Serie A, le 7 cose da seguire della 14^ giornata

Serie A

Daniele Manusia e Dario Saltari (in collaborazione con "l'Ultimo Uomo")

Dalla corsa della Sampdoria al nuovo Udinese di Oddo, passando per i percorsi paralleli di Montella e Mihajlovic: ecco le 7 cose da non perdere nel quattordicesimo turno di Serie A

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1. Quanto durerà la Sampdoria?

La Sampdoria viene da cinque vittorie nelle ultime sei partite e, in questo momento, è una delle squadre più in forma della Serie A. La squadra di Giampaolo ha battuto nettamente la Juventus nell’ultima giornata di campionato e grazie a questa striscia positiva si è portata ad appena quattro punti dal primo posto disponibile per andare in Champions League (il quarto, attualmente occupato dalla Roma con 30 punti), con ben sette punti di distacco dal Milan (e oltretutto con una partita in meno). Uno dei temi di questo campionato, a questo punto, riguarda proprio la tenuta della squadra di Giampaolo: i blucerchiati riusciranno a mantenere questo ritmo, rimanendo a contatto delle prime posizioni fino alla fine del campionato?

È ovviamente troppo presto per dare una risposta, ma qualche indicazione potremmo averla già oggi alle 15, quando gli uomini di Giampaolo scenderanno in campo al Dall’Ara contro il Bologna aprendo la 14esima giornata di Serie A. La squadra di Donadoni sta vivendo un momento molto più interlocutorio, essendo appena uscita da una sconfortante striscia di quattro sconfitte consecutive, con una vittoria rocambolesca ottenuta nell’ultimo quarto di partita grazie a un gran tiro di Donsah dalla distanza. Anche al di là dei momenti di forma, Sampdoria e Bologna sono due squadre molto diverse.

La squadra di Giampaolo costruisce un gioco di possesso con una struttura posizionale molto rigida, attraverso un rombo di centrocampo stretto, per avere sempre più uomini possibile vicino al pallone. La Sampdoria è settima per possesso medio in Serie A (52,9%) e sesta per numero di passaggi corti a partita (453). All’interno di questa struttura, però, Giampaolo inserisce dei giocatori tecnicamente anomali, a cui lascia una libertà quasi totale. Zapata, in questo senso, è una delle novità più positive di quest’anno, perché oltre ad aver dato alla Samp un notevole contributo realizzativo, ha anche aggiunto dei movimenti ad un attacco che fino all’anno scorso soffriva di un grave problema di ampiezza, e che più in generale faceva molta fatica ad allargare la difesa avversaria. L’attaccante colombiano dà uno sfogo al gioco lungo della Sampdoria, a cui si affida nei rari casi in cui non riesce a gestire il possesso basso, e soprattutto ha un dominio fisico contro quasi tutte le difese della Serie A, che esercita con una progressione col pallone da blindato e un’egemonia tirannica negli uno contro uno. Giocatori come Zapata e Quagliarella  aggiungono imprevedibilità che altrimenti la Samp non avrebbe: i due attaccanti hanno prodotto da soli quasi la metà degli Expected Goals (7.7 su un totale di 16.3) e dei gol effettivamente segnati (12 su 27) da tutta la squadra.

Il Bologna, invece, ha una struttura meno rigida e per nulla ossessionata dal controllo del pallone: la squadra di Donadoni è seconda in Serie A per numero di passaggi lunghi a partita (71, solo il Verona ne fa di più), pur non avendo dei grandissimi saltatori in avanti. Davanti, i tre attaccanti sono totalmente liberi di scambiarsi di posizione, soprattutto adesso che Palacio è costretto a reinventarsi ala con l’infortunio di Di Francesco, e la pericolosità offensiva è quasi del tutto dipendente dall’estro creativo e realizzativo di Verdi. Il Bologna, d’altra parte, è una delle squadre meno pericolose della Serie A ed è terzultima per Expected Goals prodotti (9.83, solo Crotone e Benevento fanno peggio).

