Diego agguanta i 60. Genio fragile, fuori categoria

Calcio
Giorgio Porrà

Giorgio Porrà

I sessanta di Maradona. Il genio fragile, fuori categoria, sempre, nell’enormità delle imprese e nel fragore delle cadute, nella prepotenza del talento e nel caos infinito delle tante contraddizioni. I sessanta di chi insiste nell’esposizione sacra del corpo, del mito, anche sedendo su panchine scomode, come le cause abbracciate in carriera, incendiando ovunque le corde del sentimento popolare

MORTO DIEGO ARMANDO MARADONA: LE NEWS IN DIRETTA

Maradona resta Maradona, il Caravaggio del Novecento, l’incanto, lo sberleffo, il peccato, anche se trionfi e tonfi, spalmati su una vita esagerata, hanno finito per lasciare il segno sulla corazza del più grande, anche tra i campioni tormentati.

Il barrio

Quello di Villa Fiorito, provincia di Baires. La Nazareth del Pibe, lì si è rivelato, è cresciuto, da lì, in un certo senso, mai se ne è andato. Il Maradona del barrio costruiva e vendeva aquiloni. E soprattutto allenava selvaggiamente il sinistro, ne colse subito l’arrogante differenza. Diego giocava, creava, sulle sponde di un fiume, su spianate d’acqua e fango, rese durissime dal sole. Nella vita, giurano da quelle parti, a tutto potrai sopravvivere, se alleni in quel modo, su quei terreni, la resistenza alla fatica, agli urti, ai deragliamenti. Il Maradona di Paolo Sorrentino, che in quella scena cult seduce la pallina da tennis, la soggioga, la piega alla sua volontà, è lo stesso Diego che si temprava nel barrio. L’adipe in eccesso, il peso degli anni, dei vizi, restano dettagli, a contare è l’anima, la sua luce. Nella sequenza di “Youth” quel mancino benedetto illumina un Maradona fuorimisura, ansimante, goffo. Ma incrollabile, come il sessantenne di oggi, arrampicatosi lassù trattando le sue mille sventure come quella pallina, rispedendole lontane, in orbita, grazie ai poteri immortali di quel sinistro divino. “Si diventa giovani a sessant’anni – diceva Pablo Picasso-. Sfortunatamente, è troppo tardi”. I sessanta di Maradona. Tra le divinità da stadio, per distacco, la più venerata. A Napoli, in Argentina, ovunque il calcio insista nel far rima con stupore. I sessanta di chi ha fatto e disfatto, trionfato e fallito, di chi più volte è morto e risorto, riaffiorando ciclicamente dalle proprie ceneri. Sempre sospinto, e salvato, da quella ultraterrena genialità.  

I sessanta del Pibe

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Di chi dava ordini alla palla, mai al corpo. Di chi dribblava chiunque, meno gli eccessi. Di chi anche nel fango produceva splendori. Di chi con l’ingegno, con l’inganno, sublimi allo stesso modo, tutto ha vinto, ma anche pagato, facendo della sua vita il più intenso, succoso dei reality, con la cocaina a fare da linea spartiacque tra abisso e paradiso. I sessanta di chi, per gioia, per noia, per spegnere il dolore, per dimenticare, farsi dimenticare, tutto ha annusato, provato, divorato. Più volte, anche se stesso.

Maradona anche a sessant’anni, cavalcando le iperboli, resta l’Assoluto, il Re plebeo, il più umano degli dei, lui, che ai tempi, attaccò persino il Vaticano, le sue gerarchie, nelle roventi battaglie, oltre a quelle col fisco, contro i colletti bianchi, i potentati economici, dalla Fifa alle multinazionali, con il tempo spesso a dargli ragione, vedi il rovinoso crollo dell’impero Blatter e altri scandali assortiti. I tanti conflitti extracampo dell’eterno disobbediente, dell’idolo eversivo, del fantasista barricadero, e via guerreggiando, ecco, nella contabilità dei talenti maradoniani, e sono tanti, merita la citazione anche questo, il quasi infallibile intuito profetico.      

