Basket, Phil Handy a Sky: "I giocatori in Europa maturano prima rispetto agli USA"
BasketL'assistente allenatore NBA Phil Handy era presente al PalaTaliercio di Venezia per seguire la Reyer del suo amico Neven Spahija, allenatore della squadra di casa. L'attuale membro dello staff dei Dallas Mavericks ha parlato in esclusiva con Sky Sport delle differenze tra lo sviluppo dei giocatori in Europa e negli Stati Uniti, elogiando il percorso di sviluppo del nostro continente
Al PalaTaliercio di Venezia non era presente solo coach Kenny Atkinson, allenatore dei Cleveland Cavaliers, ma anche Phil Handy. L’assistente allenatore in forza ai Dallas Mavericks nell’ultima stagione, e con un passato tra Cleveland, Toronto e Los Angeles Lakers specialmente con LeBron James, ha parlato in esclusiva con Gaia Accoto per Sky Sport spiegando quali differenze ci siano tra lo sviluppo dei giocatori (l’area del coaching in cui è ritenuto uno dei migliori in NBA) in Europa e negli Stati Uniti. "I giocatori europei maturano prima. Hanno la possibilità di giocare contro professionisti fin da giovanissimi. Quando a 16 o 17 anni affronti uomini adulti, impari il gioco molto più velocemente. Inoltre qui il basket è costruito maggiormente sul concetto di squadra". Ecco tutte le parole del coach, arrivato in Italia anche per assistere a una partita dell’amico Neven Spahija, allenatore di Venezia.
Approfondimento
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Coach, prima di tutto grazie per essere qui. Le è piaciuta la partita? Ha scelto proprio una gran gara, molto intensa.
"Amo il basket, quindi poter attraversare il mondo e venire a vedere una gara di playoff qui in Italia, con un’atmosfera del genere, è stato incredibile".
L'abbiamo vista parlare con coach Neven Spahija. Le va di raccontarci qualcosa del vostro rapporto?
"Io e coach Neven ci conosciamo da tanto tempo. Ovviamente ha allenato per molti anni in NBA e nel tempo abbiamo costruito un ottimo rapporto. Ci siamo affrontati tante volte da avversari, ma ogni volta c’è sempre stato grande rispetto. Andavamo a cena insieme, ci siamo fatti tante risate. A dire la verità avevo dimenticato che allenasse qui; quando l’ho scoperto ho detto subito: ‘Devo assolutamente andare alla partita’. È un amico di lunga data, un rivale di lunga data, ma soprattutto una persona per cui nutro enorme rispetto per tutto ciò che ha dato al basket".
Qual è secondo te la sua qualità migliore?
"È un grande comunicatore. Sa comunicare molto bene e capisce i suoi giocatori. Sa responsabilizzarli e dare loro fiducia. Questa è una delle cose che fa meglio, e i giocatori lo percepiscono. Si sentono bene grazie a questo. Nei playoff diciamo sempre: ‘Mai troppo in alto, mai troppo in basso’. Quando arrivi a questo punto della stagione, tutto il lavoro è già stato fatto. Hai preparato ogni dettaglio. Quindi non c’è motivo di essere nervosi. È il momento di scendere in campo e fare il proprio lavoro. E stasera hanno fatto davvero un ottimo lavoro".
C'è stato qualche giocatore che ti ha colpito particolarmente questa sera?
"Ho visto tanti giocatori che conosco già. Ho allenato Kyle Wiltjer in passato. Ho affrontato Denzel Valentine da avversario. Conosco Ky Bowman, RJ Cole e tanti altri. Ora poterli vedere da vicino mentre continuano la loro carriera è bellissimo. Il basket è un cerchio che si chiude continuamente. È una comunità molto piccola. L’atmosfera di stasera è stata fantastica".
A proposito di piccola comunità: cosa ne pensa del progetto NBA Europe?
"Mi piace molto. Penso che la cultura europea del basket e quella NBA possano integrarsi perfettamente, prendendo il meglio di entrambe. Sarà interessante vedere come verranno unite, ma credo che sarà qualcosa di molto positivo per il basket. I migliori tifosi del mondo sono qui in Europa. Molti dicono che i migliori giocatori del mondo siano in NBA. Quindi perché non unire queste due realtà? Penso che sarà una grande collaborazione e permetterà al mondo di vedere il basket da una prospettiva diversa. Sono molto entusiasta".
Cosa crede che l’Europa faccia particolarmente bene nello sviluppo dei talenti?
"Credo che i giocatori europei maturino prima. Hanno la possibilità di giocare contro professionisti fin da giovanissimi. Quando a 16 o 17 anni affronti uomini adulti, impari il gioco molto più velocemente. Inoltre qui il basket è costruito maggiormente sul concetto di squadra, sul movimento di palla, sull’intelligenza cestistica e sulla comprensione del gioco. Negli Stati Uniti, a livello giovanile, c’è spesso più enfasi sul talento individuale. I giocatori europei arrivano in NBA già abituati al basket di squadra e quindi si inseriscono molto bene. Se hai talento individuale e sai giocare per la squadra, in NBA puoi davvero prosperare. Ecco perché giocatori come Jokic, Wembanyama, Doncic e tanti altri europei hanno avuto così tanto successo".
Oggi molti giovani europei scelgono di andare negli Stati Uniti per giocare in NCAA. Pensa che questo possa limitare la loro crescita rispetto alla scelta di giocare già a livello professionistico in Europa?
"Penso che molti ragazzi europei siano affascinati dagli Stati Uniti e dalla NBA. Oggi inoltre nel college basketball si possono guadagnare cifre importanti. Quindi l’opportunità è doppia: puoi andare all’università e allo stesso tempo essere pagato. Inoltre sei un passo più vicino al tuo sogno NBA. Per questo non mi sorprende che sempre più giovani europei scelgano il college americano: offre visibilità e avvicina al massimo livello".
Parliamo di Victor Wembanyama. Si aspettava una maturità del genere così presto durante i playoff?
"Sì, lo seguivo già quando giocava in Francia. Si vedeva chiaramente. Prima di tutto ha una passione incredibile per il basket. Io dico sempre che quando ami il gioco a quel livello, hai già una base enorme per avere successo. Oltre alla passione, possiede abilità straordinarie e una struttura fisica unica. Sta già cambiando il basket. L’anno scorso dicevo a tutti che la NBA aveva ancora due anni prima che Wembanyama prendesse il controllo della lega. In realtà è arrivato un anno prima. Ha ancora molto da migliorare, ma la sua capacità di guidare una squadra e cambiare nuovamente la cultura degli Spurs è impressionante".
Ultima domanda, promesso: Cooper Flagg?
"Talento fenomenale. Cooper Flagg è un altro giocatore generazionale. Ha la capacità di diventare uno di quei giocatori che cambiano il gioco. È alto circa 2 metri e 8, può giocare in più ruoli e il suo potenziale è enorme. Credo che nei prossimi cinque anni diventerà uno dei giocatori più influenti della lega, sulla scia di Wembanyama. Un playmaker di 2 metri e 8 che può fare tutto: il suo impatto può essere straordinario".