Juventus, ecco come Blaise Matuidi è diventato insostituibile

Serie A

Gian Marco Porcellini

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Il centrocampista francese è arrivato in estate alla Juventus come una seconda scelta, ma adesso è un titolare inamovibile del centrocampo di Allegri

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A dispetto di chi lo dipinge come un allenatore privo di principi, Massimiliano Allegri è un tecnico che porta in dote diversi dogmi alle sue squadre. Sia a livello tecnico, sia a livello gestionale, dove si mostra sempre parsimonioso nell’uso dei nuovi acquisti, specie se giovani: fanno eccezione quei giocatori in possesso di un robusto curriculum internazionale, autosufficienti come gestione e capacità decisionale, quali Khedira, Dani Alves o Blaise Matuidi all’inizio di questa stagione, mandati subito in campo senza dover passare dal lungo periodo di apprendistato toccato ad esempio a Morata, Alex Sandro e Douglas Costa.

Il centrocampista francese è arrivato nella seconda metà di agosto per 20 milioni (più 10,5 legati ai bonus) dal Paris Saint Germain in un mercato in cui la Juve in realtà si era mossa alla ricerca di un interno da affiancare a Pjanic come N’Zonzi, Matic, Emre Can e Strootman, in grado di giocare in posizione, gestire l’uscita del pallone, sgravare il bosniaco da compiti difensivi e permettergli di accompagnare con più continuità l’azione. Matuidi invece per caratteristiche è una mezzala sinistra da centrocampo a 3, propenso a muoversi senza palla, che fa della corsa e dell’aggressività le proprie peculiarità.

Ciò nonostante, l’allenatore della Juventus l’ha fatto esordire a poco di più di 24 ore dall’ufficialità del suo trasferimento a Torino con il Cagliari, nella 1a giornata di campionato, quando è entrato al minuto 71 al posto di Higuain. L’impatto del classe 1987 con la Juve è paragonabile a quello di un corpo a contatto con un elettrostimolatore: pur non rappresentando l’incastro ideale nella conformazione del centrocampo bianconero, Matuidi ha portato qualità nuove, a cominciare dal dinamismo e dalla capacità di difendere in avanti. Insomma quella vivacità senza palla che nella mediana bianconera stava scemando, tra centrali posizionali (Bentancur e Pjanic) e mezzali dall’atletismo calante (Khedira e Marchisio), utile a proporre un’alternativa a una formazione che per mantenere il 4-2-3-1 della passata stagione doveva giocoforza rivedere la sua fase difensiva dopo le cessione di Bonucci e Dani Alves. Alla difesa posizionale, l’ex Psg con il suo vigore ha provato a suggerire uno stile diverso, proattivo e votato al recupero della palla attraverso delle transizioni difensive più dirette e aggressive, che gli è valsa nel giro di un paio di partite una maglia da titolare, complici gli infortuni a turno di Marchisio, Khedira e Pjanic.

La Juve è stata trascinata dalla carica mentale e dalla freschezza fisica del francese nelle prime settimane in cui la condizione era più deficitaria, ma una volta che la condizione del collettivo si è normalizzata, è emersa la discrepanza tra la sua attitudine a uscire in pressione sull’avversario e quella più passiva dei compagni, che ha finito per aprire degli spazi alle sue spalle e l’altro centrale di centrocampo costretto a coprire da solo tutto il campo in orizzontale. Emblematici in questo senso i due gol subiti all’Allianz Stadium contro la Lazio, in cui Matuidi, alzandosi sull’uomo di riferimento, Parolo, al contrario di Bentancur, rimasto in posizione, ha scoperto il centro-sinistra, dove hanno banchettato Luis Alberto e Milinkovic Savic.

Dopo un periodo in cui ha perso il posto a scapito di Khedira, Matuidi tuttavia è tornato titolare con il passaggio al 4-3-3, frutto della volontà di Allegri di ritrovare la compattezza difensiva inserendo un centrocampista al posto di un attaccante. La mezzala sinistra forma con il terzino (Alex Sandro o Asamoah) e l’esterno alto di riferimento (Mandzukic) un triangolo che si muove in sincro e su cui i bianconeri si appoggiano con frequenza per risalire il campo. Sulla prima costruzione, l’esterno basso si alza, il croato si accentra e il francese si apre per ricevere palla dal centrale difensivo e raccordare l’azione con un passaggio corto. Matuidi incarna fedelmente il mantra inculcato dagli allenatori delle scuole calcio “dai palla e vai nello spazio”, perché una volta che si è appoggiato al compagno più vicino, va ad attaccare in automatico lo spazio dietro al centrocampo e creare superiorità numerica. Oppure se lancia verso Mandzukic, scatta in avanti per andare a raccogliere la seconda palla. Il croato e il francese, quasi come due cariche elettriche di segno opposto, pestano le stesse zolle e spesso si avvicinano, vedi ad esempio quando attaccano in coppia il lato debole. Non è un caso quindi che nelle mappe delle posizioni medie i due nomi risultano quasi sovrapponibili. Quando però gli altri due componenti della catena si trovano già oltre la linea della palla, Matuidi resta in posizione per coprirli. 