Anche se va detto che il sistema della Samp offre una sicurezza tale ai singoli che in questo momento i difetti spariscono quasi dietro la loro libertà, l’aspetto in comune tra Samp e Bologna è proprio che entrambe fanno grosso affidamento alle qualità dei propri attaccanti migliori per ottenere vantaggi sull’avversario. In fase difensiva, poi, condividono la stesso tipo di fragilità: nonostante si difendano in maniera molto diversa, entrambe tendono a disordinarsi facilmente in transizione difensiva e fanno fatica a mantenere l’intensità mentale per tutta la partita. In un contesto di questo tipo diventano fondamentali gli uno contro uno e i duelli individuali e, in questo senso, sia Giampaolo che Donadoni sono nelle mani dei loro giocatori.

2. Stefano Pioli ritrova la Lazio (tra mille domande)

Come reagirà la Lazio alla prima, grande, delusione stagionale? Che lezioni tattiche avrà tratto Simone Inzaghi dal derby perso? Cambierà qualcosa o la Lazio continuerà dritta per la sua strada? Magari non sarà la partita con la Fiorentina a rispondere ma la Lazio si trova di fronte a delle domande da cui dipenderà il resto della sua stagione, perché il derby di Roma ci ha rivelato la principale fragilità della squadra di Inzaghi: la costruzione bassa. A suo agio quando può lasciare il pallone alla squadra avversaria, sempre molto reattiva quando le recupera e intelligente nel modo in cui sfrutta le tasche di spazio nello schieramento opposto, la Lazio è andata in crisi di fronte alla pressione alta della Roma, non riuscendo praticamente mai a far uscire in maniera pulita la palla dalla difesa. Anche con il Vitesse - per quel che vale - la squadra di Inzaghi è apparsa fragile quando ha perso vicino alla propria difesa.

Stefano Pioli ha mostrato una volta e per tutte la sua idea di calcio offensivo e aggressivo proprio sulla panchina della Lazio (nonostante ciò, ancora lo scorso anno c’era chi lo fraintendeva), costruendo squadre magari senza equilibrio ma in ogni caso divertenti e coraggiose, capaci più o meno sporadicamente anche di grandi partite. La stagione 2016/17 è un fiume che non è ancora chiaro dove porterà la Fiorentina, la squadra è lontana da quella dello scorso anno e fatica a trovare un’identità di gruppo, così come molti dei giocatori a disposizione di Pioli non hanno ancora trovato una dimensione stabile. Per questo è difficile predire anche solo come giocherà la prossima partita. Dopo aver alternato (anche all’interno della stessa partita) 4-3-3 e 4-2-3-1, una settimana fa contro la Spal, Pioli ha prima schierato Gil Dias dietro due punte molto dinamiche come Chiesa e Simeone; poi, nel secondo tempo, ha sostituito Dias con Saponara mentre la coppia di attaccanti era formata da Simeone e Babacar.

Sotto di un gol e in difficoltà nel penetrare il blocco difensivo ferrarese, la Fiorentina ha chiuso con un modulo difficile da definire numericamente, che svuotava il centro e si sbilanciava anche con otto uomini in avanti (anche perché la Spal in transizione non difficilmente poteva essere pericolosa): con Sanchez che si abbassava tra i difensori centrali, per cominciare l’azione o coprire qualche transizione, ma che molto spesso si alzava fino al limite dell’area avversario; con Federico Chiesa a coprire tutta la fascia sinistra come Bruno Gaspar a destra (spesso aiutati da Veretout e Benassi); con la solidità dei centrali Astori e Pezzella a rischio in ogni contropiede ma, nonostante ciò, con entrambi i difensori ben disposti a salire col pallone il più possibile. Domenica (alle 18) contro la Lazio, Pioli avrà di nuovo a disposizione Laurini, Badelj e Thereau e potrebbe tornare al 4-3-3, ma non è da escludere la possibilità che contro la difesa 3 della Spal abbia fatto una sorta di prova generale della partita da fare contro la difesa 3 della Lazio.

