Roma, il segreto di Di Francesco: il rapporto coi giocatori. Su Twitter: "Rispetto per tutti, non timore"

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Fabrizio Moretto

La chiave del successo dell'allenatore è nella forza del gruppo. Una missione riuscita grazie ai confronti tu per tu con ogni singolo elemento dalla squadra, tra spirito di adattamento e voglia di rivalsa a chi lo definiva "un integralista zemaniano"

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"La mia più grande vittoria è stata entrare nella testa dei giocatori". Parole e musica di Eusebio Di Francesco che in cinque mesi ha compiuto un piccolo capolavoro sebbene nella capitale, si sa, è fondamentale mantenere i piedi per terra. 10 vittorie in 13 partite di campionato e un primo posto nel girone più complicato della Champions, risultati arrivati grazie a un lavoro mentale che in tanti, prima dell'allenatore abruzzese, avevano provato ad approcciare ma che quasi nessuno era riuscito a compiere. Di Francesco invece ce l'ha fatta, trattando ogni singolo elemento come importante e vitale per la squadra, ma adottando con ognuno un metodo diverso. Al suo arrivo infatti non era mancati i mugugni; alcuni giocatori nutrivano remore per via dei nuovi metodi di allenamento e delle nuovi posizioni in campo. Il mister ha così deciso di parlare faccia a faccia con ognuno di loro, creando dei rapporti personali e trascinandoli nel suo credo tattico, mettendosi sul loro stesso piano e mai ergendosi a sergente di ferro. 

Le paure della linea difensiva

Le prime difficoltà che Di Francesco ha dovuto superare sono stati i timori della difesa. Titubanze create anche dalla nomea di 'Zemaniano' che l'allenatore si trascinava fin dai tempi di Sassuolo e che, unite a un suo presunto integralismo, avevano creato l'aspettativa di una Roma che avrebbe segnato e allo stesso tempo subito un'ingente quantità di reti. Di Francesco ha chiesto sin dall'inizio ai suoi difensori di mantenere sempre una linea alta, quasi nei pressi della linea di centrocampo, un concetto di gioco troppo rischioso secondo la coppia di centrali Manolas-Fazio, in particolare per le caratteristiche fisiche dell'argentino che non fanno certamente della velocità il suo punto di forza. Il centrale greco era arrivato invece al punto di chiudere le valigie e partire per la Russia, destinazione San Pietroburgo, salvo poi fare dietrofront e restare nella capitale, con tanto di rinnovo firmato nei giorni scorsi. Paure di un precario equilibrio difensivo che sono pian piano scivolate via dopo le prime partite, con la Roma che ad oggi registra la miglior retroguardia del campionato (10 gol subiti), insieme a Inter e Napoli, e una delle migliori d'Europa. 

L'arretramento di Nainggolan

Lo snodo principale affrontato da Di Francesco è stato invece Radja Nainggolan. Il belga era reduce dalla miglior stagione della sua carriera, contraddistinta da 11 reti (14 considerando le coppe) e disputata principalmente nella posizione di trequartista, un ruolo che al ninja giallorosso era entrato ormai a cuore, come aveva lui stesso confermato. Al suo arrivo invece, l'allenatore ex Sassuolo aveva subito fatto intendere che avrebbe riportato il belga nel ruolo originario di mezz'ala , una decisione non condivisa al 100%. La sua poca presenza in zona gol nelle prime giornate aveva contribuito ad alimentare i dubbi e le critiche per aver ridimensionato il valore del calciatore probabilmente più forte della rosa giallorossa. Col passare del tempo si è giunti a una sorta di punto d'incontro, con Nainggolan più libero di muoversi per il campo rispetto a una tradizionale mezz'ala. Sono così arrivati i primi gol, i primi assist ed è soprattutto aumentata l'efficacia in attacco del belga, grazie a un lavoro di pressing decisivo per l'intera manovra offensiva.

Il confronto con Dzeko e l'adattamento di El Shaarawy

Dello spostamento arretrato di Nainggolan si era lamentato anche Edin Dzeko, in particolare dopo essere rimasto orfano in estate dalla partenza di Salah. Il calciatore in grado di diventare capocannoniere della Serie A e dell'Europa League sembrava a un certo punto sparito nel nulla, un'insofferenza che era stata dichiarata a cielo aperto dopo lo 0-0 interno contro l'Atletico Madrid. "Sono troppo solo in avanti e tocco troppi pochi palloni" dichiarava allarmato il bosniaco che poi qualche ora dopo provava a correggere il tiro: "Non era una critica a Di Francesco la mia, ma avrei voluto fare di più. Con i suoi insegnamenti andremo lontano". Forse una frase di circostanza, di sicuro una bella previsione visto che da quel momento in poi la media realizzativa della Roma, e nel complesso tutto il gioco offensivo, è stata in costante miglioramento. Merito anche della crescita degli esterni e in particolare di El Shaarawy che ha mostrato un volto nuovo rispetto a quello Spallettiano ammirato nelle precedenti stagioni. La versione 2.0 del faraone è molto più dedita al sacrificio, attitudine necessaria se alle spalle si hanno esterni offensivi come Florenzi o Bruno Peres. Sì, parliamo di fascia destra, perché l'altra grande mossa vincente di Di Francesco è stata riuscire a convincere l'azzurro a giocare sulla fascia a lui meno consona e che aveva creato non pochi grattacapi lo scorso anno all'attuale allenatore dell'Inter. È presto per fare verdetti, ma la sensazione ormai consolidata è che questa squadra ha la possibilità di giocarsela con tutti, grazie al suo più grande punto di forza: il gruppo. E tutto ciò, va ricordato, senza poter contare ancora su Schick e Karsdorp, gli uomini simbolo della campagna acquisti giallorossa. 

Il tweet di Di Fra

"Il 24 agosto abbiamo scelto di avere rispetto ma non timore. Il 5 dicembre abbiamo festeggiato in campo, con i nostri tifosi, il primo posto. Grazie per il sostegno, è solo un passo, non accontentiamoci! Forza Roma!". Così Di Francesco su Twitter ha commentato ulteriolmente passaggio agli ottavi di Champions.

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