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24 maggio 2019

Milan-Steaua 4-0, com'era andata la finale di Coppa dei Campioni

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Come giocava il Milan di Sacchi e come ha fatto a dominare la Steaua nella finale di Coppa dei Campioni di 30 anni fa

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Poche squadre hanno segnato la memoria degli appassionati di calcio quanto il Milan di Sacchi, e in particolare la versione che ha alzato la Coppa dei Campioni trent’anni fa. La vittoria in semifinale per 5-0 contro il Real Madrid va considerata come la partita della consapevolezza della forza di questo Milan; mentre la vittoria contro la Steaua, nella cornice di in un Camp Nou gremito di milanisti, è quella del trionfo. La vittoria di un gruppo dall’immenso talento plasmato dalla visionarietà tattica del suo allenatore. Una vittoria che apre un ciclo europeo che porterà il Milan a riscrivere la storia del calcio, vent'anni dopo l’ultima Coppa Campioni vinta con Nereo Rocco.

La vittoria per 4-0 contro la Steaua non è soltanto perentoria nel risultato, ma riempie gli occhi nella forma. Tutti i grandi talenti di quel Milan si sono espressi al meglio e i princìpi con cui Arrigo Sacchi aveva costruito la squadra hanno brillato sul palcoscenico più grande. Scrive Sacchi nel suo ultimo libro “La coppa degli immortali”, che descrive proprio la scalata di quella Coppa Campioni: «In fatto di fortuna io la penso come Seneca. Ritengo cioè che non esista. Esiste semmai un momento in cui il talento incontra una possibilità. Io credo di aver sfruttato bene le mie possibilità». Il 24 maggio del 1989 il talento del Milan aveva davanti la possibilità di aprire un ciclo e l’ha fatto nel migliori dei modi possibili.

Ricordando quella vittoria siamo portati a sminuirla per via dell’avversario. Per questo vale la pena innanzitutto tracciare un contesto. La Steaua, alla fine degli anni ‘80, era una delle grandi squadre d’Europa. Aveva vinto la Coppa dei Campioni nel 1986 e nel 1988 aveva raggiunto la semifinale. Arrivava a quella finale sulla scia del quinto titolo nazionale e di un’imbattibilità che durava da tre anni. Era una squadra esperta e di talento, che Bruno Pizzul in telecronaca descriveva come «tatticamente molto evoluta, che vanta nelle sue file alcuni elementi di notevole classe, a cominciare da Hagi, ma poi anche Lacatus e Piturca».

Il Milan era favorito alla luce del suo percorso nella competizione, ma le due squadre erano molto più vicine di quanto a noi possa sembrare. Insomma, non era una formalità battere la Steaua in finale dopo aver distrutto il Real Madrid in semifinale. C’è però una grande differenza: la Steaua era una grande squadra della sua epoca, il Milan invece sembra venire da un futuro che durante la partita ha creato davanti agli occhi degli avversari.

Al Camp Nou il Milan dimostra che rompere i paradigmi del calcio italiano non significa solo giocare un bel calcio, ma fare un calcio vincente, coniugare risultati a una proposta di gioco pensata soprattutto come la più efficace. Racconta Sacchi nel suo libro “Calcio Totale” che lesse uno stralcio dell’articolo prepartita di Gianni Brera a tutto lo spogliatoio: «Giochiamo contro i maestri del palleggio e del possesso palla, dobbiamo aspettarli e uccellarli in contropiede», chiedendo poi se quella fosse secondo loro la tattica giusta. Ad alzarsi per rispondere per primo fu Ruud Gullit: «No. Dobbiamo giocare come abbiamo sempre fatto. Li attacchiamo dal primo all’ultimo minuto, fin tanto che abbiamo energia».

Restringere il campo per controllare la partita

La vera differenza tra le due squadre, che appare ancora più evidente ai nostri occhi rivedendo la partita, è che il Milan ragiona attivamente anche senza palla, si muove come un un corpo unico, con meccanismi di scivolamento e di linea difensiva provati in allenamento fino allo sfinimento. La sera di Barcellona arrivano ad occhi chiusi. Come dice Sacchi: «Il pressing non si basa sulla corsa o sul lavoro duro. Si basa sul controllo dello spazio». Allora il modo migliore per praticarlo è restringere il più possibile il campo e di utilizzare quello che lui definisce un “pressing di squadra” invece che una pressione individuale.