In ogni caso l’impressione è che anche la Fiorentina stia ancora cercando la sua identità in mezzo a una mini-crisi lunga tre giornate in cui ha ottenuto solo un punto. Se la Lazio ha problemi nel gestire la palla sotto pressione, la Fiorentina dipende ancora troppo dagli spunti dei suoi singoli di maggiore creatività (Chiesa su tutti), che però troppo spesso ricevono palla lontanissimi dalla porta avversaria e senza più di un compagno vicino. La scelta di schermare il play della Lazio (Leiva) con un trequartista (Thereau o magari Saponara dal primo minuto) potrebbe essere all’origine di una partita aggressiva da parte della Fiorentina.

Simone Inzaghi, invece, sembra ormai aver trovato l’equilibrio della sua Lazio, che ha delle fragilità ma che, se si esclude la partita con la Roma, non era mai andato veramente in crisi se non per dei momenti isolati. La Lazio potrebbe fare una partita furba, senza bisogno di inventarsi niente, magari lasciando anche il pallone alla sua avversaria (finora in media la Lazio ha il pallone solo il 49,8% del tempo) e contando sulla qualità di Luis Alberto e Milinkovic-Savic per innescare il mismatch di velocità tra Immobile e la difesa viola. Spesso sono le ricette più semplici le migliori.

3. Come giocherà il nuovo Udinese di Oddo?

Quando Oddo è stato esonerato il Pescara, al primo anno di sua gestione in Serie A, si era molto allontanato da quello di una stagione prima, quando aveva vinto i playoff di Serie B con un 4-3-3 molto offensivo e tecnico. Quella squadra - che tra le altre cose ha lanciato Lucas Torreira sul proscenio del calcio italiano - colpiva l’occhio per la tecnica di base molto diffusa dal centrocampo in su, con due giocatori piccoli e tecnici, come Caprari e Benali, pronti ad aggiungersi al centrocampo, e movimenti offensivi collaudati che esaltavano la velocità di Lapadula. Luigi Del Neri - al di là del dettaglio crudele circa l’esonero arrivato via telefono a ora di cena, “mentre tagliava una fettina di carne” ha riportato qualcuno - aveva idee molto diverse da quelle di Oddo ma aveva anche a disposizione una rosa con caratteristiche molto peculiari.

Scoprire l’undici scelto da Oddo (e vederlo evolversi nel tempo) sarà molto interessante, a cominciare dalla domanda. Anche se non è chiaro chi potrebbe giocare davanti alla difesa (Fofana sulla carta sembra il più indicato ma Del Neri quest’anno non sembrava fidarsi del suo stato di forma) e magari Oddo ci sorprenderà anche con un modulo diverso dal 4-3-3, sarebbe bello veder fiorire il talento di giocatori come Jantko (magari in un tridente con Lasagna e De Paul), Barak e Balic. L’Udinese è a soli quattro punti dalla zona retrocessione e il tempo per ottenere i primi risultati non sarà infinito, ma ci vorrà pazienza. Se è vero che la dirigenza lo voleva già prima delle vittorie di Del Neri con Sassuolo e Atalanta, bisogna solo sperare che avranno la lungimiranza di lasciarlo lavorare senza troppe pressioni. Di sicuro, almeno domenica contro il Napoli, nessuno gliene vorrà se l’Udinese non guadagnerà tre punti….