 

Diego agguanta i 60 restando aldilà, tra le cose sovrumane, e quindi entità ingiudicabile, con la memoria a palleggiarsi golosa flash memorabili, cento volte più potenti di quelli attuali. Perché El Diez resta fanatismo condiviso, devozione tramandata. E il ricordo di quello che è stato non tollera oltraggi, neppure quelli da lui consumati. S’impone su tutto la fantasia accesa dall’artista che sollevava la storia, schiantava in solitudine Nazionali intere, s’impadroniva di scudetti rivoluzionari. Il campione senza limiti, tutto quello che faceva sul campo, per dirla alla Valdano, che col Pibe condivise l’Olimpo, era perfettamente irragionevole. Da allora, da quegli attimi irripetibili, Maradona attraversa ogni compleanno profumando di santità.

Perché il Diez resta fanatismo condiviso, tradizione tramandata nello sfavillante immaginario che lo riguarda il presente fatica a trovare posto, la narrazione del Maradona odierno, così distante, in tutto, dall’epica di un tempo, in alcuni passaggi ha snidato il ricordo dell’ultimo, declinante Buffalo Bill, che all’età di Diego sparava a salve nei suoi pallidi show in provincia. Quindi conta poco, anzi nulla, che il Diego in panchina, sul piano dell’attitudine al prodigio, non abbia molto da spartire con quello che affrescava sull’erba. Lo certifica anche la sequenza delle esperienze più fresche, l’attuale nel Gimnasia la Plata, la precedente nella B messicana, con i Dorados, come i pesci che da piccolo pescava con suo padre, con certe devastanti malinconie ad aggredirlo di continuo, al punto da far diffondere le note di “O Surdato Innamorato” sul pullman della squadra in viaggio. Certo, Maradona sempre, fedele al personaggio, e connessi cliché, e dunque imprevedibile e ringhiante, lacrimante e passionale, ma ormai, in un altro ruolo, in un altro corpo, in difficoltà nell’autografare i sogni di chi non smette di sommergerlo d’affetto, d’amore, in dosi infinitamente superiori a quelle che Diego ha riservato per se stesso.      

Sessanta Maradona, ottanta Pelè

L’istrione sregolato, il professionista puro. Colossi distanti, ad unirli solo lo zodiaco, stesso segno, Scorpione. E assieme a loro il mondo invecchia, insistendo nel dividersi su chi meriti di stare in cima, costringendo gli altri, eroi moderni compresi, a sgomitare ai piedi del podio. Forse è arrivato il tempo di cambiare gioco, prospettiva, di chiudere qui la disputa divenuta filosofica, lo scontro tra Chiese opposte, l’esasperante dualismo finito anche nelle canzoni. Il tempo di sistemarli entrambi sul trono, fondendoli assieme, sommandone le titaniche differenze. Perchè mixando Maradona e Pelè, il santo peccatore e l’ascetica pantera, il divino scorfano e l’atleta perfetto, si centrerebbe l’utopia, la creazione di qualcosa di davvero ineguagliabile, il superuomo in costante superamento dei confini della logica, sospeso per aria come un trapezista, il Pelè sovrastante Burgnich nel Mondiale ’70, e in grado di attraversare, come un’ombra invisibile, i corpi altrui, il demoniaco Maradona di Messico’86. E finalmente si azzererebbe il dibattito attorno alle loro lontananze caratteriali, Maradona uomo contro, refrattario a ipocrisie, perbenismi, ideologicamente irrequieto, contradditorio, col Che e Castro tatuati addosso, pronto ad allearsi con qualunque rivoltoso. Pelè uomo immagine, di se, del football di ogni epoca, mai sfuocato, sempre impeccabile, nella gestione della leggenda, del business, nelle amicizie influenti, nelle relazioni istituzionali. Insomma, chissà, magari affiancandoli lassù, in un formidabile concentrato di grazia e potenza, celebrandone l’identica, smisurata grandezza, a poco a poco perderebbe peso, smalto il grande interrogativo destinato a restare inevaso, chi è stato il migliore? Con un solo problema, a naso di complicata risoluzione. Invitare Maradona e Pelè a condividere la stessa nuvola. A dimenticare decenni di pepate scaramucce a distanza, al di là di certe affettuosità a favore di telecamera.    

