e la qualificazione alle Final Eight di Coppa Italia compromessa, attorno al longevo progetto tecnico di Buscaglia poteva intravedersi pure qualche crepa.

Sono stati due i principali elementi in grado di far svoltare la stagione bianconera. Il primo è sicuramente il ritorno di Dustin Hogue, che solo lungaggini burocratiche hanno fermato dall’unirsi alla Betaland Capo d’Orlando in uno dei più classici what if visti i destini finali delle due squadre. Hogue è arrivato al posto della scommessa, non così fruttuosa, fatta su Chane Behanan, dimostrando una maggiore compatibilità con un Dominique Sutton in grado di produrre la sua breakout season.

Il secondo elemento è indubbiamente l’esplosione di Shavon Shields, che in Finale Scudetto ha praticamente raddoppiato le sue cifre rispetto al girone d’andata. L’esterno naturalizzato danese ha disputato una post-season da MVP assoluto, in cui ha sfoderato un talento che lo porterà, quasi certamente, a disputare l’Eurolega nella prossima stagione.

In Gara-4 Trento è stata un fiume in piena, come Shields.

L’esplosione di Shields è soltanto l’ultimo tassello del favoloso mosaico che Maurizio Buscaglia continua a comporre nella sua carriera da allenatore. Al coach perugino va dato il merito di aver prodotto una squadra in grado, durante la Finale, di crescere dopo ogni timeout e dopo ogni partita, di sapere elevare continuamente il suo rendimento, dimostrandosi all’altezza della situazione.

Una Finale forse più prestigiosa dello scorso anno, raggiunta eliminando e giocando alla pari contro squadre con cui Trento era finita 0-6 in Regular Season. L’incredibile parziale di 31-4 che ha ribaltato partita - e quasi serie - in Gara-4 e il successo sfiorato in Gara-5, col sogno interrotto dalla stoppata di Goudelock, dimostrano l’ostinatezza e la “fame” di una squadra che a marzo, in piena rincorsa, sosteneva - per bocca del suo allenatore - che due volte in finale è un «qualcosa che può succedere», dimostrando che ormai Trento è una grande del basket italiano odierno.

Nelle prossime puntate?

In una stagione che si annuncia divertente e ancor più imprevedibile, con il clamoroso arrivo di Larry Brown sulla panchina di quella Torino che dopo aver clamorosamente vinto la Coppa Italia è scivolata fuori dalla griglia playoff, Milano e Trento saranno chiamate a un ruolo da protagoniste.

Per l’Aquila ci sarà la terza stagione in Eurocup - insieme a lei anche Torino e la sorprendente Brescia, con qualche spiraglio per una quarta italiana via wild card, forse la semifinalista dell’ultima edizione Reggio Emilia - in una stagione che partirà nuovamente dalla Supercoppa: sarà infatti la squadra di Buscaglia la protagonista del debutto ufficiale in Italia del coach campione NBA con i Detroit Pistons.

A livello di roster la Dolomiti Energia, come di consueto, proverà a mantenere la maggior parte dei giocatori cercando di proseguire nel solco di quella continuità dimostrata più e più volte nelle ultime stagioni.

Milano, invece, ripartirà anche da Amedeo Della Valle, annunciato ufficialmente nel Media Day di fine stagione da parte del presidente Proli. Rumors più o meno affidabili di mercato danno per già fatta la quasi totalità del roster dell’Olimpia per la prossima stagione: tante saranno le conferme, con tasselli mirati che avranno l’obiettivo di rendere Milano ancor più favorita per lo Scudetto numero 29 e in grado di recitare un ruolo da protagonista in Eurolega.

«In Europa dobbiamo essere competitivi con tutti e guadagnarci continuamente il rispetto che abbiamo meritato anche in questa stagione». Simone Pianigiani è chiaro nel tracciare la strada: l’obiettivo europeo, nella prossima stagione, di Milano sarà quello di giocarsi per davvero le sue fiches in chiave qualificazione ai playoff fino in fondo, per abituarsi ad assaporare l’aria rarefatta che si respira quando ci si avvicina al sogno della Final Four.

Sarebbe il ritorno tra quelle Top 8 di Eurolega da cui Milano manca dal 2014, un’ideale chiusura del cerchio di un quinquennio altalenante ma da cui l’Olimpia può dimostrare di avere imparato le sue lezioni, costruendo la squadra con meno ansia da rivoluzione e maggiore voglia di continuare nel segno della continuità, condizione essenziale per conquistare quel repeat che manca da più di 30 anni nella capitale lombarda e che avvicinerebbe Milano alla storica terza stella evocata da Pianigiani.

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