4. I percorsi paralleli di Montella e Mihajlovic

Mihajlovic e Montella hanno condiviso tante scelte di carriera: gli inizi a Catania, le fortune alterne alla Fiorentina e alla Sampdoria e infine l’approdo al Milan. Un percorso simile che sembra continuare paradossalmente ancora oggi, nonostante siedano ovviamente sulle panchine di due squadre diverse. Nonostante avessero entrambe aspettative diverse su questa stagione, Milan e Torino sono in una fase di limbo del loro campionato in cui sembrano non riuscire ad esprimere a pieno il potenziale a disposizione della rosa (un’idea confermata anche dallo stesso Montella, che dopo l’ultima di Europa League ha dichiarato che: «La squadra merita di più rispetto a quello che ha fatto vedere e rispetto alla classifica attuale»), e c’è una parte consistente di tifo che pensa che l’ostacolo principale sia rappresentato proprio dall’allenatore.

Le ultime partite di campionato, d’altra parte, sembrano aver dato adito alle paure dei tifosi più pessimisti riguardo allo status delle due squadre in questo campionato: Milan e Torino hanno perso con le squadre che fanno parte del gruppo di testa della Serie A (la squadra di Montella con Juventus e Napoli, quella di Mihajlovic con la Roma) e non sono riuscite a vincere invece contro alcune di media o bassa classifica (il Milan ha pareggiato 0-0 col Genoa, il Torino all’ultima di campionato non è riuscito ad andare oltre all’1-1 contro il Chievo in casa).

Le affinità continuano con i momenti di forma non straordinari dei due attaccanti principali, Kalinic e Belotti, almeno da un punto di vista realizzativo. Entrambi hanno segnato appena tre gol in questo campionato ed entrambi non riescono a segnare un gol decisivo addirittura da settembre: l’ultimo gol di Kalinic risale a fine ottobre quando segnò il 4-1 contro il Chievo, mentre Belotti ha addirittura sbagliato il rigore che avrebbe regalato la vittoria al Torino nell’ultima di campionato, sempre contro il Chievo. L’impressione diffusa è che dalla rinascita realizzativa di questi due attaccanti passi anche il ritorno della squadra ai ranghi che le competono.

Kalinic e Belotti domani dovrebbero giocare entrambi e chissà che un loro exploit non possa regalare un risultato molto netto alle proprie squadre. Solo in quel caso i percorsi paralleli di Montella e Mihajlovic potrebbero finalmente davvero deviare. D’altra parte il limbo è proprio questo: una condizione temporanea, nell’attesa che un avvenimento inaspettato cambi le cose o le faccia definitivamente precipitare.

5. La lotta salvezza del Sassuolo passa per la crisi di Berardi

Dopo poco più di un terzo di campionato il Sassuolo si ritrova nel bel mezzo di una lotta retrocessione di cui non conosceva più il sapore, con Bucchi che non è ancora riuscito a trovare un modo per valorizzare una rosa che comunque si è molto indebolita in estate. L’allenatore neroverde ha confermato il nuovo status della sua squadra dichiarando di considerare quello di domani contro il Verona come uno scontro diretto. Uno dei giocatori che sembra risentire maggiormente del nuovo corso del Sassuolo è Domenico Berardi, che ha continuato la parabola discendente iniziata lo scorso anno portandola a livelli ancora più preoccupanti. Berardi ha segnato un solo gol in questo campionato, su rigore, e la sua prestazione col Benevento ha rispecchiato questo momento ambiguo della sua carriera: due minuti dopo aver sbagliato il rigore decisivo al 92esimo, ha servito su calcio d’angolo l’assist per il finale 1-2. 

Berardi sembra non riuscire ad esprimere il proprio talento al di fuori dei movimenti che gli aveva cucito addosso Di Francesco e, al netto dei diversi problemi fisici che lo stanno perseguitando anche in questa stagione, finora ha fatto fatica ad esprimersi sia giocando da seconda punta nel primo 3-5-2 di Bucchi che da ala destra nell’attuale 4-3-3, in quello che teoricamente dovrebbe essere il suo ruolo naturale. Berardi non sembra essere uno di quei talenti in grado di potersi affermare al di là di qualunque contesto e la partita di domani non sembra nemmeno avere le condizioni migliori affinché possa esprimersi al meglio: sia il Verona che il Sassuolo giocano in campo molto lungo e la partita probabilmente sarà molto nervosa vista la posta in palio.