Maradona e Messi

Più recentemente si è acceso il dualismo tra Maradona e Messi. Diego e Leo, pulci agli antipodi, in comune solo statura e nazionalità, aldilà dei coast to coast in fotocopia, anche se in contesti molto diversi, e dell’esperienza nel Mondiale 2010, con Maradona ct, che s’interruppe rovinosamente ai quarti. Pulci sacre e divisive, soprattutto in patria. Messi è un poster, Maradona una bandiera, urla l’Argentina più poetica, sciovinista, e si assottiglia il tempo utile per Leo per equilibrare il giudizio, per trasferire la sua storia, ammesso che gli interessi, nella stessa dimensione mistica del Pibe, a dispetto di titoli in quantità, Palloni d’Oro e considerazione planetaria. Voragini a separarli. Maradona uomo squadra, anzi, lui stesso “squadra”, spirito e corpo, nel Napoli, in Nazionale, ovunque identificazione totale, i compagni come fratelli, il gol mai un’ossessione, l’istinto incendiato dal furore creativo, dall’impeto del tupamaro in missione. Messi supremo realizzatore, piedi come magneti, attratti dall’area, dal numero nello stretto, dal guizzo unico, clamoroso, ma col respiro collettivo ad esaltarne la tecnica in velocità, ad indirizzarne l’ispirazione, a definirne la leadership, quella che a Leo non è bastata per evitare i recenti, squassanti terremoti all’interno del Barca, la famiglia divenuta prigione.   

 

Maradona a sessant’anni resta icona popolare, sentimentalmente inarrivabile, il Masaniello che si è dato, è stato usato, dall’establishment liquidato, l’outsider di successo che non poteva, o doveva, essere un esempio. E poi, lo sappiamo, fosse stato un virtuoso, il mito, la sua diffusione, ne avrebbe gravemente sofferto. Leo a 33, il fuoriclasse che insiste nel limitare al gol, montagne di gol, il suo mandato, segna, fa sognare, risplendere il brand, ovunque vendibile, ci fa godere del privilegio di essergli contemporanei, ma resta Messi, l’uomo dei record, non assimilabile al Messia, fondatore della più esplosiva tra le religioni pagane, tra parabole miracolose, mano de Dios e fucilate a giornalisti miscredenti.   

Il rapporto con Napoli

Esiste almeno una certezza, questa sì, granitica, nell’inquieto vagabondaggio dell’ultima rockstar. Riguarda le radici. Le sue affondano, da sempre, e per sempre, nelle viscere di Napoli. E più il tempo passa, più il vincolo sembra misteriosamente rafforzarsi, a conferma del rapporto ancestrale che lega Maradona ai napoletani.

Del resto non esiste altro luogo in grado di restituire al meglio il senso poetico di Diego, di spiegare a quali quote può spingersi la devozione di un popolo nei confronti di chi l’ha reso consapevole della propria unicità. A dispetto di quegli eretici, pochi, per fortuna, che vorrebbero inserire anche il culto del Pibe, tra gli stereotipi, i luoghi comuni, tra le dipendenze di cui liberarsi.   

 

La verità è che Diego tocca i 60, e come accade ad ogni ricorrenza, celebrando lui celebriamo Napoli, lasciando tutto il resto sullo sfondo, come se la Maradoneide solo di quello si fosse nutrita, e continuasse a farlo, della romanzesca intensità della loro straordinaria relazione. 

UDD

Appuntamento da non perdere con "L'Uomo della Domenica, Maradona 60" venerdì 30 ottobre alle 13.30, 18.15 ed a mezzanotte su Sky Sport Uno; alle 14.00, 20.00 e 23.30 su Sky Sport Serie A all'interno della giornata che il canale dedicherà interamente a Diego Armando Maradona. E ancora: sabato 31 ottobre alle 13.00 su Sky Sport Uno, alle 13.20 su Sky Sport Serie A e alle 15.00 su Sky Sport Arena. Domenica 1 novembre alle 13.00 su Sky Sport Serie A, alle 16.00 e alle 00.30 su Sky Sport Uno, alle 17.30 su Sky Sport Arena e alle 22.45 su Sky Sport Football. Disponibile on demand e su Sky Go.

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