Scrive Sacchi: «Volevo che la squadra difendesse aggredendo e non arretrando. Volevo che la squadra fosse padrona del gioco in casa e in trasferta. Era difficile far capire il nuovo modo di giocare, il movimento sincronizzato della squadra senza palla, avere undici giocatori con e senza palla sempre in posizione attiva. Avere una difesa attiva vuol dire che anche quando hanno la palla gli avversari tu sei padrone del gioco. Con tale pressione li obblighi a giocare a velocità, a ritmi e intensità tali per cui non essendo abituati vanno in difficoltà».

Per la finale non gioca Evani titolare, perché non ancora al meglio dopo un infortunio in allenamento prima della semifinale contro il Real Madrid; è convocato, ma sostituito nell’undici da Ancelotti, in campo anche contro il Real Madrid. Rijkaard gioca a centrocampo, mentre in difesa c'è quella che poi diventerà l’iconica linea a 4 che viene composta da Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini. Colombo e Donadoni completano il centrocampo, con Gullit e van Basten come coppia d’attacco.

Le posizioni in campo sono però più fluide di quanto possa sembrare, con combinazioni e movimenti in verticale che coinvolgono giocatori abituati quindi a scambiarsi di posizione e ad abbandonare la propria linea senza problemi se serve per accompagnare la manovra. Non esiste la visione dogmatica del 4-4-2 in cui ognuno occupa la sua porzione di campo facendo compiti prestabiliti.
 

In quest’azione in cui Baresi anticipa un lancio della Steaua, la palla finisce a Donadoni, che si trova a centrocampo. Appena stoppa la palla il numero 7, Rijkaard si lancia in avanti per attaccare lo spazio davanti a sé che Van Basten ha lasciato libero per ricevere spalle alla porta sulla trequarti e poi servire proprio il numero 8 arrivato in area.

Per Sacchi gli attaccanti sono i primi difensori e devono sempre muoversi almeno per schermare palla e difendere la squadra che viene in avanti. Non c’è la pressione altissima con cui immaginiamo oggi quel Milan, la Steaua può far circolare il pallone dietro, quando però il passaggio arriva sulla fascia con una giocata ritenuta critica, allora il Milan si alza in un pressing combinato di almeno tre uomini, recuperando il pallone o comunque forzando il passaggio veloce.

La Steaua allora prova a lanciare direttamente per l’attaccante Lacatus, che però è esposto al fuorigioco della linea del Milan, che sale immediatamente sul lancio. Va ricordato che all’epoca i giocatori in fuorigioco che oggi chiamiamo “passivo” contavano invece nel tracciare la linea d’attacco: chiunque quindi si trovasse davanti era in fuorigioco. La linea difensiva guidata da Franco Baresi si muove allora in funzione della posizione della palla e non degli uomini, per individuare l’attimo propizio a esercitare la trappola del fuorigioco con la salita contemporanea di tutti e quattro gli uomini. Con un’esecuzione perfetta della linea difensiva il Milan può quindi scegliere a piacimento la grandezza del campo di gioco quando la palla è della Steaua.

Sempre a proposito della fluidità della squadra, la particolarità di quel Milan è che ci immaginiamo sempre Donadoni come l’ala del 4-4-2, ma in realtà quando il Milan aveva la palla il bergamasco si muoveva sulla trequarti finendo per formare un rombo, portando Ancelotti a giocare nel mezzo spazio di sinistra (così da lasciare comunque il campo alla salita di Maldini lungo la fascia). Era quindi Ancelotti che spesso finiva per allargarsi sulla fascia sinistra anche in caso di perdita del pallone. Sacchi nei suoi appunti della partita ha sistemato il Milan con un 4-3-1-2 con Donadoni sulla trequarti e non con un 4-4-2 in linea. Ovviamente parliamo di una formazione molto fluida, in cui la posizione di Donadoni cambia continuamente tra esterno e trequarti, con Ancelotti ad adattarsi di conseguenza.

