Il vecchio e il nuovo: le due anime di Guardiola convivono in questo City

Premier League

Vanni Spinella

I due recenti 3-0 all'Arsenal sono lo specchio delle due anime di Pep, allenatore che si esalta con i giovani ma che ha imparato anche a valorizzare i "vecchi". Come? Reinventandoli in nuovi ruoli 

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Chi è, veramente, Pep Guardiola? È quello del “largo ai giovani” che promosso sulla panchina della prima squadra del Barcellona rottamò Ronaldinho e Deco per fare spazio ai suoi ragazzi d’oro? O è quello che ha imparato a valorizzare la saggezza dei senatori, che esalta con cambi di ruolo apparentemente folli? È entrambe le cose, e le due anime convivono anche nella sua ultima creazione: questo Manchester City.

Dopo un anno di apprendistato (di Pep, che aveva bisogno di prendere le misure agli inglesi; dei suoi giocatori, che avevano bisogno di tempo per assimilare gli insegnamenti), il primo trofeo è stato messo in bacheca con il 3-0 all’Arsenal nella finale di Coppa di Lega. In campionato, dopo il bis all’Arsenal (nuovo 3-0 a distanza di 4 giorni), il discorso è praticamente chiuso e la matematica potrebbe arrivare già il 7 aprile, nel derby contro lo United di Mourinho (come se la saga Mou vs Pep non fosse già abbastanza ricca di scontri epici). E sono proprio i due 3-0 all’Arsenal a riflettere l’immagine del doppio-Guardiola: i tre grandi “vecchi” ereditati dalla precedente gestione – Aguero, Kompany, David Silva – tutti in gol nel primo caso, uno scatenato Sané protagonista nel secondo.

Guardiola ama lavorare con i giovani quando ne intuisce il potenziale, e la sua storia racconta di come sia disposto a eliminare qualsiasi ostacolo possa frenarne l’esplosione. Inutile dilungarsi sulla sua creatura riuscita meglio, Leo Messi, che sarebbe “riuscito” comunque anche senza Guardiola, ma forse non con la stessa forza dirompente e con quella rapidità: Pep gli ha spianato la strada eliminandogli la concorrenza di Dinho e Deco prima e di Eto’o dopo, mossa con cui la Pulce si è ritrovata improvvisamente al centro dell’attacco a segnare caterve di gol. Sempre al Barcellona, i vari Iniesta, Pedro o Busquets venivano dalla sua scuola, e ritrovarsi il maestro in prima squadra che dava loro fiducia li aiutò parecchio nel processo di crescita. Altri due, Tello e Cuenca, buoni prodotti della Masia ma evidentemente non eccellenti, non hanno più raggiunto le vette toccate con Pep in panchina. E ancora: al Bayern Monaco ha lavorato sul potenziale di David Alaba fino a farne un giocatore capace di esprimersi al top in più ruoli con la sicurezza di un veterano; adesso ha indirizzato sulla strada per la gloria Sterling e Sané.

Ma anche Guardiola si è evoluto nel tempo, imparando a rispettare gli anziani. Il patto: la loro totale disponibilità in cambio delle conoscenze con cui raggiungere un livello superiore, riscoprirsi e "riciclarsi". Lasciati guidare e ti aprirò la mente e nuove strade. Al Bayern Guardiola capì immediatamente che non avrebbe potuto fare a meno dell’intelligenza di uno come Lahm, quasi sprecato a fare il terzino con quelle conoscenze tattiche e una simile perfezione nel passaggio. Lo trasformò in una mezzala che alla fine era il centro nevralgico del gioco dei tedeschi, l’uomo a cui ci si appoggiava continuamente, il vertice dei famosi triangoli che si vanno a comporre con il gioco di Guardiola. Non contento, accentrò anche gli ultimi due che si potrebbe immaginare di accentrare: Robben e Ribery, le migliori ali del mondo, spesso e volentieri finivano per occupare corridoi più centrali rispetto a quelli in cui erano abituati a scorrazzare.

Giunto al City, Guardiola ha fatto la spesa senza guardare i cartellini dei prezzi, ma ha saputo lavorare anche su chi c’era già, proponendo sempre il solito patto. Il primo a lasciarsi guidare è stato David Silva: da classica ala che agiva nei 3 dietro alla punta si è trasformato nel vero regista della squadra, a conferma di come nel ruolo di mezzala Guardiola voglia solo gente con i piedi buoni (da Iniesta a Lahm fino a Silva-De Bruyne). Anche Kompany si è fidato, probabilmente convinto dall’exploit del collega Jerome Boateng a Monaco: Stones e Laporte rappresentano il futuro, ma per il momento in mezzo alla difesa ci sono lui e Otamendi, a riprodurre i classici movimenti che Pep richiede ai suoi centrali per avviare l’azione. Allargarsi, dialogare col portiere come fosse un giocatore di movimento, scambiarsi la posizione con Fernandinho che si abbassa. Sono le occasioni in cui Kompany è libero di salire, diventando praticamente un centrocampista aggiunto. Eccolo, il vecchio che avanza.

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