La costruzione bassa della Juve: Alex Sandro si alza, Matuidi si apre, gioca due palloni e si proietta in avanti nello spazio interno di sinistra

Alla sua tensione verticale senza palla (fateci caso, in fase offensiva percorre per tutti i 90 minuti lo spazio interno di sinistra come si muovesse lungo un binario e difficilmente deraglia in zone che esulano dalla sua competenza) si contrappone una distribuzione prevalentemente orizzontale. Il francese in possesso, pur disponendo di una tecnica sufficiente, che gli consente anche grazie ad un buon controllo orientato di giocare palla a 1-2 tocchi pure in situazioni dinamiche, propone un gioco elementare nei contenuti, che si limita al passaggio corto e rifugge le verticalizzazioni. Il suo è un calcio a bassissimo rischio (nella rosa vanta la percentuale più alta di passaggi completati, 91,9), condizionato dal fatto che utilizza quasi esclusivamente il sinistro nella conduzione e nei passaggi. Quando è costretto a spostare la palla sul lato destro, smarrisce ogni tipo di confidenza con la palla e, se non riesce a riportarla sul lato forte, è possibile che ne perda il controllo. Proprio per questa sua tendenza a orientare il corpo verso la fascia mancina - malgrado agisca sul centro-sinistra e abbia più campo a disposizione sulla sua destra - effettua praticamente lo stesso quantiativo di passaggi verso sinistra (il 29,9% sul totale) e verso destra (30,5%). Tanto per avere un raffronto, Khedira, che agisce sul centro-destra, direziona la maggior parte dei suoi appoggi verso sinistra (il 32,5%) e solo il 26% verso destra, il suo lato di riferimento.

La risultante di queste due componenti con e senza palla è un gioco in cui partecipa sì alla costruzione bassa, ma negli ultimi due terzi di campo offre un contributo trascurabile nello sviluppo dell’azione, visto che avanza per finalizzarla, più che per rifinirla. Va da sé dunque che faccia registrare più tiri, 1,1 ogni 90’, che passaggi chiave, 0,8. E che negli ultimi 5 anni abbia viaggiato ad una media di 5,6 gol stagionali, figli di inserimenti culminati per la maggior parte con un tocco di prima dentro l’area avversaria.

La sua è un’azione senza filtri anche in fase difensiva: quando va al contrasto frontale, fa leva sulla forza esplosiva e sull’elasticità del suo corpo. Queste caratteristiche lo accomunano ad un altro centrocampista del recente passato juventino, Momo Sissoko, con cui condivide anche una certa inclinazione al fallo (nella Juve 2017/18 è il secondo giocatore che ne commette di più dietro ad Alex Sandro, 1,4 p90’). Nel 4-3-3, divenuto performante in fase difensiva grazie a delle migliori spaziature, la sua propensione a difendere correndo in avanti viene utilizzata per andare a prendere la mezzala omologa o il mediano avversario. In questo modo, più che aggredire il portatore (si sta sforzando di essere meno irruente nelle uscite, specie su palla coperta), indirizza il possesso avversario, senza però intaccare l’equilibrio collettivo, garantito dalla presenza di un centrocampista in più a coprirgli le spalle. 

Prima contrasta Borja Valero, poi esce in pressione sui difensori

Blaise Matuidi è un giocatore essenziale, quasi seriale per la ripetitività con cui interpreta una gamma limitata di situazioni note e cerca di evitarne altre in cui sarebbe costretto a giocate al di fuori delle proprie possibilità. Anche per il livello delle sue prestazioni, senza particolari picchi positivi o negativi, può essere catalogato come un elemento lineare. L’ultima gara di campionato col Verona, scandita da un gol e un errore che ha propiziato il momentaneo dell’Hellas, costituisce la classica eccezione che conferma la regola.

La ritrovata centralità di Blaise Matuidi nella Juventus simboleggia nella maniera più fedele la deriva di una squadra che è tornata a non subire più gol battendo la strada della fisicità e dell’atletismo, a costo però di accantonare, almeno in questa fase, gli offensivi di maggior creatività, Dybala e Douglas Costa. 

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