Del Piero: "Imitare i modelli che funzionano, non pensare a salvarsi il culo"
a 'Unplugged'L’intervento integrale di Alessandro Del Piero nell’ultima puntata di Sky Sport Unplugged: "La prima volta senza Mondiale è stato uno shock, la seconda un incubo, la terza diventa imbarazzante da giustificare. Ci studiavano, oggi siamo indietro rispetto ai nostri standard. Ma è nelle crisi che noi italiani tiriamo fuori energie, creatività e soluzioni. L’orgoglio va messo da parte: serve umiltà, mettersi in gioco e studio"
Alessandro Del Piero è stato protagonista della puntata speciale di “Sky Calcio Unplugged”, il videopodcast Sky Original condotto da Lisa Offside insieme a Gianluca Di Marzio e Stefano Borghi registrato per l’occasione presso “Casa Spotify” a Milano. Alla puntata ha partecipato anche direttore di Sky Sport Federico Ferri.
Qual è la tua analisi di questo momento? Da dove possiamo ripartire? E cosa rimane, ora, dopo il terzo Mondiale mancato di fila?
"Quello che si è percepito in questi giorni sono molte sensazioni negative, dalla tristezza alla rabbia, fino alla delusione e all'incredulità. Spesso all'estero parlo di calcio italiano e, ovviamente, anche della Nazionale. Siamo stati una potenza enorme e ritrovarci per la terza volta senza il Mondiale è incredibile. La prima volta nel 2018 è stato uno shock, la seconda pensi 'questo è un incubo', la terza inizia a diventare imbarazzante da giustificare. Quindi oggi stiamo vivendo questa situazione, e lo dico indipendentemente da chi abbia la colpa, se sia solo di uno o di più persone. Penso che siano tante e più situazioni, complesse, che convergono tutte verso questo risultato. Non possiamo nemmeno guardare solo al percorso recente di Gattuso, Buffon e Gravina, dietro c'è tanto altro. Chi andrà a eleggere il nuovo presidente sarà chiamato in causa, con le sue scelte, le sue idee e la sua votazione. Resta il fatto che oggi, purtroppo siamo indietro, e anche di tanto. Lo siamo rispetto ai nostri standard e pure verso gli altri, che hanno studiato tanto, che in passato ci hanno studiato e che continuano a farlo da chi è più bravo, e ci sono tante nazionali da cui trarre esempio. In sostanza, hanno studiato come rifarsi da zero. Vero, forse alcune nazionali avevano più tempo rispetto all'Italia, ma altre come Germania e Francia erano nella nostra stessa situazione e hanno avuto il coraggio di intraprendere certi percorsi. Bisogna toccare tanti punti, non c'è solo il tema del presidente della federazione che, magari, oggi incolpano tutti come maggior responsabile perché a capo del percorso. Quello che serve ora è la voglia di reagire e di ripartire, e c'è solo un metodo: rimettersi in gioco, lavorare e studiare; farlo con un entusiasmo, da ricercare dentro di noi con quello che ci ha sempre caratterizzato come popolo italiano. Cioè che nei momenti di maggiore crisi sportiva, come nei Mondiali del 2006 o del 1982, siamo riusciti a tirar fuori energie, creatività, voglia e soluzioni. Anche oggi, in un momento in cui sembriamo ancora molto lontani dalle soluzioni".
Quali possono essere i primi passi per rifondare il movimento del calcio italiano?
