Europa League, Ajax-United è più di una finale per Mourinho

Europa League

Paolo Ciarravano

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Nella notte della finale a Stoccolma la pressione sarà tutta su Mou. Community Shield e Coppa di Lega sono già in bacheca, ma lo Special One ha bisogno di questo successo. Una sconfitta e la mancata qualificazione in Champions ricorderebbero in modo impietoso che lo United ha chiuso il campionato al 6° posto. A 24 punti di distanza dal suo ex Chelsea. Oggi gara in diretta dalle 20 su Sky Sport 1

Per lui vincere non è una possibilità. E' un obbligo. Soprattutto stavolta. Nella notte di Stoccolma la pressione è tutta su di lui: José Mourinho. Quello che dal 2003 non è mai stato un anno solare senza vincere almeno un trofeo. A Old Trafford lo hanno chiamato per questo: vincere. E riportare lo United in Champions League. Obiettivo ormai possibile solo attraverso una vittoria contro l'Ajax. Successo che regalerebbe allo United l’unico trofeo che ancora manca nella sua gloriosa bacheca: l’Europa League, mai alzata, neppure quando si chiamava Coppa Uefa.

Con lo Special One in panchina in questa stagione lo United ha già vinto. Il Community Shield in agosto contro il Leicester di Ranieri, proprio il responsabile della sconfitta che gli costò la panchina del Chelsea nel dicembre 2015. La Coppa di Lega in febbraio contro il Southampton, quando Ibra rese inutile la doppietta di Gabbiadini.

Perfino l’assenza di Zlatan non vale da alibi, anzi concentra tutta la responsabilità su Mourinho. Lo United è dall’inizio la grande favorita di questa competizione. Per questo Mourinho ha tutto da perdere contro i ragazzini di Bosz: forti, giovani, spensierati. E soprattutto sfavoriti.

Questa finale è l’elemento-chiave nella valutazione della sua prima stagione sul trono che fu di Sir Alex. Una sconfitta e la mancata qualificazione in Champions ricorderebbero a tutti, in modo impietoso, che lo United ha chiuso il campionato al sesto posto. A 24 punti di distanza dal Chelsea. Dal suo Chelsea. Un abisso.

E che lo United in casa ha vinto solo 8 partite in campionato: come l’Hull City retrocesso o lo Swansea salvo per miracolo. Tutto apparirebbe sotto un’altra luce. Più sinistra e deludente. E anche le due vittorie di Wembley sembrerebbero troppo lontane.

Come quella calda notte del maggio 2003 a Siviglia. Quando Mourinho battendo il Celtic con il Porto cominciò a costruire il suo mito di vincente. Un mito alimentato con due Champions League vinte. Un mito ingombrante. Invadente. Che a Stoccolma non gli lascia scampo. Costretto a vincere. La meravigliosa maledizione dei grandi.  

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