Il Ct australiano dell'Iraq ha raccontato alcuni retroscena a La Gazzetta dello Sport: "Ho bandito l'uso dei social in ritiro, sono controproducenti - ha spiegato -. Girone duro? La pressione è per gli altri. Per risolvere i problemi di comunicazione in squadra ho messo quelli che parlano inglese a sinistra e quelli che parlano arabo a destra"
Tra le nazionali attese dall'esordio in questo Mondiale c'è anche l'Iraq, che vivrà il suo debutto nel torneo a mezzanotte contro la Norvegia. Un'attesa che dura da 40 anni, da quel 1986 che rappresentava la prima (e prima di oggi unica) partecipazione ai Mondiali della nazionale del Medio Oriente. Impresa qualificazione riuscita al Ct australiano Graham Arnold, in carica da un anno e che ha raccontato a La Gazzetta dello Sport retroscena del suo arrivo e delle regole imposte ai giocatori durante la competizione. "Quando mi è arrivata la prima offerta la famiglia non era granché entusiasta dell’idea e gli amici mi sconsigliavano, preoccupati perché l’Iraq ha un’immagine decisamente negativa nella percezione mondiale, ma da una parte io a casa stavo impazzendo e dall’altra avevo affrontato varie volte l’Iraq con l’Australia e avevo sempre avuto l’impressione che fosse una squadra di talento a cui mancava qualcosa - ha spiegato -. Riportarli al Mondiale dopo 40 anni mi sembrava una sfida magnifica, volevo far felici 46 milioni di persone e ho accettato. Girone tremendo con Francia, Norvegia e Senegal? La pressione è per gli altri. È il mio quarto Mondiale e l’esperienza mi dice che non sempre i pronostici vengono rispettati".
"Io mi sono adattato fuori dal campo e loro dentro"
"Il Paese vive per il calcio, sono ossessionati - ha aggiunto -. Come allenatore mi sono dovuto adattare al caldo, alle ore dedicate alle preghiere, alla vita locale, organizzando allenamenti e ritiri in base alle usanze del posto. Io mi sono adattato fuori dal campo e loro dentro: a livello disciplinare non ammetto sgarri. Ho lavorato sulla testa dei giocatori e sono certo che ora i miei ragazzi sono pronti a sorprendere il mondo. Per prima cosa ho bandito l’uso dei social network: in ritiro si può usare il cellulare solo per parlare con famiglia e amici, i social sono pieni di cose orribili e controproducenti, e la cosa vale ancor di più se sei iracheno perché l’immagine del Paese che si proietta nel mondo è quella che è. Leggere continuamente cose brutte non serve a nulla".
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Le lingue in campo: "Così abbiamo fatto funzionare tutto"
Il Ct ha, poi raccontato, i disagi vissuti per il playoff di marzo a causa dello scoppio della guerra e la chiusura degli spazi aerei: “Ho chiesto alla Fifa di rimandare la gara, mi hanno detto di no. Poi però almeno ci hanno aiutato con la logistica: ci hanno messo a disposizione un charter da Amman, la capitale della Giordania, e i miei uomini ci sono arrivati dopo un viaggio in bus di 28 ore. Ad Amman sono rimasti fermi per 36 ore perché era in corso un attacco aereo con bombe e missili che cadevano attorno al loro albergo". Svelando, infine, il segreto per affiatare il gruppo e 'integrare' i 9 giocatori nati in Europa: "All’inizio usavo i giocatori nelle loro posizioni naturali, ma c’erano problemi di comunicazione. Così ho messo quelli che parlano inglese a sinistra e quelli che parlano arabo a destra: in mezzo, per i due centrali difensivi e il regista, ho scelto ragazzi che parlano entrambe le lingue per gestire la comunicazione tra le fasce. Ha funzionato”.