"Si possono toccare tanti temi, ma qualsiasi idea si possa avere deve essere esposta in un ambiente con altre persone. In sostanza: serve un team. Credo nel gioco di squadra e non ci deve essere, lo ripeto, un solo capro espiatorio; come non credo possa esistere una sola persona che risolva tutto. In Italia abbiamo delle lacune rispetto agli altri in tantissimi settori. Intanto ci tengo a sottolineare, e qui apro una parentesi, che quello di cui parliamo è un problema del calcio maschile, mentre quello femminile sta facendo cose straordinarie, così come stiamo andando fortissimo in tantissimi altri sport. Siamo reduci dalle Olimpiadi più belle di sempre, e guardate cosa sta facendo il mondo del tennis azzurro. Significa che il talento da noi c'è, ma che oggi si è focalizzato su altri sport che hanno avuto la voglia di rimettersi in gioco, ricostruire e performare con percorsi diversi. In questo senso, non so quanto il calcio abbia la stessa pazienza e il tempo per farlo, o il coraggio per fare determinate scelte. In questo contesto ci si deve sedere e parlare. I settori giovanili non vanno bene, gli stadi nemmeno e così gli investimenti, e giocano molti meno italiani. Alcune cose si possono sistemare, altre un po' meno. Quelle che non si possono sistemare dipendendo dalle persone, dai presidenti in giù, come le scelte degli allenatori o dei giocatori: devono essere scelte oculate. Siamo passati da un calcio molto locale, dove le società erano in mano a persone del posto — a Torino gente di Torino, a Milano gente di Milano — all'aprire tanto, e questo ti fa un po' perdere territorio e tradizionalità. Al netto delle grandi squadre, all'estero balza all'occhio una tradizionalità ancora presente, penso a Bilbao o a Siviglia, c'è identità. Come calcio italiano dobbiamo fare un passo indietro: dirci che non siamo più i migliori, e che non siamo neanche i secondi o i terzi. Il primo atto è riconoscerlo, non siamo più chi pensiamo di essere o quello che l'orgoglio ci chiede di essere. L'orgoglio va messo da parte e vanno messe in campo umiltà, il rimettersi in gioco, lo studiare, l'analizzare chi fa bene. In Inghilterra prima nel 2006 erano in una situazione simile alla nostra. E serve una squadra completa in tutti i settori. Serve qualcosa di più che non sia il solo salvarsi il culo, perché fondamentalmente pensiamo solo a quello".
Approfondimento
Come funzionano le elezioni per il presidente Figc
Parliamo di progettualità: serve tempo per metterla in pratica…
"Si parla tanto di progettualità, vero, ma se ne parli poi devi rispettare dei passaggi, ci deve essere una solidità di base. Oggi, troppo spesso, tutto è consumato troppo in fretta. Ci sono carriere di allenatori passati quasi da tragedia a grandi successi. Penso a Gasperini a Bergamo che aveva iniziato malissimo, la società ha avuto il coraggio di tenerlo. E fino a quel momento lui non aveva avuto una carriera così importante; però è rimasto e, a Bergamo, è diventato immortale. O anche Allegri o Ancelotti nella mia Juve sono da esempio. Ancelotti sembrava fosse il più scarso del mondo, poi purtroppo ci ha battuto in finale di Champions pochi anni dopo…".
Parlando di futuro, come si costruisce un giocatore andando anche oltre il campo?
"Spesso sentiamo il tema del costruire un giocatore ma, secondo me, un giocatore non si costruisce. Al massimo si deve plasmare, e aiutare. Non gli va sempre detto di sì, ma va messo davanti a delle scelte. Viviamo anche in una generazione diversa dalla mia: chiunque in questo momento parla di calcio, anche chi ricopre ruoli importanti a livello politico. Il politico non deve parlare da tifoso, deve parlare da politico e trattare le cose da politico come ha fatto il Ministro dello Sport. Condivisibile o meno quello che ha detto, lui ha diritto di parlare di sport. Ma per tutti gli altri non facciamo troppa confusione".
Quindi come si possono coltivare i nuovi talenti?
"In questi giorni siamo tutti stati vicini alla Nazionale, qualcuno mi chiede di raccontare com'era al mio tempo, ti dico che io avevo quasi il terrore di andare in Nazionale. Andarci significava due cose: coltello tra i denti ed elmetto in testa. Oggi i giovani hanno abitudini diverse. So che ci sono allenatori che cercano di conoscerli meglio, come Pisacane o Grosso, allenatori che cercano di instaurare questo tipo di rapporto. Oggi non so se nel calcio giovanile si faccia così o meno, c'è talmente tanto da fare… Gli allenatori sono sottopagati, le nazionali hanno tante spese, ci lamentiamo di dover pagare le scuole calcio: è un tutti contro tutti, e così non si va avanti. Bisogna capire come bilanciare. Trovare soluzioni. E l'assunzione di responsabilità è fondamentale, ci sono momenti dove, chi ha sbagliato, deve ammetterlo e salutare. Oggi viviamo in un mondo dove ammettere l'errore è un problema. Io ho sbagliato mille volte, anche quando non lo ammettevo, ma dentro di me lo sapevo e devono esserci delle persone che ti dicono di aver sbagliato, ma con serenità, senza colpevolizzare".
nazionale
Ct Italia: situazione contrattuale dei candidati
Quanto conta il gruppo nel calcio?