Alla luce delle ultime prestazioni è difficile intravedere all’orizzonte la rinascita di Berardi, o anche solo ripensare oggi a ciò che aveva messo in mostra solo qualche stagione fa. Il ritorno del primo Berardi sembra passare inevitabilmente anche per un gioco dai movimenti molto codificati e automatizzati, che però non sembrano far parte del bagaglio tattico di Bucchi.

6. Il sadismo del destino contro il Benevento finirà?

Per non indovinare il risultato di 14 partite su 14 in una ipotetica schedina (avendo a disposizione due risultati su tre) ci vuole un grado di sfortuna che è esattamente pari alla sorte di cui si ha bisogno per vincere il jackpot. Allo stesso modo, nell’incredibile striscia negativa del Benevento in questo maledetto primo anno in Serie A - 13 sconfitte in 13 partite - c’è qualcosa che va oltre i mezzi tecnici della rosa a disposizione di De Zerbi e le considerazioni tattiche: il cinismo del fato, che sembra quasi si stia divertendo ad illudere i tifosi giallorossi ogni volta in maniera diversa, per colpirli poi in modo sempre più crudele.

Già alla seconda giornata, il Benevento aveva creduto di essere riuscito a conquistare il suo primo, storico, punto in Serie A, con il pareggio di Lucioni contro il Bologna, annullato al 98esimo per fuorigioco con l’intervento del VAR. Poi c’è stato il gol vittoria di Iago Falque al 93esimo, nella giornata successiva contro il Torino, dopo uno 0-0 portato avanti con i denti per tutta la partita. A quel punto le sconfitte del Benevento sono iniziate a diventare sempre più grottesche: in casa del Cagliari le “Streghe” sono riuscite a perdere al 95esimo dopo aver pareggiato su rigore solo un minuto prima. Ed infine col Sassuolo in casa, all’ultima giornata, con il gol dell’1-2 di Peluso al 94esimo, appena due minuti dopo il rigore sbagliato da Berardi, che finalmente sembrava aver decretato la fine della maledizione.

Lunedì la squadra di De Zerbi va a Bergamo per cercare il suo primo punto in Serie A, contro una squadra che ha appena battuto per 1-5 l’Everton fuori casa. Sarà un’impresa complicatissima, anche se il gioco del Benevento sembra essere migliorato molto da quando è cambiato allenatore. Perché da battere non c’è solo l’Atalanta, con tutto ciò che ne consegue, ma anche un destino che si sta dimostrando particolarmente sadico nei confronti della squadra campana.

7. Il divario tra la classe “business” e quella “smart” del campionato

Inter, Juve, Roma e Napoli, le quattro squadre in cima alla piramide alimentare del campionato, incontreranno quattro squadre in lotta per la retrocessione, o comunque non lontane. E cioè, rispettivamente, Cagliari, Crotone, Genoa e Udinese. Diciamo subito che il Cagliari non è messo male come le altre tre, ma il punto è che quest’anno si parla molto del divario tra le prime della classe e il resto del campionato e, giusto una settimana fa, dopo la sconfitta della Juventus con la Sampdoria, è stato Chiellini a lamentarsi del fatto che quest’anno “è difficile perdere punti” (e per questo sono importanti gli scontri più o meno diretti). Dovrebbero essere, quindi, quattro vittorie su quattro, indipendentemente dallo stato di forma o di classifica dei quattro sparring partner. Dato però che la capacità di immaginare scenari futuri nuovi e imprevedibili è stata una prerogativa fondamentale dell’essere umano nel corso dell’evoluzione, proverò a riflettere su quali delle quattro “reginette” rischia di essere trascinata nel fango questo week end.