Proprio la posizione larga di Ancelotti è il punto in cui l’allenatore Iordanescu sembra aver deciso di attaccare il Milan, mettendo lì a ricevere la sua stella Hagi. La tattica ha un senso, Hagi nel mezzo spazio di sinistra costringe in teoria Ancelotti a marcarlo quasi a uomo o rischia di farlo ricevere sempre con spazio. Quel Milan però ha una velocità nelle esecuzione e una coesione tale da riuscire a ruotare come blocco unico e a negare lo spazio che Iordanescu così disperatamente cerca per il sul numero 10.
 

Lancio dalla difesa per Hagi, che si allarga per ricevere libero, lo segue subito Ancelotti, intervenendo in copertura dopo lo stop del numero 10 e fermando quindi sul nascere l’azione offensiva.

Quello in campo non è il calcio che vuole la Steaua, che preferirebbe ritmi più bassi. È invece l’habitat perfetto per il Milan, che su ogni intercetto a centrocampo può verticalizzare per gli attaccanti. La difesa è altissima per restringere il campo di gioco e per aiutare il recupero immediato, il Milan è tutto racchiuso in pochi metri per avere l’azione combinata di pressing e fuorigioco. La prima azione manovrata nasce ad esempio da un intervento del difensore centrale Costacurta a centrocampo, che può immediatamente verticalizzare contro una fase di transizione difensiva macchinosa della Steaua e portare quindi al primo tiro con Donadoni dopo 4 minuti di gioco (che però esce di tanto). Lo stesso Donadoni con un suo tiro da fuori area pochi minuti dopo crea la prima occasione da gol della partita, costringendo il portiere Lung a buttarsi per parare, una conclusione importantissima perché sblocca mentalmente il Milan, poco lucido nei minuti iniziali con la palla.

Come detto da Sacchi ai giocatori negli spogliatoi prima della partita: «Se giochiamo in trenta metri nessuna squadra ci può battere, siamo davvero invincibili. Dobbiamo solo stare corti e vinceremo la partita.» E la squadra in campo è compatta anche con la palla, racchiusa tutta nella metà campo dello Steaua in fase di attacco posizionale se i primi scambi non hanno portato il pallone in area.

Le azioni offensive del Milan sgorgano con continuità, spesso da un recupero del pallone a centrocampo, e poi si sviluppano o con un’apertura sull’esterno da parte di chi recupera palla o direttamente per una verticalizzazione immediata, un gioco dinamico e verticale che prevede la salita in blocco di tutto il fronte offensivo con le due punte. La Steaua si trova davanti un fronte offensivo che occupa in ampiezza tutto il campo ed è in grado di trovare a piacimento la profondità con la migliore coppia d’attacco al mondo al ricevere. Quando al minuto 16 con due passaggi in verticale il Milan passa dalla sua difesa a trovare Gullit in area di rigore per un tiro che prende il palo in pieno, la Steaua deve ancora fare un tiro. Due minuti dopo il palo di Gullit arriva il gol che finalmente sblocca la gara.

Il Milan di fatto chiude la finale già nel primo tempo: segna un gol ogni dieci minuti da quando Gullit la sblocca. Ovviamente l’azione nasce da un recupero del pallone a centrocampo, questa volta di Ancelotti che sale sul terzino Petrescu quando riceve palla (attaccando quindi il passaggio critico), forza il rimpallo e poi di testa serve a Rijkaard. Il Milan allarga subito il pallone sempre più a destra arrivando in tre passaggi a Tassotti, salito sulla fascia opposta al recupero del pallone. Il passaggio di Tassotti a Colombo porta l’esterno a provare un sinistro teso da fuori area, che il portiere Lung respinge soltanto. Il pallone arriva a Gullit, che questa volta non sbaglia.