"La qualità determina se un giocatore è più bravo o meno bravo, ma la sua qualità è data da più fattori. Se uno è tecnico non è automaticamente un 'dieci', c'è molto altro. Altrimenti talenti che abbiamo avuto in passato avrebbero vinto molto di più. In questo senso, sicuramente le qualità umane sono fondamentali. Qualunque allenatore che abbia vinto tanto, ti dirà che lo ha fatto gestendo un gruppo superiore sul lato umano".
La società hanno una responsabilità forte nella scelta delle persone?
"Le società hanno responsabilità nel scegliere prima la persona oltre al calciatore. Ai miei tempi c'erano dei fenomeni in questo, gente come Moggi e Galliani, conoscevano anche quante volte andavi in bagno… mentre eri in vacanza. C'era maniacalità nel conoscere il giocatore a livello personale. Perché più conosci bene le persone che lavorano con te, più riesci a trarre il massimo da loro. Altrimenti devi andare sull'intuizione o… sui dati. Ecco, i dati hanno rilevanza, sì, ma vanno interpretati. Un giocatore ha fatto 150 passaggi? Ok, ma avanti o indietro? E in che squadra giochi? Hai il dovere di vincere?".
O in base alle pressione che ha la maglia che indossi…
"Oggi elogiamo il Como, una bellissima realtà ma, ora come ora, non hanno il dovere di vincere, tra uno o due anni forse sì, e per vincere intendo anche l'andare in Champions. Lì le cose cambierebbero. Ed è il motivo per cui alcuni giocatori hanno fatto cose straordinarie in alcune squadre e meno in altre".
Alcuni giovani calciatori di oggi come Yamal sono molto più esuberanti dei giovani delle vecchie generazioni?
"Penso a Yildiz, lui lo conosco bene, ha grandi valori umani e infatti sta crescendo sempre. Yamal fa cose straordinarie, anche se lui non lo conosco personalmente. Eravamo abituati a Messi e Ronaldo, oggi ci sono giocatori diversi. Siamo anche in un'epoca diversa, ho figli e vedo che io sono un boomer, che loro hanno idee e velocità diverse. L'unica cosa ci salva è la conoscenza, non i divieti… a parte quello per l'andare in discoteca… (ride, ndr). La vittoria per un genitore è quando un figlio sceglie bene: per come la vedo non dobbiamo essere iperprotettivi e dire sempre cosa fare. E questa cosa si riflette nel calco giovanile. Diciamo troppo cosa fare ai ragazzi e questo uccide la loro creatività. Se diamo indicazioni troppo stringenti poi i giovani calciatori sanno eseguire solo quello, diventano bravi in quel sistema, ma appena ne escono sbagliano e vengono bollati come scarsi. Non è così, non sono scarsi: il problema è che gli è stata insegnata solo una cosa. Non gli è stato insegnato a risolvere un problema da soli. In altri Paesi questi problemi non ci sono, non c'è il 'proibizionismo del fare' come da noi. Siamo in un contesto dove i ragazzi devono esprimere le proprie qualità e testare se stessi. La mia più grande gioia sapete qual era? Sfidare i miei amici. E quindi sfidare anche me stesso. Un tempo anche i videogiochi erano a pagamento, per giocare pagavi cento lire, e quindi ci tenevi. Oggi i videogiochi sono gratis…".
Approfondimento
Sinner e gli sportivi azzurri: com'erano nel 2014?
Nei settori giovanili c'è anche un problema di scelta e di chi guarda i giocatori?
"Non ho le soluzioni a tutto, ma si deve partire da un presupposto chiaro, oggi con l'Italia U15, U16 o U17 facciamo cose straordinarie, ma nell'U21 non arriviamo in alto, mentre ai miei tempi vincevamo con l'U21 per due edizioni di fila dell'Europeo. Questo è un aspetto da analizzare: perché a 15 o 16 anni siamo forti quanto e, forse, più degli altri, e poi non lo siamo più? Cosa manca in quel frangente? E da dove arrivano questi problemi? Che tipo di giocatori formiamo? È un processo lento per rispondere a queste domande…".
Conte può essere l’allenatore dell’Italia dopo Gattuso?
"Non ne ho idea, sicuramente può farlo. Ha tutte le qualità e l'ha già fatto in passato. Ha spessore umano e tecnico, è ovviamente un profilo papabile".
