Girone d'andata all'italiana: la A dei Magnifici 7

Serie A

Alfredo Corallo

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Al giro di boa del campionato ci sono sette allenatori italiani alla guida delle prime sette in classifica, non succedeva da un decennio. Un dato che sottolinea la bontà della nostra scuola, spesso più apprezzata all'estero (vedi Ranieri, Conte, Ancelotti) che in patria

Se Claudio Ranieri non avesse "sbancato" la Premier con il suo piccolo Leicester - laureandosi anche migliore allenatore dell'anno - saremmo ancora qui a sproloquiare su "quei Manchester là" che avrebbero vinto "anche se l'avesse allenati mio nonno" (tutti nipoti di Sir Alex?). Invece di scoprire  come José Mourinho e Pep Guardiola in realtà non siano stati generati dalla Marvel e che qualcuno sia stato semplicemente più bravo (e mettiamoci pure più fortunato, per una volta) di loro: dalla Real Décima di Carlo Ancelotti a King Claudio, fino al girone d'andata "crack" di Antonio Conte e del suo Chelsea (a proposito, sabato i due italians si troveranno l'uno contro l'altro). Peccato che, a "comandare" in giro per il mondo diventino dei supereroi nazionali e in patria fioccassero saluti e comunicati di ringraziamento per il lavoro svolto (sempre Ranieri). E se ci permettessimo di far notare che le prime 7 squadre nell'attuale classifica della Serie A sono guidate da 7 italiani, beh, grazie: Mihajlovic è al Toro, Paulo Sousa alla Fiorentina, Juric allena il Genoa, non il Barcellona. E se a Frank De Boer i cinesi avessero concesso qualche settimana in più... Avrebbe fatto meglio di Pioli?

L'ItalJuve. Ma se negli ultimi 20 anni soltanto due allenatori stranieri hanno vinto il nostro campionato un motivo ci sarà (anche due). Ci hanno provato Carlos Bianchi, Fatih Terim, Hector Cooper, Luis Enrique, Rudi Garcia e Rafa Benitez, non Oronzo Canà (con tutto il rispetto per il Vate della Daunia). D'accordo, non avevano gli squadroni di Lippi, Capello, Mancini, ma neanche la Longobarda. E perché allora Zaccheroni ci sarebbe riuscito? E Conte? La Juve veniva da due settimi posti e da un anno in B! Ecco, l'ultimo straniero sulla panchina bianconera è stato Didier Deschamps, esattamente 10 anni fa. Riportò la squadra in Serie A e salutò, au revoir. Prima del francese - negli anni '70 - ci fu soltanto il cecoslovacco Cestmir Vycpálek (zio di Zeman). Nel mezzo solo italiani. Trapattoni, Lippi, Conte e oggi Allegri, che spera quantomeno di eguagliare gli illustri predecessori, ma che può già vantare una finale di Champions, al debutto - seppur persa - e ha continuato a dominare in Italia.

Italian School. La Roma degli americani, dopo un asturiano e un franco-andaluso è tornata a parlare toscano con Spalletti. L'Inter indonesiana si è affidata a Mazzarri e a Mancini, quella cinese ha preferito in fretta il parmigiano (Pioli) al gouda olandese (De Boer). I cinesi del Milan ci stanno prendendo gusto con il napoletano verace Montella, già servìti di una Supercoppa. E se l'argentino Bielsa non avesse dato forfait... Simone Inzaghi adesso sarebbe in serie B (a Salerno) e non a un punto dai preliminari di Champions con la Lazio. E poi il vero orgoglio della Scuola di Coverciano, sublimata dal lavoro di Maurizio Sarri a Napoli (primo nel suo girone di Champions e terzo in campionato, senza Higuain... e Milik); e nel gioco di Gian Piero Gasperini a Bergamo, al volante dell'italianissima e giovanissima Atalanta in piena corsa per l'Europa.

Dal "Virrey" allo "Special One". Vent'anni fa, per dire - nella stagione 1996-97, a 18 squadre - la Serie A si presentava con oltre un terzo degli allenatori venuti dall'estero. Gregorio Perez (Cagliari), Roy Hodgson (Inter), Zdenek Zeman (Lazio), Oscar Tabarez (Milan), Mircea Lucescu (Reggiana), el Virrey Carlos Bianchi e poi Nils Liedholm (Roma) e Sven Goran Eriksson (Sampdoria). Ma indovinate come finì il campionato? Con la Juve di Marcello Lippi campione e il Parma di Ancelotti subito a ruota. Così, un decennio più tardi, e per un paio di stagioni buone (2005-06 e 2006-07) le società si affideranno esclusivamente a tecnici nostrani. Un'inversione di tendenza che regalò la vetrina agli emergenti Pioli, Giampaolo, Mazzarri, Delio Rossi e Roberto Donadoni che, di lì a poco, sarebbe diventato anche cittì della Nazionale.

Fino all'avvento del "profeta" Mourinho e del suo "io non sono pirla" che ci farà riassaporare quel gusto dell'esotico a cui - ciclicamente - non riusciamo proprio a resistere (anche Belen, se vogliamo, "ci apparve" nell'anno di grazia 2008). E l'estate successiva il Milan risponderà con il brasiliano Leonardo, per una Milano ancora più fashion. Alla fine del girone d'andata troveremo per la prima volta due "strangers" in testa alla classifica: Inter a 45, rossoneri a 40 punti. Non durerà, perché ci penserà ancora Ranieri  - e non con una Roma "capelliana", ma una delle tante - a scavalcare Leo, nel vano tentativo di limitare le smanie di grandezza del portoghese.  

"L'addio di Mourinho ci lascerà tutti un po' più poveri" (ecco che il proverbiale "provincialismo" tricolore tornerà a sbandierare) e la nuova ondata dei vari Benitez, Luis Enrique, Petkovic, Garcia, Seedorf farà il solletico allo squalo Antonio e sarà cavalcata su un surf dall'acciughina livornese Max. Che servirà ai colleghi un cacciucco decisamente piccato, insieme a tante altre specialità della tradizione italiana, amata in tutto il mondo. Un po' meno sulle nostre tavole.

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