Possibilità che la Roma perda punti: 35%

Un’impresa del Genoa al Marassi è moderatamente difficile, ma non del tutto impossibile. La squadra di Ballardini (che ha sostituito Juric dopo la sconfitta nel derby di due giornate fa) veniva da tre sconfitte consecutive prima di vincere quello che, la scorsa settimana, era diventato uno scontro salvezza con il Crotone, ma può contare sul grande stato di forma di Adel Taarabt e sui suoi meccanismi in transizione. Contro la difesa alta della Roma un inserimento di Rigoni, Bertolacci o un taglio di Pandev potrebbe cambiare aria alla giornata. C’è ancora moltissimo da lavorare sulla fase difensiva, dove il 3-5-2 rossoblù non è né compatto né aggressivo sull’uomo (niente in confronto al Genoa di Gasperini o al primo di Juric) ma in questo senso anche il Marassi potrebbe dare una mano. D’altra parte i nove punti in classifica rendono necessarie anche queste partite che, in un altro contesto, il Genoa avrebbe potuto giocare con più leggerezza.

Possibilità che l’Inter perda punti: 25%

Il Cagliari di Lopez sta alternando risultati rassicuranti a sconfitte tutto sommato evitabili. Ha perso male con Napoli, Lazio e Juve, giocandosela bene (ma perdendo anche in quel caso) con il Milan a inizio campionato. Sembra passata una vita e il Cagliari oggi avrebbe più che altro bisogno di un passaggio a vuoto dell’Inter per strappare qualche punticino. Una giornata di magra di Icardi e in generale di un calo mentale della squadra di Spalletti, per poter puntare magari su un’invenzione tecnica di Joao Pedro o Barella. Il 3-5-2 piuttosto conservativo di Diego Lopez sulla carta potrebbe faticare contro il gioco energico dell’Inter, specie sulle fasce dove l’inferiorità numerica potrebbe pesare molto. Il Cagliari si gode il paesaggio di mezza classifica e affrontare la partita senza troppo stress, ma è pur sempre a soli sei punti dalla zona retrocessione…

Possibilità che il Napoli perda punti: 15%

L’Udinese in teoria avrebbe una sola possibilità di impensierire il Napoli: cogliendolo di sorpresa grazie al cambio in panchina tra Del Neri e Oddo. Ma anche se fosse un Udinese del tutto nuovo cambierebbe poco contro una squadra abituata a fare la partita e dettare il contesto come il Napoli. La squadra di Sarri non è al massimo della propria forma, il calo offensivo nelle ultime giornate è testimoniato sia dagli Expected Goals che dai passaggi giocati negli ultimi 16 metri di campo: passati da 18.4 a partita a 14.4. Oltretutto deve ancora risolvere del tutto il problema dell’assenza di Ghoulam sul piano creativo (anche se forse sembra sulla buona strana, con un coinvolgimento maggiore di Insigne). Resta comunque una delle eccellenze tattiche in ambito europeo e semplicemente di un altro livello per molte squadre in Italia, un cubo di Rubik da risolvere bendati prima che scada il tempo e sia già ora di raccogliere la palla in fondo alla rete. Ci vorrà una dose di “magia dell’esonero”, quella fortuna che talvolta bagna l’esordio in panchina di un nuovo, perché l’Udinese esca dal campo con un sorriso, anche solo un sorrisino, sulla faccia.

Possibilità che la Juventus perda punti: 5%

Perché il Crotone faccia punti allo Juventus Stadium servirebbe una partita coraggiosa e aggressiva, ispirandosi magari al Benevento che non molte settimane fa ha rischiato l’impresa. Considerato però il momento delicato, dal punto di vista psicologico più che tattico, della squadra di Allegri sembra impossibile che possano prendere sottogamba anche una partita di questo tipo. Serve una reazione che cambi l’andamento della stagione e partite di questo tipo sembrano fatte per ritrovare certezze piuttosto che per perderle. Anche per il Crotone uno stop potrebbe anche starci, prima di giocarsi al massimo le due sfide successive, con Udinese e Sassuolo.

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