Roma, De Rossi: "Vorrei un addio come quello di Totti e fare l'allenatore"

Serie A
Daniele De Rossi, capitano della Roma (Foto: Getty Images)
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Il centrocampista giallorosso si è raccontato a 360° attraverso la piattaforma Steller: "Vincere qui è difficile. Passare davanti alla Juve è un'impresa quasi impossibile ma ci proveremo: partiamo alla pari con tutti"

Senza Francesco Totti, è lui ad aver raccolto l’eredità di simbolo della Roma. Daniele De Rossi si è raccontato attraverso l’account ufficiale dei giallorossi su Steller, piattaforma dove si creano e si sfogliano vere e proprie storie. Il centrocampista è partito da una descrizione di sé: “Credo di essere una persona equilibrata. È il mio carattere. Ogni tanto, ho un po’ macchiato questa immagine con quelle uscite di foga. Adesso anche in campo riesco a controllarmi meglio. Qui la gente ha bisogno di vedere un capitano romano, che sia tale non solo per il numero di partite giocate, ma per l’attaccamento profondo alla maglia e alla città”. Quindi, De Rossi ha raccontato il suo lato di padre e di figlio: “Essere genitore è la cosa che conta di più per qualsiasi persona. Cambia più o meno tutti gli uomini. Diventarlo da giovane è stata un'esperienza completamente diversa dal diventarlo di nuovo sette o otto anni dopo. Mio padre non ha mai influito sul mio diventare calciatore. Non è stata una sua imposizione. Per tutti o quasi, il proprio padre è un eroe. Il mio lo era quando ero bambino e lo è ora”. Le questioni sportive partono da un argomento impegnativo: perché non si vince a Roma. “È difficile perché ci sono società più potenti a livello economico e con più storia. Si sa, vincere aiuta a vincere. La Juve sta avendo uno strapotere finanziario certo, grazie allo stadio ma anche grazie a come gestiscono il capitale umano che hanno a disposizione. Gli siamo sempre stati dietro negli ultimi anni. Passargli davanti sfiora l'impossibile, ma ci proviamo, non abbiamo mai mollato. Partiamo alla pari con tutti. A Roma di trofei ne abbiamo alzati pochi ma quei momenti sono stati intensi. Però la cosa bella è guardare alle spalle e ricordarsi i tragitti, i personaggi, gli amici che hai conosciuto e chi non ha una bacheca piena di vittorie si aggrappa” ha proseguito il giocatore.

L’ambiente e la passione

A proposito di vittorie, De Rossi può vantare nella propria bacheca la conquista di un Mondiale: “Un ricordo incredibile, una gioia enorme. È quasi un peccato che io l’abbia vissuto così presto perché è sempre lì ma un po’ il tempo lo scolora. È un meraviglioso timbro che porti in giro per il mondo ovunque tu vada: non importa quanti minuti hai giocato, se hai preso un cartellino rosso, se non sei mai sceso in campo. Sei campione del mondo”. Poi il capitano della Roma ha analizzato metodicamente le pressioni dell’ambiente e di come siano cambiate con l’avvento dei social network. “Le radio non vanno in campo, ci vanno i giocatori. Certo le radio, i giornali, l'estrema passione della città ogni tanto portano a superare i limiti. Secondo me hanno fatto un danno, hanno stravolto quel senso di 'romanismo' che esisteva un tempo. Il romanista prima difendeva sempre un altro romanista, difendeva il proprio giocatore anche se era il più scarso. Era proprio una famiglia, qualcosa che univa tutti quanti perché 'noi siamo romanisti, noi siamo romani, noi siamo una cosa diversa da voi'. In generale, c’è una sorta di tendenza a creare un po’ di scompiglio, qualcuno perché ha degli interessi a farlo, altri perché siamo portati a fare questo. Si tende a supportare le proprie idee fino alla morte. Se io ho detto nel 2006 che De Rossi è scarso devo accompagnare questa mia teoria fino alla morte. Nessuno accetta serenamente di aver sbagliato. Oggi i social network hanno aiutato a tenere la gente un po’ più fissa sulle proprie idee. Quello che dicevi una volta uscito finiva, adesso è scritto, è lì, quindi chiunque ti può portare il conto di quello che hai detto. Però la chiusura del discorso è che si può vincere anche in un ambiente così complesso. Non voglio e non cerco scuse” ha detto De Rossi.

Roma, la Roma e il futuro

“Per me che lavoro a Roma sud vivere a Roma centro è pesante, per il traffico. E trovo allarmante la situazione igienica: ci sono ormai dei gabbiani grossi come i dinosauri di Jurassic Park che fanno le risse con i topi. È una cosa deprimente. Ma poi alzi gli occhi e vedi Castel Sant’Angelo, vedi la bellezza clamorosa di questa città meravigliosa. Giorno dopo giorno scopro sempre di più perché mi sono innamorato di Roma. È una città che ancora non ho finito di scoprire. È la città più bella del mondo” ha risposto, alle domande sui lati positivi e negativi della capitale. Intanto, De Rossi ragiona anche in vista di un suo futuro ritiro: “Ho sempre pensato che sarebbe molto bello se io finissi a Roma. Mi piacerebbe vivere, con le dovute proporzioni, una giornata come quella che ha conosciuto Francesco il 28 maggio. Sarebbe bello vivere un saluto così intenso con i tifosi, anche per me. Non so quando, non so come. ‘Ti piacerebbe fare l’allenatore?’ Negli ultimi anni mi sto rispondendo di sì sempre più spesso. Anche perché ho avuto degli allenatori che mi hanno affascinato moltissimo durante la mia carriera. Mi sembra bellissimo essere un leader che guida venti giocatori che lo seguono in maniera assoluta”. La Roma per l’appunto ha cambiato allenatore ad inizio stagione, ora c’è Eusebio Di Francesco. “Mi trovo bene, l’ho conosciuto tanti anni fa. Lui era il De Rossi di allora e io ero il Gerson, il Pellegrini. Ero molto piccolo ed è sempre stato un compagno di squadra che esercitava la leadership in modo corretto, quello con più esperienza che tratta bene e insegna ai giovani” ha detto De Rossi. Infine, l’ultima battuta è sul nuovo ruolo da dirigente di Francesco Totti: “Lo vedo partecipe, con il mister e anche con Monchi. Mio padre mi ha raccontato che gli ha chiesto del settore giovanile, si informa ed è una risorsa importante. Una esperienza come quella di Totti in una società non ce l’ha nessuno. Qui stiamo parlando di un figlio di Roma che può fare delle cose gigantesche”.

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