Wenger lascia: la storia dell'Arsenal degli Invincibili, la squadra dei record

Premier League

Luca Cassia

Annunciato l'addio a fine stagione, Wenger saluta i Gunners dopo 22 anni e oltre 1200 panchine ufficiali. L'ultimo titolo in Premier League risale alla stagione 2003/04 quando, alla guida degli Invincibili, Arsène dominò il campionato senza alcuna sconfitta. Una squadra leggendaria tra campioni e talenti

WENGER, ADDIO ALL'ARSENAL DOPO 22 ANNI

Cala il sipario sull’era Wenger all’Arsenal, oltre 22 anni e 1228 panchine ufficiali da quell’esordio datato 28 settembre 1996. Primo allenatore dei Gunners non britannico o irlandese, molto più di un manager per visione a 360 gradi tra calcio e gestione sportiva. Al netto di un secondo decennio avaro di successi, declino che ha contribuito al partito degli scontenti al grido di "Wenger Out", la prima fase della gestione di Arsène strabiliò in Inghilterra e in Europa per filosofia e trofei: 11 dei 17 titoli conquistati dal 68enne alsaziano, vincitore in precedenza anche in Francia e Giappone, andarono in bacheca fino al 2005 legittimando un’epoca dorata e indimenticabile. Se i festeggiamenti in Premier League mancano dal 2004, quell’anno l’Arsenal restò imbattuto per tutto il campionato scrivendo la leggenda.

L'Arsenal degli Invincibili

Già due volte protagonista del double ovvero la conquista della Premier e della FA Cup nella stessa stagione (1998 e 2002), Wenger aveva assistito al 15° titolo del Manchester United intervenendo sul mercato in maniera meno massiccia di Roman Abramovich, nuovo proprietario del Chelsea che investì addirittura 150 milioni di euro. Un giovane Cristiano Ronaldo inaugurava intanto la sua parentesi inglese agli ordini di Sir Alex Ferguson. Archiviata l’era Seaman tra i pali con oltre 400 presenze, l’allenatore francese puntò sul tedesco Lehmann ex Borussia Dortmund nonché meteora al Milan. La batteria delle giovani new entry coinvolgeva invece in difesa Clichy, Djourou e Senderson ma soprattutto Cesc Fàbregas, futuro campione che anticipò l’acquisto invernale di José Antonio Reyes (Van Persie firmerà solo ad aprile). L’ossatura della squadra non poteva piuttosto prescindere dalle conferme dei big, vedi i contratti rinnovati a Pirès e capitan Vieira. Due connazionali di Arsène, colonia francese che già coinvolgeva Cygan e Wiltord oltre a due attaccanti dalle parabole agli antipodi: Aliadière si inabisserà tradendo le ottime premesse a differenza di Thierry Henry, fuoriclasse dominante che concentrava potenza ed eleganza, tecnica sopraffina e gol a valanga. All’apice della carriera a 26 anni, Titì registrò la migliore stagione di sempre con 39 reti complessive. Cifra tonda in Premier League con 30 centri, exploit che gli valse la palma di capocannoniere nonché la Scarpa d’oro e il premio di calciatore francese della stagione. Era il 2004, l’anno degli invincibili Gunners.

Si giocava ancora ad Highbury, teatro che applaudì l’espressione più scintillante del calcio wengeriano per spettacolo ed estetica in Inghilterra e in Europa. Dall’esordio del 16 agosto 2003 (2-1 all’Everton con Henry e Pirès a segno) all’epilogo del 15 maggio 2004, stesso risultato riservato al Leicester con le firme francesi di Titì e Vieira, l’Arsenal inanellò una striscia di 38 gare immacolate per un’imbattibilità lunga una stagione intera. Wenger si laureò campione d’Inghilterra con 4 turni d’anticipo a quota 90 punti con 26 vittorie e 12 pareggi, 73 gol fatti e solo 26 subiti ovvero i due migliori reparti della Premier League. Staccato di 11 lunghezze il Chelsea di Claudio Ranieri battuto 2-1 in entrambi gli scontri diretti, sebbene furono i Blues a frenarne la corsa nei quarti di Champions. Non mancò nemmeno un pizzico di fortuna, vedi il rigore calciato sulla traversa da van Nistelrooy in pieno recupero nello 0-0 contro lo United. Per ritrovare un’impresa analoga in Inghilterra occorre risalire al 1899, quando 105 anni prima il Preston North End chiuse imbattuto nelle 22 partite di campionato. In realtà la serie utile dei Gunners arrivò a 49 incontri consecutivi senza sconfitte, d’altronde vanno aggiunte al filotto le ultime 2 gare della stagione precedente nonché le prime 9 del campionato successivo. A spezzare l’incredibile cammino dei londinesi contribuì il Manchester United, vittorioso 2-0 con van Nistelrooy e Rooney ad Old Trafford il 24 ottobre 2004.

Nell’immaginario collettivo e non solo l’Arsenal targato 2003/04 era una macchina perfetta per equilibrio e organizzazione tattica, splendido manifesto del calcio di Wenger. Perfino il rivedibile Lehmann mantenne la porta inviolata in 15 incontri grazie ai muscoli di Sol Campbell e del promettente Kolo Touré, centrali che all’occorrenza trovavano respiro con i ricambi Keown e Cygan. Sugli esterni spingevano Lauren e Ashley Cole, laterale quest’ultimo che incantava in patria per cross e costanza di rendimento. Un centrocampo da brividi a partire dalla coppia formata da Gilberto Silva ("The Invisible Wall") e Vieira, imprescindibile per qualità e fisicità. Il 4-4-2 dei Gunners premiava sulle fasce l’elettricità di Ljungberg, ala svedese dall’anima punk, bilanciato sulla sinistra dall’approccio ragionato e illuminante di Pirès a segno 14 volte in Premier. Chi faceva rifiatare i titolari erano Edu e Parlour, nemmeno paragonabili per valore assoluto alla coppia Henry-Bergkamp: se il primo poteva risolvere qualsiasi match, l’olandese meravigliava per soluzioni tecniche e fantasia pura. Un ex interista come Kanu, punta che completava il parco attaccanti insieme a Reyes e Wiltord. Una squadra memorabile dal record leggendario, exploit che anticipò due sorprese in quel 2004: il futuro nemico di Arsène, José Mourinho, vinse a maggio la Champions League alla guida del Porto, matricola insospettabile come la Grecia di Rehhagel campione d’Europa a luglio nella notte di Lisbona. A loro modo indimenticabili, proprio come gli Invincibili di Wenger.

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