Adriano, l’Inter e la sua storia: "La morte di papà la fine, avevo un buco nell’anima"

la lettera
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L’ex attaccante di Inter, Fiorentina e Parma ripercorre la sua carriera con una lunga ed emozionante lettera al "The Players Tribune". Raccontando gli inizi, quella meravigliosa punizione nell’amichevole estiva contro il Real Madrid, il rapporto con la nonna, con l’Inter: "Il miglior club in cui abbia giocato" e con il presidente Moratti. La nascita del mito dell’Imperatore, fino al buco nero dovuto alla morte del papà

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La verità, senza filtri. Adriano la presenta così su The Players Tribune. Una lettera imperdibile, scritta davvero a cuore aperto per ripercorrere i suoi inizi, i rapporti con le persone importanti della sua vita (la nonna, il presidente Moratti), l’Inter e il Flamengo. E le cose che in tanti nel corso degli anni hanno anche solo provato a immaginare sul suo conto. Dopo aver ricordato gli inizi e che fu convocato per la prima volta per la Selecao quando aveva solo 18 anni ("tutto è cominciato rapidamente"), l'attaccante che oggi ha 39 anni parla anche della sua esperienza in Italia e definisce l'Inter "il miglior club in cui abbia giocato".

Quella punizione al Bernabeu

Inevitabile raccontare l’inizio con l’Inter. Quello che tanti nerazzurri ancora ricordano. "Appena arrivato in Italia – scrive – non avevo bene idea di cosa stava succedendo. Guardavo i miei compagni e pensavo: ‘Seedorf. Ronaldo. Zanetti. Toldo. Cavolo’. Era ovvio che fossi in soggezione, no? Seedorf camminava per lo spogliatoio senza maglietta - aveva il 7% di grasso corporeo! Rispetto!". E quella punizione al Real Madrid, come andò? "Non dimenticherò mai quando stavamo giocando un’amichevole contro il Real Madrid al Bernabeu, e sono entrato dalla panchina. Guadagniamo una punizione dal limite dell’area e io mi avvicino al pallone. Ma sì, perché no?! Beh, indovinate chi c’era dietro di me a dirmi: ‘No, no, no. La batto io’. Materazzi! Potevo a malapena capire che mi stava dicendo, perché ancora non parlavo italiano. Ma ho capito che gli rodeva. La voleva battere lui. Poi è intervenuto Seedorf e ha detto: ‘No, lascia tirare il ragazzino’. Nessuno discute con Seedorf. Quindi Materazzi si è fatto da parte e la cosa divertente è che se guardate il video, potete vedere Materazzi con le mani sui fianchi che pensa: Questo ragazzino sicuro la manda in curva! La gente mi chiede tutto il tempo di quel calcio di punizione. Come hai fatto a calciare il pallone così forte? E io gli rispondo: "Sai che non lo so? L’ho colpita di sinistro e Dio ha fatto il resto!"

"Quando Moratti affittò un bus per 44 miei familiari"

Un altro rapporto fondamentale per lui, quello con il presidente Massimo Moratti: “Non parlerò mai male di lui perché a lui importava in primis di me come uomo. Una volta affittò per me un bus affinché 44 miei familiari facessero un giro per l'Italia. Non posso dimenticarlo. Vi immaginate 44 brasiliani in gita in Italia? Uno spettacolo, è stata una festa”. 

Adriano e Moratti (Ansa)

La morte del papà

Quando torna in Italia, il brasiliano riceve sempre la stessa domanda: “Perché hai lasciato il calcio? Perché te ne sei andato?”. Lui la spiega così: "Certe volte penso di essere, uno dei calciatori più incompresi del mondo. La gente non riesce davvero a capire quello che mi è successo. Nel giro di nove giorni, sono passato dal giorno più felice della mia vita al giorno più brutto". Era tornato da poco in Europa con l’Inter, e riceve una telefonata: "Mi dicono che mio padre è morto. Un infarto. Da quel giorno, il mio amore per il calcio non è stato più lo stesso. Amavo il calcio, perché lo amava lui. Tutto qui. Era il mio destino. Quando giocavo a calcio, giocavo per la mia famiglia. Ero in Italia, dall’altra parte dell’Oceano, lontano dalla mia famiglia e non ce l’ho fatta. Sono caduto in depressione. Ho iniziato a bere tanto. Non avevo voglia di allenarmi. L’Inter non c’entra niente. Io volevo solo andare a casa. Se devo essere onesto, anche se ho segnato tanti gol in Serie A in quegli anni, anche se i tifosi mi amavano davvero, la mia gioia era svanita. Era mio padre, capite? Non bastava spingere un bottone per tornare me stesso". Poi fa un paragone: "Quando mi sono rotto il tendine d’Achille nel 2011 sapevo che per me fisicamente era finita. Puoi operarti, fare riabilitazione e provare ad andare avanti, ma non sarai mai più lo stesso. Avevo perso esplosività. Ho ancora un buco nella caviglia. Quando mio padre è morto è stata la stessa cosa. Solo che la cicatrice era dentro di me. 'Che è successo ad Adriano?' Semplice, ho un buco nella caviglia e uno nell’anima".

Adriano (Ansa)

I problemi con Mourinho e il Flamengo

Nel 2008 all'Inter c'era Mourinho: "La situazione era diventata insostenibile. I giornalisti mi seguivano ovunque e con lui era tutto un 'che c... vuoi f... vero?'. Ho detto Oh Signore. Portami via da qui. Non ho resistito. Mi hanno convocato in nazionale e prima di partire Mourinho mi dice: 'Non torni più, vero?'. Gli ho detto: 'Già lo sai!'. Biglietto solo andata". Il presidente Moratti “mi fece andar via da Milano in pace”. Ecco quindi il Flamengo "con cui ho vinto quasi tutto. Io non ero più lo stesso dopo aver perso mio padre, ma in quella stagione almeno mi sono sentito nuovamente a casa e ho provato di nuovo l'allegria. Sono tornato a essere Adriano, il ragazzino della favela toccato dalla mano di Dio".

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