Una coppia d’attacco da sogno

Non è un caso se i quattro gol con cui il Milan vince sono segnati due da Gullit e due da van Basten, come non è un caso che le reti arrivano premiando una volta uno e una volta l’altro. Un bufalo e un cigno, un calciatore totale nel pieno del suo picco psico-fisico e la massima espressione della prima punta tecnica. La partita di entrambi è perfetta tanto quanto quella della linea difensiva. E se la linea difensiva stordisce e impedisce allo Steaua di attuare il suo gioco, l’esecuzione dei due attaccanti ne liquida le speranze in pochi minuti.

Sacchi ha preparato in termini tattici degli aggiustamenti per affrontare il rivale e il principale lo pensa proprio per attaccare la difesa a zona statica degli avversari, non abituati ad affrontare una squadra dinamica come il suo Milan e soprattutto una coppia col talento dei due olandesi. Tra i suoi appunti prepartita aveva quindi scritto: «Fare molti 1-2 al limite dell’area e “uno va uno viene” perché fanno una zona molto statica e seguono tutti la profondità». Effettivamente poi in campo si nota subito come i due centrali Iovan e Bumbescu (di 28 e 29 anni) sono esperti e tosti fisicamente (entrambi sopra i 185 cm e gli 80 kg), ma troppo poco reattivi nel breve per poter leggere e reagire in tempo agli scambi di posizione di Van Basten e Gullit che giocano molto vicini. Faticano quindi a staccarsi dalla linea con decisione per poter intercettare il pattern tattico principale, che vede sempre uno fronte alla porta per dare profondità e l’altro che inizialmente parte spalle, per ricevere, appoggiarsi sull’esterno che sale e poi buttarsi in area e raggiunger il compagno. Uno su cui verticalizzare e l’altro che sarà poi il bersaglio dell’assist in area.
 

Un esempio del gioco telepatico di uno-due delle punte: van Basten riceve il pallone spalle alla porta sulla trequarti leggermente esterno su un passaggio in verticale di Tassotti. Finta di volerla passare all’esterno Colombo, che intanto sale sulla fascia chiamando a sé l’avversario. Van Basten invece si gira dalla parte opposta e trova subito in area Gullit, che intanto aveva attaccato la profondità e può ricevere allargandosi. Tempo di raggiungere il fondo con la palla da parte del numero 10 ed ecco van Basten a rimorchio che può ricevere il passaggio arretrato in area piccola.

Anche il secondo gol arriva con un recupero del pallone sulla fascia, questa volta di Tassotti che interrompe la transizione offensiva della Steaua partita da un calcio d’angolo del Milan. La sua scivolata prende la palla, che Colombo passa immediatamente a Donadoni al vertice dell’area, il numero 7 viene fermato, ma il pallone ritorna a Tassotti, che mette un cross perfetto per il colpo di testa di van Basten al limite dell’area piccola. Ancora una volta la tattica come mezzo per esaltare il talento degli interpreti.

Dieci minuti dopo arriva il terzo gol con l’ennesimo recupero del pallone, questa volta a centrocampo in situazione di 3 contro 1. Il pallone arriva a Donadoni che si muove dalla trequarti verso il mezzo spazio di sinistra lasciato libero da Ancelotti, finito a centrocampo nell’azione di recupero palla, per ricevere da solo. Il numero 7 alza la testa e deve solo scegliere quale dei due attaccanti che si trovano nei pressi dell’area servire, sceglie Gullit che si libera sul limite al centro. Stop e destro in rete. Lo Steaua deve anora fare un tiro nello specchio ed è già fuori dalla partita. 50 secondi dall’inizio del secondo tempo e un filtrante di Rijkaard trova van Basten tra i due centrali, ovviamente il numero 9 non sbaglia. Per lui è il decimo gol nell’edizione della Coppa Campioni, che chiude quindi da capocannoniere (3 reti in più di Lacatus). Un gol che trasforma il secondo tempo in una lunga attesa per la cerimonia finale.

Per la prima volta dalla vittoria del Bayern nel 1974 una finale finisce con 4 gol di scarto, e sarà fino a oggi l’ultima volta. Bastano soltanto queste parole di Sacchi per descrivere il significato di quella finale di Barcellona: «Con la Steaua abbiamo tirato 21 volte in porta. Abbiamo regalato bellezza. Abbiamo giocato meglio e abbiamo vinto. Con merito, imponendo i nostri valori».

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