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10 novembre 2017

Svezia-Italia, Ibra-motivatore: cosa direbbe se fosse Ct

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Le sue pillole di zlatanismo, tra ironia e spacconeria, sono già vere e proprie frasi cult. E chissà che effetto potrebbero avere se un giorno le riproponesse nelle vesti di allenatore, per motivare i suoi ragazzi

Nello spogliatoio la squadra attende in rispettoso silenzio l’ingresso del nuovo Ct. Tutti già cambiati e seduti sulle panche, i più giovani tradiscono l’emozione muovendo nervosamente la gamba, come a scuola poco prima di un’interrogazione, mentre l’indice del professore scorre su e giù sul registro alla ricerca della vittima da chiamare alla lavagna. Finalmente la porta si apre, e appare Lui. “Io sono Zlatan, e voi chi diavolo siete?”.

Ma come? Mister, ci ha convocati Lei…

Lasciatecelo immaginare così, il primo giorno da Ct di Zlatan Ibrahimovic se mai dovesse sedere sulla panchina della sua nazionale: con la riproposizione della battuta con cui leggenda vuole che si sia presentato nello spogliatoio dell’Ajax, quando aveva vent’anni.

Pura fantasia, per adesso, anche se le sue ultime dichiarazioni così caute, così posate, così poco Zlatan, ci hanno fatto pensare che stia studiando da allenatore. “L’Ibra della Svezia è il gruppo”. Zlatan, che ti è successo? Che fine ha fatto quello che, dopo l’eliminazione per mano del Portogallo di Cristiano Ronaldo nello spareggio mondiale del 2013, sentenziò “Un Mondiale senza di me è poca cosa, non c’è nulla da guardare. Anzi, penso proprio che non lo guarderò”? O quello che, eliminato al primo turno a Euro 2012, aveva salutato tutti con un “Non me ne frega niente di chi vincerà, io me ne vado in vacanza”.

L'Ibra che vogliamo è quello che, anche da Ct, motiverebbe i suoi con il suo Zlatan-style, con frasi tipo “Dove vado io si vince”, “Sono una leggenda, dovunque vado domino”, “Io sono come Cassius Clay. Quando annunciava di voler battere il suo avversario in quattro riprese, lo faceva”. Sembrano i cartelli del Mago Herrera, sono pillole di zlatanismo realmente uscite dalla sua bocca.

La prima buona notizia per Ibrahimovic, se veramente volesse intraprendere questa strada, è che per fare l’allenatore non occorrono provini. Non come quella volta (correva l’anno 2000, lui era ancora una promessa del Malmoe) che l’Arsenal di Wenger, avendo sentito parlare tanto bene di lui, l’aveva convocato per visionarlo, ottenendo come risposta un “No grazie, Zlatan non fa provini”.

Poi vennero l’Ajax, la Serie A (Juve, Inter e Milan, con parentesi di un anno nella scolaresca di Guardiola), l’approdo in Francia, al Psg, con spacconata di rito: “È vero, non so molto dei calciatori di questo campionato, ma sono sicuro che loro sanno molto di me”. Per non parlare, invece, di quando salutò Parigi: “Se resto al Psg? L’affetto dei tifosi è importante, ma non credo che possano rimpiazzare la Tour Eiffel con una mia statua. Facciamo così: se lo fanno, prometto che resterò qui”.

Monumenti svedesi che potrebbero essere soppiantati da uno Zlatan a cavallo, così su due piedi, non ce ne vengono in mente (forse l'Ikea? Maledetti stereotipi), ma ecco: se mai un giorno la Svezia dovesse riuscire a convincerlo e lui dovesse accettare, l’Ibra-allenatore, intento a motivare i suoi ragazzi in un momento come questo, lo immaginiamo così. Che dichiara di non sapere nulla dei colleghi che allenano le altre squadre, che quando promette di battere un avversario poi lo fa, che non riesce a immaginare un Mondiale senza la sua presenza. E sogniamo che alla sua conferenza stampa di insediamento, la prima da Ct, riproponga quella vecchia battuta sfoderata in occasione del compleanno della moglie. “Mister Ibra, cosa regalerà alla Svezia?”. “Niente. Ha già Zlatan”.

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